Una risposta, dal punto di vista metodologico
Caro Gasparotto,
rispondo alle tue note inviate alla Redazione di "Venezia Cinquecento", che
sarebbero avanzate "da un punto di vista squisitamente metodologico", in
relazione ad alcune delle "affermazioni" contenute nella mia recensione alla
mostra (e al catalogo) Maestri della scultura in legno nel Ducato degli Sforza, in
corso al Castello Sforzesco di Milano. E lo faccio proprio perché la mia
"demolizione" (il vocabolo è tuo) avviene in primo luogo dal punto di vista
metodologico. Non entri invece nel merito della mostra stessa, né dici nulla sulle
"affermazioni" espresse dagli Autori nel catalogo (ampiamente citate nella mia
recensione) che ti hanno "quasi divertito" (il che non credo peraltro debba
essere lobiettivo di una mostra, né del relativo catalogo), di per sé peraltro
espliciti.
Alla luce delle affermazioni di Previtali, torniamo al catalogo, scegliendo come esempio
le attribuzioni avanzate in direzione degli orafi Pozzi da parte di Cavazzini e Tasso
(già riportate nella recensione). Nella bella e accurata monografia sulla croce di
Cremona ("dimenticata" dagli Autori, pur essendo lunica su tale
argomento), che ho ricordato nella recensione, dove di quest"opera corale"
(p. 10) si analizzano problemi quali tecnica, committenza, autografie, aspetti formali,
stilistici, contesti storico- artistici, su basi documentarie, croce firmata da due orafi
di Milano, Ambrogio Pozzi e Agostino Sacchi (noto è peraltro anche il nome dello
smaltista), Giovanni Rodella afferma (p. 37): "data lassoluta mancanza di altre
opere note oltre la Grande Croce, non sarebbe comunque certo possibile stabilire quali
siano le parti da assegnare al Pozzi e quali al Sacchi" (seguono osservazioni
assennate sui diversi risultati stilistici delle molte statuette che compongono la croce).
Come è possibile riportare oggetti orafi "alla bottega dei Pozzi" della quale
nulla sappiamo? A quale delle botteghe dei Pozzi? (attraverso inediti documenti parlo dei
Pozzi nel mio contributo per la Miscellanea in onore di Grazioso Sironi, anchessa
menzionata nella recensione; riporto qui i nomi emersi: 1442, Giovanni Pozzi, figlio di
Ambrogio; 1462, Antonio figlio di Jacopo; 1475, Donato Pozzi figlio di Gaspare; 1481,
Tommaso e Agostino, figli di Antonio; abitano in parrocchie diverse). Nella croce di
Cremona chi esegue cosa? Quali parti realizza il Pozzi? Quali il Sacchi? E gli altri
colleghi? Perché allora non al Sacchi riportare tutte i pezzi invece assegnati ai Pozzi
attraverso unoperazione che Panofsky chiamava "circolo improduttivo"?
Parlando delle opere che spetterebbero ai Pozzi, stranamente gli smalti non vengono presi
in esame (perché? Perché, come dice Tasso, gli Autori sono impegnati a evidenziare
"nessi non casuali tra sculture in legno e sculture in metallo" e gli smalti non
sono sculture?) Si tratta invece solo di smalti scrivendo del calice di Santa Maria dei
Servi (scheda n. III, 21; redatta da Cinzia Piglione), riportato ad "orafo lombardo
nellambito di Giovanni Giacomo Decio", una scheda anchessa ricordata
nella mia recensione, nel parlare di bibliografia "non gradita" e dunque non
citata, oppure citata "strategicamente" (è questo il caso, dato che del calice
mi sono occupata, con apporti nuovi, sia per quanto riguarda gli smalti sia le parti orafe
nella scheda n. 72, del catalogo del 2000, che figura nella scheda di Piglione, senza
peraltro che mi menzioni come autrice). A p. 218 Piglione afferma: "la lavorazione
della superficie da smaltare è la stessa che si riscontra sia sullostensorio
Pallavicino di Lodi (1495), sia sulla Pace del Louvre (1535 circa), di recente assegnata a
Giovanni Giacomo Decio". Strabilianti affermazioni, in base alle quali il Tabernacolo
di Lodi (che lAutrice continua a chiamare "ostensorio"; e anche in questo
caso, visto che questopera è stata oggetto di approfondite analisi da parte di chi
scrive, nel 1998, nel 2002 e nel 2003, magari non sarebbe spiaciuto vederlo ricordato),
una delle poche opere orafe lombarde di cui si sappia datazione e committenza, sarebbe da
avvicinarsi al calice in oggetto (non entro nel merito!!). In questa sede mi soffermo solo
sul metodo utilizzato dallAutrice (che "ha seguito da vicino" la scelta
degli esemplari doreficeria in mostra). Dopo avere menzionato un brevissimo scritto,
quasi degli appunti, Silvana Pettenati (ho già commentato questa citazione bibliografica
nella recensione) alla quale si dovrebbero informazioni sulla "bottega dei Decio,
documentati come orafi e miniatori" (il che non mi risulta; spetta a chi scrive
invece il tentativo di individuare i Decio orafi; cfr. il catalogo del 2000 poco sopra
menzionato e il volume Smalto, oro e preziosi, 2003), Cinzia Piglione continua: "Tra
le acquisizioni più recenti, si deve segnalare il riconoscimento di una Pace a smalto con
la Crocefissione, donata nel 1974 al Louvre [...] che Mulas (2002, p. 6, fig. 20)"
lo studio, che non conosco ma mi affretterò a reperire, anche per capire se si
parla delloggetto orafo, degli smalti, o di cosa daltro, è P. Mulas, Aggiunte
al catalogo giovanile di Decius, "Artes", 10, 2002 "ha
datato intorno al 1535 e ricondotto al Decio attivo per lultimo duca di Milano.
Lannosa questione relativa alla sua identificazione" cioè del Decio
attivo per lultimo Duca di Milano, oppure lautore della croce del Louvre, o
quello dellintera Pace ? "è stata finalmente risolta, con documenti di
prima mano, da Rosanna Sacchi, che nel suo studio sulla politica artistica di Francesco II
Sforza e Massimiliano Stampa, dedica una ricca appendice alla famiglia dei Decio (R.
Sacchi, in c.d.s.)" nulla ci viene detto di come la Sacchi abbia risolto il
problema e quali sarebbero i documenti da lei reperiti; lo studio è in corso di
pubblicazione . "La ricaduta sugli studi di storia della miniatura ha preceduto
luscita del volume, infatti potendosi avvalersi sulle novità documentarie"
piacerebbe sapere quali , "Mulas (2005, pp. 56-67; vale a dire P. L.
Mulas, Gian Giacomo Decio. Il miniatore dei corali di Vigevano, in "Viglevanum",
XV) è di recente tornato sulla produzione dei Decio, per arricchire il corpus di opere
che oggi vanno sotto il nome di Giovanni Giacomo Decio, grande disegnatore e miniatore.
Lalta qualità della Crocefissione" del Louvre "non può essere
direttamente messa in relazione con gli smalti del bel calice di santa Maria dei Servi, a
mio parere opera di un miniatore-smaltatore attivo nella bottega Giovanni Giacomo (forse
quel Giovanni Antonio documentato come orafo-incisore?)". Un attimo di pausa: non
conosco "quel Giovanni Antonio documentato come orafo-incisore" citato da
Piglione, una bella acquisizione se fosse così, ma da dove tratta? (nel mio saggio per il
ricordato catalogo della mostra del 2000, che si può rileggere in Smalto, oro preziosi, a
p. 144, cui la scheda n. 72 si legava, in una lunga nota sui Decio, la n. 36, parlo di
Giovanni Antonio Decio, orafo, il segno di bottega del quale passa nel 28 febbraio 1572 a
un collega). Continua Piglione: "Considerati gli stretti rapporti con le invenzioni
decorative delle imprese miniate riferite a Giovanni Giacomo Decio" anche se
lindividuazione di questi "stretti rapporti", non spetta a Piglione,
proseguiamo , "penso che anche la Pace dellOrdine di santo Spirito oggi
al Louvre, ma di probabile provenienza lombarda, vada ricondotta alla bottega dei Decio
intorno al 1530". Mi limito in questa sede ad osservare che questa confusa
esposizione di Piglione procede proprio secondo modalità da Previtali non ritenute
valide: parlare di parti di unopera (smalti) per parlare dellintero oggetto
doreficeria (anche se molto complesso come appunto la Pace del Louvre), porsi come
unico problema la ricerca di "un nome" (un miniatore in questo caso, che uno
studio in corso di pubblicazione e due articoli avrebbero ricostruito nella sua
personalità artistica) al quale assegnare lopera intera (oggetto complesso, come si
diceva, realizzato a più mani).
Ma torniamo a Previtali. Le sue affermazioni del 1995, riguardano una materia (gli smalti,
e loreficeria della Toscana), che conosciamo abbastanza, grazie a studi numerosi e
al reperimento di cospicui dati darchivio, il che ha consentito di delineare
discretamente "metodi di produzione, le pratiche di bottega, le funzioni, i contesti,
i destinatari", cioè tutto quello che Gasparotto definisce aspetti "che bisogna
ovviamente saper tener presenti quando si analizza un manufatto artistico". Studi
grazie ai quali tutti sanno della formazione anche orafa di Brunelleschi, di Ghiberti, di
Verrocchio, di Antonio del Pollaiolo e di molti altri. Purtroppo invece per
loreficeria lombarda (visconteo-sforzesca, il tema in questione con la mostra al
castello di Milano), siamo molto lontani dallavere ricostruito tutti questi aspetti,
delineabili solo sulla base di altrettanti e cospicui studi (ricerche darchivio in
primis, non le "comunicazioni orali", le "felici intuizioni", o come
vedremo "lo sguardo fresco" dei "non esperti" di settore). Solo sulla
base di questa avvenuta delineazione è possibile procedere a confronti con le altre arti,
non solo leciti, ma necessari. Cosa posso confrontare, se ignoro la realtà
delloggetto da confrontare e lunica arma che uso è quella stilistica (se non
sapessi nulla della Natività di Botticelli e la guardassi da un punto di vista stilistico
come la porrei nei confronti della Primavera?). Incominciamo innanzi tutto a creare un
corpus di opere orafe CERTE (attraverso adeguate ricerche negli archivi e sulle fonti). È
questo il presupposto per poter fare dialogare (in modo assennato) le arti tra loro, che
non dialogano di certo perché legate da un"aria di famiglia"? Vogliamo
proprio presentare le statuette di Vercelli? Perché non indagare allora larchivio
del Duomo dal quale provengono e proporre qualche dato a loro riguardo?
Quanto alla divisione tra "arti maggiori" e "arti minori" che secondo
Gasparotto io sosterrei, rendendo incomunicanti i "sistemi" artistici tra loro,
mi permetto di rinviare Gasparotto quanto meno ai miei tre volumi (Gioielli e gioiellieri
milanesi... 1996; Leonardo da Vinci e le arti preziose
2002; Smalto, oro e
preziosi
2003): vi troverà trattati temi quali la bottega, la formazione, presenze
come Bramantino, Leonardo e alcuni dei cosiddetti leonardeschi, Caradosso,
ecc., ma non troverà certo in alcun modo sostenuta la scissione tra "arti
maggiori" e "arti minori".
Inoltre, non vedi "di malocchio lincursione di "non specialisti" nel
campo delloreficeria, che spesso con la freschezza del loro sguardo e con la
capacità di andare oltre alla frequente "autorefenzialità" delle bibliografie
specialistiche, sanno offrire proposte e percorsi nuovi e stimolanti". Ma: allora non
si tratta più del "gotha della giovane storia dellarte e della giovane
museologia milanese" (G. Romano, p. 23), di "studiosi e specialisti
dellargomento", chiamati a raccolta per questa "mostra di ricerca"?
(A. Mottola Molfino, p. 11). Le osservazioni prodotte da questo "sguardo"
"fresco", sono peraltro citate sia nella precedente recensione che in questa
lettera e si commentano da sole nella loro portata.
E veniamo al passo del trattato di Francisco de Hollanda.
Dici. "per la cronaca, anchio ho ricordato limportanza del passo del
trattato di Francisco de Hollanda" (se è per questo non solo tu) "nel mio Una
galleria metallica
in Valerio Belli Vicentino
2000, pp. 137-138, nota
10)". Riporto allora quanto tu affermi, parlando del Belli, il tema del volume al
quale stai collaborando (e non di Caradosso, del quale non ti occupi):
"lincontro tra il pittore portoghese e lintagliatore di gemme vicentino
ha lasciato unulteriore, significativa traccia nei suoi trattati: nella classifica
"dos famosos entalhadores de conriolas" stilata da Francisco alla fine del suo
Da Pintura antigua
Valerio spicca sui nomi dei coetanei Caradosso e Moderno
"que fez os chumbos" e del più giovane
Benvenuto Cellini"; vado
quindi a p. 155, nota 10 e trovo in relazione al Caradosso e al Moderno: "il maestro
ricordato da Francisco come "Moderno" viene identificato da W. Bode [
] con
il veronese Galeazzo Mondella; questidentificazione è ora riproposta da D. Lewis
[
]: sul tema mi propongo di ritornare in un prossimo contributo". Appunto. Tale
tuo contributo annunciato non mi è ad ogni modo oggi noto. Per quanto mi riguarda invece
nel volume del 2002 (Leonardo da Vinci e le arti preziose, nota 29, pp. 155-156), parlando
di Caradosso e delle placchette del Moderno (delle quali evidenziavo le componenti
lombarde e le desunzioni vinciane ed è su questo che occorrerà lavorare) cito le
due diverse edizioni dello scritto del de Hollanda, menzionando quella del 1548 e la
Versión del 1563, affermando che (p. 150) si tratta di un "brano sempre citato per
parlare di Caradosso e Moderno, come di due distinte personalità, ma con termini non
così chiari in realtà e che andrebbero comunque ripercorsi a fondo".
Sì, sono tutte questioni di metodo.
Cordialmente
Paola Venturelli