Il Ministero. Questo sconosciuto

 

Le cronache della presentazione del nuovo codice dei beni culturali, così come molte parti del codice stesso, denunciano una preoccupante assenza del ministro Urbani. Tralasciando la preoccupazione per le sorti del nostro patrimonio, desidero qui sottolineare la totale mancanza di conoscenza dimostrata dal nostro ministro in merito alle attività del ministero da lui diretto.

I ripetuti attacchi basati sulla presunta ignavia del personale del ministero, incapace di gestire musei, catalogare il patrimonio o promuoverlo sono infatti del tutto fuori luogo, solo se si conoscesse la fatica quotidiana della maggior parte dei soprintendenti, dei dirigenti, dei funzionari, del personale amministrativo, del personale tecnico, degli operai e dei custodi che lavorano per il Ministero per i Beni e le Attività Culturali.

Va detto ancora una volta e con forza, pur senza esaltazioni incondizionate, che il ministero, con i mezzi scarsissimi che ha avuto a disposizione fin dalla sua nascita – tranne poche e illuminate parentesi – ha fatto dei miracoli, sostituendo alla carenza di finanziamenti e di personale l'eccellente preparazione culturale, l'amore per il patrimonio, spesso l'abnegazione delle donne e degli uomini che vi lavorano. Va detto anche che in molti settori, come quello del restauro o della catalogazione, il ministero ignorato dal suo ministro costituisce un punto di riferimento internazionale, e che la nostra legislazione (in particolare la tanto vituperata legge del 1939) era ammirata tanto da esser ripresa da diversi ordinamenti.

Perciò è grave il generalizzato silenzio di chi nel ministero lavora: il silenzio rassegnato, che però in momenti come questi non è giustificato, o il silenzio accondiscendente di chi è stato chiamato a colaborare in prima persona alla stesura del codice, dimenticando gli organismi che, per legge, sarebbero invece deputati a svolgere attività di consulenza.

Del resto, in questi ultimi anni la condotta politica si è troppe volte basata su due principi fondamentali: la forzatura delle leggi – quando anche le stesse non vengono ignorate – e la riduzione al silenzio delle opposizioni critiche, sia quelle distruttive che quelle costruttive. Perciò non dobbiamo meravigliarci né del silenzio intorno al nuovo codice dei beni culturali, né dei metodi seguiti per la sua redazione. Ma non possiamo accettarli, anche solo per riconoscere la qualità e la mole del lavoro fin qui svolto dal personale del ministero.

Leandro Ventura
(Roma, 8 maggio 2004)