Storici dell’arte, 2 (la replica)

 

Metto da parte le dichiarazioni di stima – sono noiose e non interessano – e vengo al punto.

Perché è chiaro che, complete o meno (incomplete, ovvio; parziali, è ovvio), le mie personali opinioni sul convegno del 15 novembre scorso puntavano il dito non su dieci-invece-che-cinque ore di orazioni, dalle quali ognuno avrà tratto gli spunti che riesce, ma su un habitus, un vezzo, un dettaglio, un errore.

Ho stima (ahi, ci sono cascato) per gli organizzatori dell’evento, per i propositi ben illustrati da Maria Giovanna Sarti, per il lavoro preparatorio altrettanto ben illustrato.

Ma ho anche qualche riserva sugli esiti, sui risultati. Penso che la "raccolta di idee", l’analisi sia oggi urgente almeno quanto la denuncia. E che la seconda debba seguire la prima, in virtù del fatto che l’incisività di una denuncia si misura dalla chiarezza del pensiero che la anima.

D’altronde, che la "raccolta di idee" sia più che mai urgente, non lo dico io: è ammesso liberamente anche da Maria Giovanna Sarti, ove dice che "non esiste una vera consapevolezza della situazione" – e a non possederla (e qui viene il bello) sono in primis gli stessi storici dell’arte, non perché son lenti a organizzare incontri ufficiali sui temi caldi (o forse sì, anche per quello), ma soprattutto perché non paiono avvedersi del fatto (o non vogliono) che lo "statuto debolissimo" della disciplina precede di molto – non segue – le riforme in corso; e che il passato della storia dell’arte si riversa nel presente quale era, a dispetto delle contingenze; ahimè a dispetto di tutto.

Forse si vorrà ribadire che chi scrive ha assistito solo a metà dei lavori, e non sa. Giusto; benvengano le smentite.

Luca Tempesta
(20 gennaio 2005)