Non destate i dormienti

 

A proposito della storia dell’arte: del suo futuro o, se preferite, della sua fine. Il convegno di lunedì 15 novembre (A.D. 2004) organizzato dall’Associazione Bianchi Bandinelli su "Lo storico dell’arte: formazione e professioni" doveva, nelle intenzioni e secondo il programma, "approfondire e valutare le conseguenze del nuovo quadro normativo". Convegno preparato, pubblicizzato: di esso fu data notizia fin dal 26/9/04 in un articolo di Marisa Dalai Emiliani apparso sul domenicale del "Sole 24 ore" e titolato senza equivoci e mezzi termini "Storia dell’arte semisoppressa", con riferimento alla laurea specialistica in storia dell’arte e alla sua progettata traslazione in direzione di altri (incongrui?) accorpamenti.

La bella sala e istituzionale, ma rivelatasi sciaguratamente inadatta a causa della poca capienza e della scarsità di posti a sedere, ha accolto i partecipanti sotto un segno che è parso fin da principio malaugurale, funestato da attese vergognose e giustificatissimi malumori.

Chi scrive è potuto entrare alle 12.30, in tempo per la Tavola rotonda e per un pasto frugalissimo consumato di corsa (per non perdere i posti faticosamente conquistati in mattinata!), e complessivamente ha sofferto di prestare attenzione a non più di quattro ore di interventi, fuggendosene con sollievo proprio in tempo per il tè delle cinque.

Capirete allora che ha udito poche cose; e però, ahimè, di quelle poche, pochissime ne ha trovate memorabili (a voler essere generosi); pochissime pregevoli; pochissime, a farla breve, degne di ripetizione e di farne avveduti gli assenti.

L’intervento di Adriano La Regina ha vibrato di indignazione per la dismissione degli atenei, lo smontaggio del sapere umanistico e altre iniquità. Maria Giovanna Sarti ha letto una relazione di perversa precisione sulle perversità dei concorsi pubblici (e mi è piaciuta assai: godrei di rileggerla con comodo sul sito di Veneziacinquecento). Daniele Jalla è stato applaudito dal sottoscritto per aver osato proporre la scomparsa dei custodi museali (ché è lavoro infame quello del custode) e la sostituzione degli stessi con personale qualificato giovane e assunto a rotazione (si spera privilegiando gli studenti di storia dell’arte), con contratti a termine. Quanto insomma l’allora Ministero dei Beni Culturali aveva pensato di avviare nel lontano 1998-99 con l’istituzione di un corpo di ATM; progetto poi naufragato e comunque condannato all’insuccesso in un contesto di deboli politiche e di ricatti sindacali*.

Undici relatori 11 – tanti ne ho ascoltati – hanno lamentato lo stato di cose sconfortante nel quale versiamo, hanno segnato a dito ciò che Marisa Dalai ha chiamato "l’erosione epocale che investe i saperi umanistici". Ma allo sconforto primo – un po’ risaputo e prevedibile – s’è aggiunto lo sconforto secondo di constatare la pressoché totale mancanza di proposte positive.

Usciranno gli Atti – perché sempre devono uscire gli Atti. Ma a chi o a cosa serviranno? Chi ne avverte il bisogno? Non rappresentano forse il solito pallido ossequio a logore forme?

È grave che quanto poteva – e doveva! – tramutarsi in un incontro propositivo, funzionale alla ricerca di soluzioni e alla raccolta di idee, si sia inamidato nella solita e abitudinaria esposizione di fatti risaputi. Nossignori: dal gran mal di testa che ci siamo autoinflitti non è sortita Minerva armata; e purtroppo nemmeno qualche tonante voce corsara.

Sarebbe ora di ristabilirci in una onesta, salutare cattiveria. E, con la recuperata cattiveria, ammettere che acconciati così, noi storici dell’arte, dico così fiacchi, lamentosi, così sprovvisti di idee e di novità urgenti da comunicare, così pigri nella ricerca, così francamente riluttanti a pensare la realtà, ce lo meritiamo in pieno codesto stato di cose. Ma che dico? l’abbiamo costruito, appoggiato, nutrito di ogni sostanza.

Ci ritroviamo nel pieno di una guerra culturale per salvare un patrimonio. Il nostro patrimonio artistico, filosofico, letterario, musicale, che perdiamo ai ritmi dello svagato sorvolare delle grammatiche, non più insegnate, mal insegnate. L’italiano, il latino, la musica, e persino la teologia, la quale meriterebbe una menzione a parte, da povera derelitta. Sì, la teologia che nessuno difende: poiché, diciamolo, è una gran vergogna che le università la contemplino unicamente sotto mentite spoglie, nell’insegnamento della Storia della letteratura cristiana antica. È una gran vergogna che essa permanga di monopolio: è tempo di riabilitarla, se non altro perché sulla padronanza di quei contenuti ci giochiamo metà della partita. Basta con laureati che non hanno mai aperto una Bibbia, che non sanno dove girarsi quando nomini l’Immacolata Concezione e la scambiano con tutt’altro.

Volenti o nolenti, siamo nella mischia di una guerra culturale. E a conti fatti forse ci salveremo dallo scivolare sempre più esangui e spassionati nell’inedia. Dobbiamo: 1. sceglierci il nemico giusto; 2. valutare le forze in campo (le nostre prima di tutto); 3. combattere.

Ma come si combatte? E non siamo un po’ anche nemici di noi stessi, avendo abbandonato la ricerca? Perché la ricerca non si fa, la si fa quel minimo.

Le guerre culturali si combattono con poderosi argomenti. Si combattono producendo meno in quantità e meglio – ma molto meglio – in qualità. Sudando per sottrarre, per questa via, la disciplina alla marginalità che s’è meritata e distogliendola dal cibarsi dei cascami del sapere.

La storia dell’arte così come la conosciamo, così povera, accidiosa, così minimal, così paga dei cascami, è un privilegio che non ci possiamo più permettere, vivaddio.

(Parentesi. Caro Adriano La Regina. Lei desta la mia stima, sentita. Ma come posso astenermi dall’invocare il meaculpa per una intera classe accademica quando, venendo a un buon esempio, dalla scomparsa di Federico Zeri nessuno, nessuno che io sappia, s’è mosso a denunciare pubblicamente con voce grossa lo scempio di cui è stata fatta oggetto via dei Fori Imperiali: lo scempio cementizio dei giardini che non accenna a fermarsi e che non s’è vergognato nemmeno di infierire sui poveri fazzoletti di verde retrostanti la Basilica di Massenzio e prospicienti i Santi Cosma e Damiano, sostituiti da voragini di terra smossa e magre risultanze; scempio avvenuto sotto gli occhi di tutti e in autentico spregio al decoro e al buon senso, con quegli orrori di muraglioni e voragini che gridano vendetta?)

Le università. Le università e la riforma. È stato detto che dalle università usciamo ignoranti. Forse questa riforma è iniqua, sono iniqui i crediti, è iniquo il 3+2, è probabilmente iniqua la scomparsa della laurea specialistica in storia dell’arte. Non sono le uniche iniquità degli atenei italiani, ché molte e di peggiori e di più antica data ci portiamo appresso e non ci siamo mai curati di emendare. Ora se ne paga il fio.

Cosa resta? Resta una lotta disperata per assicurarsi un nuovo statuto teorico a questa disciplina storica. Chi ha i soldi, studi. E i docenti universitari, provvisti di mezzi e responsabilità, siano meno ligi ai dettami delle riforme, ove esse umilino e premano in basso, e si mostrino più sensibili al giudizio della storia.

Luca Tempesta
(24 novembre 2004)

__________________________

* Su questo tema dei sindacati e della trasformazione degli obblighi di informazione e concertazione nei rapporti con la pubblica amministrazione in concertazione e contrattazione, lucidamente si è espresso ieri (23/11/04) Sabino Cassese – che le cose le sa e le dice – sul Corriere della Sera, in un articolo titolato "La tenaglia del pubblico impiego. Tra partiti e sindacati". Per chi è interessato.