Per ricordare Gigi Savio

 

Lo scorso primo marzo è mancato improvvisamente Luigi Sante Savio. Già restauratore capo alle Gallerie dell?Accademia, in pensione da alcuni anni, aveva ridato vita a capolavori come il Trittico dei Frari e la Pala di San Giobbe di Bellini. Lo conobbi negli anni trascorsi a Venezia. Se ne era andato in pensione per "tirarsene fuori". Continuava a lavorare, iroso, in una auto-esclusione che sapeva di esilio, un esilio cercato e sdegnoso.

La notizia della sua morte mi raggiunge in un albergo di Delhi. E subito mi torna in mente una mattina, o un pomeriggio non so, di due anni fa: ho segnato la data, 21 gennaio 2002. Passeggio per le calli intorno S. Marco, quando lo vedo venirmi incontro.  La conversazione cade subito sull?attualità di quei giorni. Il secco improvviso di quel freddo gennaio, segnalato dagli strumenti con un calo di umidità di 26 punti percentuali. Alcune tavole alle Gallerie dell?Accademia si sono mosse, pezzettini di colore precipitano a terra. Tra i danneggiati, la grande Madonna e santi di Bellini già a S. Pietro Martire di Murano (in origine per S. Maria degli Angeli). «Non ci si può nascondere dietro l'eccezionalità dell'evento. Si sa che il periodo dicembre-febbraio è segnato dal secco. Ho registrato sbalzi fino al 23%, finché lavoravo lì», mi spiega. «Il fatto è che quei dipinti si erano conservati. E quando ti trovi di fronte a un dipinto conservato, ti devi chiedere come ha fatto a giungerci in quello stato».  Eppure la pala di S. Pietro Martire era già nota per la sua "problematicità". «La mia proposta era di non distaccare la parchettatura originale; prima togliere i perni e poi riattaccarla tramite molle. Molle senza perni. Un'operazione che ho descritto in uno dei Quaderni della Soprintendenza e che porta a una resistenza nulla. Proposta che ho fatto al tecnico inviato dall'Istituto Centrale: rifiutata, ci credi?, per arroganza e senso di superiorità. Figurarsi se un selvaggio come me poteva insegnare loro qualcosa! Ora è successo quello che è successo. Ma di climi eccezionali nei secoli ce ne sono stati! Non ci si può nascondere!».

Ora siamo davanti a un bacaro. Entriamo. «Non contano le verità. Fatti e discreta osservazione dei fatti: questo occorre. E non occorre altro. È la dialettica che manca, oggi; manca completamente. Si crede che ci sia libertà, ma nei fatti c?è solo totalitarismo. Quando dici qualcosa, ti rispondono con il mitra spianato». Ordiniamo vino rosso "da muratori", due ombre. «Le tavole devono essere lasciate "libere". "Ma poi si imbarcano". Ma che si imbarchino pure. Le tavole laterali del Lorenzo Veneziano (il Polittico Lion) non si sono imbarcate? Ma il colore non si è mica sollevato. Se si sono conservate fino ad oggi, una ragione c'è. È su questo che bisogna ragionare. Le tavole si muovono naturalmente. Non c'è una equazione matematica che possa descrivere il comportamento di una tavola, quindi meno si interviene meglio è. Cercare di lasciare che si conservino da sole, che si auto-conservino. E invece, cosa è successo alla Pietà, alla Madonna dei cherubini rossi? L'avevo detto che andavano lasciate "libere". Ecco cosa succede. Perché il Trittico dei Frari gode di ottima salute? Perché l'ho lasciato come stava. Era in ottima salute e quindi bisognava lasciarlo in pace». Negli ultimi anni parlava con stizza, accalorandosi. Dava contro ai colleghi che aveva stimato un tempo. E soprattutto contro i vertici della Soprintendenza. «Così hanno messo parchettature moderne e tecnologiche, che servono solo ai fighetti che le costruiscono. Soldi buttati. Soldi distribuiti per fare piacere. Di Bellini non gliene fotte un cazzo a nessuno. È solo un "campo del sapere", ossia un luogo di speculazione, proprio di soldi e fottuti interessi personali».

Parlavamo di filosofia. Cioè: lui parlava di filosofia, io ascoltavo. Ortega, Lévi-Strauss, soprattutto Sartre, Merleau-Ponty, gli esistenzialisti. Traspariva il suo interesse per l'esistenzialismo. Benché di citazioni ne facesse poche. «Più i libri abbondano di note, meno hanno da dire», sentenziò una volta. Ed è una sentenza che mi tengo cara. Scriveva. La famiglia terrà da conto quelle carte, spero. Che le metta a disposizione. Lui aveva cercato di pubblicare, inviando ad Adelphi un dattiloscritto, ma l'esito era stato negativo. «Ci interessa, ma attualmente...». So che Umberto Galimberti s'era mostrato entusiasta dei contributi da lui lasciati alla filosofia dell'arte. Ma un grande punto interrogativo resta per me il contenuto di quegli scritti. Sarebbe il caso che almeno gli interventi teorici inediti venissero alla luce. Uno per tutti: quel promemoria ufficialmente dato in Soprintendenza all'atto di licenziamento. «I fondamenti teorici del mio comportamento», mi confidò. «Farebbe saltare molti dalle loro poltrone...».

Luca Tempesta
(7 giugno 2004)