Lettera al dottor Urbani,
temporaneamente ministro della Repubblica Italiana.

 

Vorrei dire la mia su quello che sta succedendo in relazione ai noti fatti che chiamano in causa la nuova disciplina dei Beni Culturali, e lo faccio – consapevole – dalla distanza dell’emigrazione professionale (e dell’esilio politico).

Pare evidente che la destra italiana, che molti definiscono neoconservatrice, ma che forse è solo paleodemocristiana, sta portando a termine un progetto coerente di riduzione della presenza effettiva dello Stato come organo di disciplina del Bene Pubblico, anche se invoca alla Patria e al Bene Comune quando ci si trova di fronte a disastri della finanza (vedi Alitalia): deregulation quando bisogna guadagnare, interesse nazionale quando bisogna pagare i cocci rotti. Credo che il processo in corso nei Beni Culturali italiani sia ancora nella prima fase, quella della speranza – loro – di trarre beneficio per interessi generali e privati. Ma sappia il Ministro, e quanti credono in questo processo -con più o meno riserve-, che la strada non è facile e soprattutto che verrà – prima o poi – il momento di pagare i cocci rotti e sinceramente siamo in molti a non essere disposti a farlo, per quanto s’invochi la Patria.

Ricordava Fabio Isman le parole pronunciate dal Ministro Urbani di fronte a "un’élite specialistica, di cui non possiamo fidarci del tutto"; io chiederei al Ministro cosa intenda e soprattutto a chi alluda, perché si tratta di una affermazione di gravità straordinaria, tanto dal punto di vista professionale, come da quello ideologico: nel primo caso sta dicendo il Ministro che gli storici dell’arte e i restauratori italiani non sono sufficientemente preparati? Nel secondo caso il Ministro fa torto a se stesso e all’ideologia che lo ha portato a firmare – anche lui – "il contratto con gli italiani": se non ricordo male, non erano lorsignori quelli che dicevano che bisogna promuovere le forze professionalmente preparate e i professionisti? E allora? Delle due l’una: o ci mettiamo in mano ai professionisti o non lo facciamo, qual è la sua posizione Signor Ministro?

Ovviamente, non credo che il Ministro risponderà mai alle mie domande, forte di muoversi in un terreno nel quale la genericità vive e promuove le torbide acque del malcontento generale.

D’altro canto, pur condividendo le parole di Leandro Ventura sugli sforzi del Ministero, non bisogna nascondersi che parte dei problemi nascono e sono insiti proprio nel sistema ministeriale di difesa dei Beni Culturali, dove se è vero che ci sono professionisti seri – a tutti i livelli – è altrettanto vero che ci sono personalismi – che nessun governo ha toccato – e clientelismi – dei quali molti hanno goduto, primi tra tutti i politici e le loro inaugurazioni. Questo Ministro sa bene che contro le volontà del Ministero non potrà usare a suo piacimento le Gioie italiane e pare non essere disposto a pagare dazio alcuno ai molti Baroni che si muovono per gli antri ministeriali o universitari. Dazio che altri hanno pagato, illusi che con ciò avrebbero potuto riformare il sistema, illusi dall’idea che grazie a un inconsistente professionismo di gestione e marketing si sarebbe potuta promuovere una nuova politica di Beni culturali. Mi riferisco evidentemente alla gestione "Veltroni-Melandri", che non ha avuto il coraggio di rimuovere, di cambiare facce e mentalità e ha pagato un prezzo alto di insoddisfazione tra la maggioranza di quelli che avevano creduto nella speranza di una stagione di ricambio.

Allora iniziamo a mettere i puntini al loro posto, cioè sulle i, come direbbe Totò – altro bene culturale dimenticato.

Gli storici dell’arte non sono tutti uguali, ci sono alcuni con i quali, per intenderci, non è igienico sedersi a tavola, ci sono altri che sono modelli da seguire – ma quanto hanno pagato per esserlo! Ricordo un vergognoso episodio alla "corporazione degli storici dell’arte" che negli anni ottanta, quando Urbani non immaginava nemmeno che sarebbe stato Ministro dei Beni Culturali, e quando io ero un giovane studente della Sapienza, a Eugenio Battisti, una delle menti più lucide che hanno avuto la ventura di nascere in Italia, si negava l’accesso a quella stessa Università, relegandolo ai margini del sistema universitario. Oggi accade qualcosa di peggio: giovani brillanti e preparati fanno di tutto per sbarcare il lunario, alcuni più fortunati hanno lavori precariamente stabili, e nessuno dice nulla.

Nessun politico ha il coraggio far saltare il sistema, assumendo responsabilità vere: rimuovere e cambiare direttori e sovrintendenti, imprimere una svolta nella politica culturale. Nessuno propone un serio progetto per i Beni Culturali in Italia, ricorrono – e rincorrono – o a grandi Baroni o a presunti professionisti della gestione – i cosiddetti manager.

In molti non siamo disposti a difendere tutto e tutti, abbiamo scelto una professione e non solo ne rivendichiamo la funzione, ma vogliamo anche essere protagonisti dell’evoluzione di quel patrimonio culturale, non dei meri esecutori di progetti di difesa dallo spoglio sistematico. Quel patrimonio lo vogliamo usare nel senso più alto del termine: creare e gestire grandi e piccoli musei, mettendoli nella condizione di essere parte della vita della gente, fare e promuovere grandi e piccole mostre ricche d’idee, capaci di parlare alla gente. Per farlo c’è bisogno di uno sforzo da parte dell’unico mecenate attualmente capace di farlo nell’Italia contemporanea: lo Stato!

Ci pensi dottor Urbani, temporaneamente ministro dei Beni Culturali, e mi consenta di rivolgerle un’ultima domanda.

Lei vuole vendere – e questo è chiaro – ma con un abile gioco di parole ancora non ci ha detto cosa... e, potrebbe anche andare bene, ma almeno ci dica che cosa ha intenzione di comprare, in che cosa vuole investire i proventi di tante dismissioni? Comprerà opere d’arte (quali?), finanzierà grandi restauri, la formazione di nuovi tecnici, o semplicemente serviranno quei soldi a pagare il déficit dello Stato?

Nel caso la risposta fosse quest’ultima, e Lei signor ministro fosse in grado di garantire che vendendo beni culturali miglioreranno l’assistenza sanitaria, le pensioni, e le scuole, la ricerca, allora signor ministro le dico che è necessario fare un provocatorio salto di qualità. Lasci da parte opere d’arte di terza o quarta categoria e beni demaniali dimenticati, assuma la responsabilità politica di un momento tanto grave e proponga una cosa che risolverebbe molti problemi e una volta per tutte il déficit dello Stato. Le propongo di vendere la Primavera di Botticelli o la Buona ventura di Caravaggio, o meglio ancora l’intero Ciclo della Scuola di San Rocco a Venezia di Tintoretto. Perché è meglio morire d’un colpo che dissanguati poco a poco!

Matteo Mancini
(Madrid, 13 maggio 2004)

 

P.S.
Un consiglio al Signor Ministro, si ricordi di non mettere in vendita la Fontana di Trevi, l’hanno già fatto...si ricorda?