Lettera da Roma sul nuovo Codice
Forse è opportuno sapere che …

 

  1. Presentando il nuovo Codice dei Beni culturali e del Paesaggio, il ministro dei Beni culturali, Giuliano Urbani, ha affermato che il patrimonio del nostro Paese è nelle mani di "un’élite specialistica, di cui non possiamo fidarci del tutto"; successivamente intervistato (Il Messaggero, 30 aprile 2004, pag. 20), ha spiegato che alludeva proprio ai funzionari delle Soprintendenze, i quali "per origine storica, derivano dagl’ispettori alle Belle Arti; il patrimonio storico-artistico è di tutti, quindi se ne presuppone il pubblico godimento; mentre le soprintendenze dicono: meno lo facciamo vedere, meglio è; la loro tendenza è che i musei abbiano orari il più possibile ridotti".
  2. Alla suddetta presentazione, in forma solenne alla Biblioteca Casanatense, il medesimo Ministro ha altresì affermato: "Adesso avvieremo la catalogazione; vivaddio, finalmente partirà", gettando nello sconforto una sua evidentemente dipendente che, alle mie spalle, ha esclamato: "Ma io è 20 anni che lavoro all’Istituto per il Catalogo". Successivamente interpellato, lo stesso Ministro ha spiegato meglio quanto intendesse, dicendo che egli si riferiva "agli immobili demaniali". All’obiezione che parecchi di essi sono già da tempo catalogati, ha replicato dicendo che "soltanto ora il direttore generale Roberto Cecchi sta ricevendo dal Demanio le schede relative ad essi"; frustrato anche il tentativo di spiegare al Ministro che, però un soprintendente conosce benissimo l’esistenza, nell’area che gli è demandata, per esempio di uno stadio del 1931, opera del tal architetto, dell’ufficio postale del 1922 opera di un altro architetto, di una chiesa dismessa, ora proprietà del Ministero degli Interni, e via elencando. Lo stesso Ministro ha infatti replicato che "questo è vero ma solo in minima parte, poiché molti soprintendenti non lo sanno; e in nessuna soprintendenza esiste un elenco dei beni demaniali vincolati".
  3. Il Ministro ha altresì affermato che la normativa in vigore era "un colabrodo", e che il Ministero (pur avendo un Ufficio centrale appositamente adibito a questo) aveva "di fatto abbandonato la tutela del paesaggio, non se ne occupava più nessuno".
  4. Nella suddetta presentazione, Salvatore Settis, direttore della Scuola Normale di Pisa, ha criticato due soli aspetti del nuovo Codice; e precisamente quelli, da lui definiti "sciagurati", del "silenzio-assenso" nella cessione degli immobili che appartengono al demanio, e della divisione tra tutela e valorizzazione, peraltro addebitata in toto ai precedenti governi di centro-sinistra; ha altresì chiesto che le strutture ministeriali siano poste nelle condizioni di poter applicare il nuovo Codice, cioè debitamente rinforzate con l’assunzione di nuovo personale. Poi, in una successiva conversazione, alle insistenze di chi lo stava intervistando, ha ammesso che "non mi fanno certo sorridere" né la possibilità di concedere interi musei in gestione ai privati, o a Fondazioni, né la riduzione del potere, in campo ambientale, dei soprintendenti, cui è stata tolta la capacità di annullare progetti approvati dai Comuni o dalle Regioni, e che ora potranno soltanto intervenire con un parere puramente consultivo, prima dell’approvazione dei progetti stessi. Settis ha altresì spiegato che "nel quarto d’ora concessomi, non potevo certo dire tutto". In quel quarto d’ora ha tuttavia trovato il tempo di parlare di una "solida impalcatura" del nuovo Codice, rendendone merito al Ministro.
  5. Relativamente al "silenzio-assenso", il Ministro ha confermato che la prima ipotesi d’applicazione di detto principio alla cessione degli immobili di pubblica proprietà l’aveva fatto "sobbalzare sulla sedia"; ma poi, le nuove condizioni e l’elevazione del termine da 30 a 120 giorni, l’hanno fatto totalmente ricredere; infatti, "120 giorni, per non fare quasi nulla, mi sembrano un termine più che adeguato; e poi, per non dare l’assenso con il silenzio, ai soprintendenti basta redigere una dichiarazione di dissenso, che si scrive in 30 secondi". Per cui, fin da ora il Ministro esclude la "dismissione di beni che abbiano qualche valore culturale" e, nella certezza che non apparirà un nuovo Giosué munito di trombe, proclama, elevando il tono della voce, che "questo è un muto di Gerico" (con la speranza che anche qui, come nella Cappella Sistina, non vi sia un autografo di Raffaello: NdR).
  6. La pubblicazione del nuovo Codice ha rivelato l’esistenza di una tabella, ai fini dell’applicabilità degli articoli artt. 63 (Commercio, obbligo di denuncia della vendita e di tenuta dei registri da parte del venditore), 74 (Esportazione nell'UE) e 75 (Restituzione: "La restituzione è ammessa etc": ma perché solo ammessa?); in virtù dei combinati disposti, come direbbero i legulei, degli articoli appena citati, e della stessa tabella allegata (pagg. 127 e segg. dell’edizione del Codice diffusa anche con Il Sole-24 Ore), dette norme non riguarderanno, ad esempio, i dipinti il cui valore sia inferiore ai 139.794 euro; le sculture, i libri, le collezioni (ma di che cosa?: NdR) e "altri oggetti" inferiori al valore di 46.598 euro; gli acquerelli, i guazzi e i pastelli che non raggiungano la stima di 27.959 euro; i mosaici e disegni, incisioni, fotografie e carte geografiche stampate sotto i 13.979,50 euro; mentre saranno applicabili, quasiasi ne sia il valore, ai reperti archeologici, allo "smembramento di monumenti" (sic !!), agli incunaboli e ai manoscritti, nonché agli archivi. Dall’ultimo numero del Giornale dell’Arte, si ricava che il minimale previsto per i dipinti è superiore alle cifre di stima di alcune tele recentemente battute all’asta, come il Grande vaso metallico con fiori su basamento, 128 x 104 cm., di Bartolomeo Bimbi (Semenzato, 29 febbraio 2004 a Venezia), o la Madonna col Bambino e i Santi Giacomo, Giovanni Battista, Stefano Papa e Francesco d’Assisi, 135,5 x 98, cm., di Pietro da Cortona (Porro & C., 25 febbraio 2004, a Milano), per non dire di opere di Piero Fragiacomo, Giacomo Balla, Dufy, Gentilini, ed altro ancora.
  7. Soltanto i più pessimisti possono immaginare la possibilità di accordi tra il venditore e l’acquirente, entrambi uniti dal medesimo interesse, perché il valore delle opere in commercio, o in esportazione, risulti inferiore ai minimi previsti dall’apposita tabella del Codice, cosicché, appunto per queste opere, il Codice stesso divenga inapplicabile.
  8. Credo che sia la prima volta in cui, per l’applicazione di alcune norme di tutela, venga compiuta, nel nostro Paese, una distinzione di valore. Se per un’epoca artistica, come accadde qualche decennio fa per il Seicento italiano, si ripetesse una stagione sfortunata (attenzione: solo per il mercato, che è l’unico a poter attribuire un valore ad una determinata opera), moltissimo potrebbe fuggire del tutto impunemente; in fin dei conti, sir Denis Mahon ha acquistato gran parte dei suoi Guercino e Guido Reni a prezzi che, pur rivalutati, non resterebbero inferiori alla soglia prevista per la loro commerciabilità vincolata (quindi, anche per l’esercizio d’eventuali opzioni da parte dello Stato), o non esportazione.

Oggi, sabato 30 aprile, a Roma c’è il sole; ma è un fatto puramente meteorologico.

Salutoni, e buon 1. maggio, a tutti

Fabio Isman