Ripensando ad Argan

 

Cari amici di Venezia Cinquecento,

da mercoledì 26 febbraio a venerdì 28, rispettivamente a Lincei, nella sala della Protomoteca in Campidoglio e all’Università di Roma La Sapienza, tre giorni di convegno indagheranno "Giulio Carlo Argan, progetto e destino dell’arte"; lo stesso venerdì, sempre alla Sapienza, si inaugurerà una mostra storico-documentaria sullo studioso, scomparso dieci anni e qualche mese fa. Cura il convegno Stefano Valeri; tra i relatori, Oreste Ferrari, Maurizio Bonicatti, Elisa Debenedetti, Rossana Bossaglia, Marisa Volpi, Anna Coliva, Luigi Ficacci, Carlo Lizzani, Giuseppe Chiarante, Augusta Monferini, Italo Insolera, Filippa Aliberti Gaudioso, Silvia Danesi Squarzina, Maurizio Calvesi, Paolo Portoghesi, Michela Di Macco, Orietta Rossi Pinelli, Gianni Vattimo); cura la mostra (catalogo Bagatto libri, dedicato a Bruno Contardi, uno degli allievi prediletti da Argan, recentemente scomparso, come anche Stefano Susinno e Maurizio Fagiolo dell’Arco) Claudio Gamba.

Ho dovuto, e voluto, lavorare un po’ su questo tema, per il mio giornale, Il Messaggero. E mi piace trascrivervi alcune frasi, dal catalogo, che mi hanno alquanto impressionato.

(dall’introduzione di Claudio Gamba).
«…l’ iniziale crocismo superato nell’interesse per i problemi della produzione, l’attività nell’amministrazione delle Antichità e Belle Arti, le due grandi enciclopedie avviate alla metà degli anni Cinquanta, l’insegnamento nell’Università di Roma, le battaglie per la difesa del patrimonio artistico e culturale, e non ultimo il percorso politico»; «Ringrazio anche Francesco Ragghianti per aver concesso la riproduzione di un gruppo di disegni di Argan in suo possesso. Quei contrasti insanabili che hanno opposto per tanti anni Argan e Ragghianti, vengono così ricomposti in nome della ricerca storica, che non appiattisce, bensì spiega le divisioni attraverso l’indagine critica».

(dal saggio di Maurizio Calvesi):
«Né poi il "razionalismo" era soltanto una figura della filosofia; era infatti anche la sigla della più rigorosa e oltranzista tendenza dell’architettura moderna, di cui si dibatteva proprio allora a Torino e a Milano, con Persico e Pagano. Argan, che si unì in matrimonio con Anna Mazzucchelli della redazione di Casabella, ebbe un decisivo contatto con questi ambienti. Il suo interesse per l’architettura, che si manifestò subito con i saggi su Sant’Elia del 1930, su Palladio dello stesso anno, sul Serlio del 1932, su Bramante del 1934, sull’architettura italiana del Duecento e Trecento del 1937, poi su Brunelleschi del 1946, non è un tratto che gli derivava da Lionello Venturi, ma dall’attrazione verso i problemi dell’architettura contemporanea». «"La polemica di Pagano", scriverà Argan nel 1950, "è la polemica dell’ordine contro il disordine... Egli non è morto combattendo contro nuovi ed occasionali nemici, ma contro i nemici di sempre". Europeismo, infine, rigetto degli angusti orizzonti naturalistici, apertura dell’informazione, sono i princìpi che Argan attinge tanto a Venturi, quanto alla cultura architettonica del movimento moderno, e di cui ha inoltre la conferma, se non il primo stimolo, dai suoi contatti con Fillia e i futuristi torinesi … Negli anni Trenta, uno dei pittori cui egli guarda con maggiore interesse è Carrà: la stessa scelta di Roberto Longhi». «La vita di studioso di G.C. Argan la si può vedere suddivisa in tre periodi, quasi di uguale durata. Il primo ebbe inizio quando l’allievo torinese di Lionello Venturi vinse giovanissimo, nel 1933, il concorso di accesso a quella che allora si chiamava l’amministrazione delle Belle Arti e andò a dirigere la Galleria Estense di Modena, per essere in seguito chiamato a Roma presso la Direzione Generale come ispettore centrale. Fu poi nel 1955 che Argan lasciò l’amministrazione delle Belle Arti per passare all’insegnamento universitario e qui si concluse il primo, ventennale periodo della sua carriera di storico dell’arte, come funzionario direttamente impegnato nella tutela e valorizzazione del patrimonio artistico. Raggiunse la sede universitaria di Palermo, dove insegnò fino al 1959, anno del suo trasferimento presso "La Sapienza" di Roma. L’esperienza universitaria, durata anch’essa vent’anni, si chiuse praticamente nel 1976, anche se il ritiro ufficiale ebbe luogo nel 1979. Nel 1976, infatti, Argan era stato nominato sindaco di Roma ed ebbe così inizio il terzo periodo della sua attività che ora si estendeva al campo politico, anche con l’elezione, seguita al mandato di sindaco, a senatore della Repubblica. Ma la sua attività politica ha avuto pur sempre come centro irradiante l’impegno dello storico dell’arte [..]; egli ha sempre strenuamente combattuto, dell’arte come merce. L’attività politica non è stata che la proiezione di questa sua idea centrale dell’arte, collegata alla scuola e appunto alla pubblica utilità e alla polis». «Uno dei momenti più simbolicamente pregnanti del suo mandato di sindaco, fu l’incontro con Paolo VI. Noi rappresentiamo, disse Argan al pontefice, due culture diverse, ma entrambi parliamo il latino. Sull’azione che per tutta la vita Argan ha condotto in difesa del patrimonio artistico nazionale […] è superfluo soffermarci, tanto è universalmente nota. Basterà ricordare la fondazione dell’Istituto Centrale del Restauro, ideato e voluto da Argan e da Brandi nel 1939, Istituto che è presto assurto a un primato nel mondo e gode a tutt’oggi di un sicuro prestigio».

(da Beni culturali, ma di chi?, di Giulio Carlo Argan, pubblicato su Insegnare (a. II, n. 7-8, luglio-agosto 1986, pp. 7-9):
«La cultura non è proprietà di persone, di classi, di singoli paesi; è di tutti. Bene culturale significa dunque bene pubblico. Il termine "bene" ha un senso patrimoniale: i beni culturali sono tali perché parti di un patrimonio…. Benché ci sia una legge e un apparato di servizi la gestione del patrimonio culturale e ambientale in Italia è tutt’altro che soddisfacente: da molto tempo le perdite sono di gran lunga superiori agli acquisti…. Le cause di questo stato di cose sono parecchie: 1) l’inadeguatezza delle leggi di tutela e la fiacca osservanza delle loro norme; 2) l’esiguità delle cifre stanziate dallo Stato per la conservazione e lo sviluppo della cultura; 3) il difettoso raccordo tra ricerca scientifica e tutela pratica delle cose; 4) la scarsa sensibilità del pubblico alla protezione e all’incremento di un patrimonio che gli appartiene». «Non essendoci una politica culturale, ma soltanto una conservazione, per di più insufficiente, è comprensibile, ancorché deplorevole, che lo Stato destini al patrimonio culturale una parte vergognosamente piccola del proprio bilancio: lo 0,21 per cento» (interessante rilevare che ora il ministro Giuliano Urbani afferma che siamo arrivati a una quota dello 0,17 per cento: N.d.R.). «Al fronte dell’interesse pubblico, che è anche l’interesse della scienza e della cultura, si contrappone il fronte della privatizzazione, indubbiamente più forte quanto a mezzi economici e sostegni politici. Oggi, il fronte della privatizzazione è in movimento, anzi in fase offensiva: non si accontenta più di "aiutare" lo Stato e gli enti pubblici nel pesante compito della tutela del patrimonio ma ad assumerne in proprio la gestione: e cioè la direzione culturale del paese».

 

Dall’Antologia di giudizi critici su G.C. Argan: grassetti del R.:

Anna Maria Brizio a Adolfo Venturi (Torino,1 maggio 1930): «Caro Maestro, / Le ho fatto spedire oggi il III fascicolo de l’Arte. Ma — da buona redattrice — non mi arresto e penso al seguito. […] Per il fascicolo di luglio c’è già in redazione anche un articolo sulla critica del Palladio di Carlo Argan, un laureando intelligentissimo, che mi pare assai buono. Forse il prof. Lionello gliene avrà parlato. […] Affettuosi e rispettosi saluti / Anna Maria Brizio» (dalla lettera pubblicata in L. Ficacci, Nel centenario della storia dell’arte, in Studi in onore di Giulio Carlo Argan, Nuova Italia, Firenze 1994, p. 53).

Arnaldo Momigliano a Ernesto Codignola (Roma, 19 novembre 1931): «Illustre professore, / Mi permetto di approfittare della Sua bontà non per me, ma per un mio amico di Torino, il dr. G. C. Argan, che Ella conoscerà certamente di nome, perché è collaboratore della Nuova Italia [la rivista "La Nuova Italia"]. L’Argan desidererebbe sapere se Vallecchi o La Nuova Italia sarebbe disposto ad affidargli un manuale di storia dell’arte per le scuole. Senza voler fare delle gonfiature, non so chi oggi dei giovani studiosi abbia la preparazione dell’Argan, come dimostrano i suoi saggi sul Palladio, sulla scenografia, sull’architettura novecentista comparsi sull’Arte e il saggio sul Botticelli comparso in Cultura, nonché il maggiore lavoro sui trattatisti dell’architettura cinquecenteschi a cui sta attendendo e di cui ha completa e di imminente pubblicazione la parte sul Serlio. Le posso aggiungere che uno studioso come il Panofsky noto per la sua severità mi esprimeva tempo fa la sua ammirazione per i lavori di questo giovane […] / Arnaldo Momigliano» (lettera pubblicata in Una Casa Editrice tra società, cultura e scuola. La Nuova Italia 1926-1986, a cura di Alessandro Piccioni, La Nuova Italia, Firenze 1986, p. 59).

Italo Calvino a Carlo Muscetta (Torino, 26 ottobre 1953): «Siamo contenti del numero [della rivista "Società" di settembre] che abbiamo letto tutto, discusso e commentato. Forse Bollati t’avrà già scritto il suo parere. Il saggio di Argan [su Il moralismo di Picasso], tra i tanti che se ne sono letti quest’anno è forse quello che va più a fondo, che ricava dalla molteplicità degli aspetti una fisionomia unitaria, una definizione convincente» (in I. Calvino, Lettere 1940-1985, a cura di L. Baranelli, Mondatori, Milano 2000, pp. 382-383).

Bruno Zevi, 1977: «Nel 1936 uscì un libretto, L’architettura protocristiana preromanica e romanica, cui seguì, l’anno dopo L’architettura italiana del Duecento e Trecento. Spalancarono un mondo. Certo, gli edifici erano letti sub specie pittorica, quasi che ogni superficie fosse un quadro e ogni spazio una "massa atmosferica"; ma l’individuazione del gioco di quadri e masse era così acuta da incentivare una svolta critica. [..] L’intelligenza critica di Argan è sconfinata». (in Zevi su Zevi, Magma, Milano 1977, nuova ed.: Marsilio, Venezia 1993, p. 123).

Rossana Bossaglia: «Argan non amava il potere; amava il prestigio; il potere uno lo può agguantare, il prestigio fiorisce dalle qualità della persona» (Un maestro di nome Argan. Grandi meriti inutili polemiche, in "Il Corriere della Sera", 25 gennaio 1993, p. 17).

Infine, tra gli oggetti presenti nella mostra, divisa in otto sezioni (La formazione 1909-27; L’Università e il Perfezionamento 1927-33; Argan giovane ispettore alle Belle Arti 1933-43; Dopoguerra e ricostruzione 1944-55; L’insegnamento e l’informale 1955-63; Sperimentazione, contestazione, difesa della storia 1963-75; La città e l’impegno: Argan sindaco di Roma 1976-79; Argan senatore: la battaglia per la cultura 1980-92) vi saranno anche disegni realizzati da Argan, in particolare, caricature e ritratti di Arturo Farinelli (firmato e datato in basso: "Argan 33"", donato a C.L. Ragghianti durante il secondo anno di Perfezionamento a Roma; Farinelli era stato il suo professore di letteratura tedesca all’Università di Torino: amico di Saxl, era tra i pochi italiani a collaborare con l’Istituto Warburg; disegno a matita su carta, 13,5x18, proprietà di Francesco Ragghianti), di Pietro Toesca, di Corrado Ricci, di Palma Bucarelli, di Carlo Ludovico Raggianti, fotografie (ad esempio, con F. Antonicelli, C. Pavese, L. Ginzburg, N. Bobbio E. Monferini, A. Momigliano, M. Mila, G. Debenedetti, C. Levi), documenti, autografi e opuscoli vari, tra cui mi piace di ricordare Un sabotatore: Giorgio Labò, prefazione di Lionello Venturi, testimonianze di Mario Labò, Giulio Carlo Argan, Franco Calamandrei, Alberto Lattuada, Antonello Trombadori; Roma 7 marzo 1946 (nel secondo anniversario della fucilazione avvenuta alle Fosse Ardeatine).

Spero d’avervi interessato, può darsi che qualcuno si fosse dimenticato, o non conoscesse, qualcuna di queste notizie, qualcuno di questi che forse non sono soltanto dettagli.

Salutini a tutti

Fabio Isman