Sono tutti comunisti

 

Cari amici di Venezia Cinquecento,

forse la notizia vi sarà sfuggita, ma è un vero peccato. Perché una voce autorevole ci ha finalmente informato di quale pasta fossero fatti i vari Beato Angelico, Tiziano, Leonardo, Giovanni Bellini, Michelangelo; e anche dei loro degni accoliti, come Donatello e Verrocchio; forse, perfino i più recenti Boccioni e Carrà. Tutti, e indistintamente, dei comunisti. Come anche i pur insospettabili messeri Bartolomeo Pacca, cardinale, ed Antoine Chrisostome Quatremère de Quincy. Infatti (intervista a Panorama, 6 febbraio, pagina 79), l’ineffabile ministro per i Beni e le Attività culturali Giuliano Urbani, quello che – senza bisogno nemmeno di un goccio di buon barbera – vede la firma di Raffaello «sul collo di un angelo nella Cappella Sistina», spiega che «abbiamo talmente tanta roba, che sembriamo un Paese socialista».

Socialisti, quindi, coloro che quella «talmente tanta roba» hanno creato nel corso dei secoli; e socialisti anche quanti, sempre nel corso dei secoli, hanno provveduto a tutelarla, ed a farla restare di proprietà dello Stato: dal cardinal Pacca, a Quatremère de Quincy; fino ai più recenti Alberto Ronchey (ma non era repubblicano?), Antonio Paolucci (ma non era democristiano, perfino consigliere comunale?), e addirittura al ministro (malgré lui) Vincenza Bono Parrino, che chissà se adesso darà querela sentendosi finalmente offesa.

Perché mai tanta assurda semplificazione, perché mai tanta palese assurdità (notoriamente, sono i Paesi socialisti a possedere in massimo grado le bellezze dell’arte e della cultura: chissà)? Ma è chiaro: perché l’ineffabile Ministro possa spiegare, come diretta conseguenza del proprio assunto, che «ora cercheremo di fissare bene la soglia oltre la quale vendere il patrimonio dello Stato non è un diritto, ma un dovere». Proprio così: vendere si deve; anche se finora abbiamo tutti creduto che nemmeno si potesse. E il ministro aggiunge anche che questo lo «ha detto bene anche il professor Salvatore Settis, direttore della Scuola normale superiore di Pisa»: dove e quando, anche dopo la recente nomina a consulente del medesimo Ministro, gli sia sfuggita una simile enormità, non è dato, tuttavia, di sapere; e speriamo che almeno smentisca.

Il bello è che Urbani queste amenità le spiega due righe dopo aver affermato che «il Presidente Berlusconi ha raccolto, facendolo proprio, il decreto presidenziale di Carlo Azeglio Ciampi, che già nel 2000 aveva fissato i confini dell’inalienabilità del patrimonio artistico». E le racconta in un’intervista dal titolo «Giuro: nessun bene andrà in saldo». Insomma, tra pochi giorni, una tavola di Tiziano o Tintoretto probabilmente no; ma qualche pieve, qualche malmesso edificio cinquecentesco, un parco o un giardino, magari una tela di Giovanni Antonio Scalfarotto (1690 circa-1764), o di Giambattista Mariotti (1694-1765 circa), se ne avremo i necessari quattrini, potremo anche comperarcela. Perché, magari, loro stessi erano «dei comunisti».

 

Un caro saluto

Fabio Isman