APPELLO A ROMANO PRODI
UNA ITALIA DA RIFARE

 

Il nostro Paese ha bisogno di una terapia d’urto, ha detto Romano Prodi, di una rianimazione, di una vera e propria ricostruzione: morale, politica, legislativa, comportamentale. L’idea-cardine di "interesse generale" è stata, a nostro avviso, molto indebolita, in certi casi divelta, coi vari condoni, con normative che intaccano il patrimonio di tutti premiando furbi e criminali e punendo i cittadini onesti.

Nella tutela dell’ambiente, del paesaggio, del territorio, del patrimonio storico-artistico del Bel Paese il centrodestra ha prodotto una rottura epocale rispetto ai criteri di fondo plurisecolari che salvaguardavano i beni pubblici, i beni di tutti, fruibili da tutti. Su di essi si sono basate le leggi dell’Italia moderna e, più vicino a noi, quelle sui piani paesistici, sui parchi, sulla difesa del suolo, sulle acque, eccetera. La vendita di pezzi del patrimonio culturale pubblico per fare cassa, lo stesso Codice Urbani pieno di buchi e di ambiguità, le norme devastanti previste dalla legge-delega ambientale confermano la ferita storica inferta, nelle idee e dei fatti, al Bel Paese, alla sua tradizione riformatrice. Ferita da sanare al più presto.

L’apparato di garanzie pubbliche va prontamente ricostituito, assieme alle Regioni, reso più incisivo e tempestivo, investendo su competenze e professionalità: i Ministeri dell’Ambiente e dei Beni Culturali sono allo sbando. Proprio nel momento in cui l’indotto dei musei, delle città d’arte, dei parchi rappresenta la sola nota positiva del nostro turismo in netta crisi. Un suicidio, quindi, anche economico.

L’interesse generale è stato sostituito da una somma di interessi individuali, clientelari, o corporativi, da una visione economicistica del patrimonio storico-artistico-ambientale altamente pericolosa. Si pretende infatti che i beni culturali e ambientali "fruttino" economicamente, mentre,secondo noi, va riaffermata l’idea-forza che la cultura e i suoi beni rappresentano un valore "in sé", e non in quanto diano redditi. Altrimenti si dividono i beni culturali e ambientali fra quelli che possono fruttare profitti e quelli che non possono darne (le chiese di campagna o i borghi di montagna, la rete dei musei più periferici, i parchi più inaccessibili, e così via). Con un arretramento enorme rispetto a pochi anni or sono.

Il nuovo governo di centrosinistra dovrà pertanto riportare in onore grandi valori offuscati o addirittura abbattuti, rianimare una dirigenza umiliata da brutali spoil-system, ridare ai giovani la certezza piena che merito, competenza e professionalità saranno al centro, d’ora in avanti, di ogni nuova politica pubblica per l’arte, la musica, il teatro, il cinema, la televisione pubblica. Per la cultura.

Questa maggioranza di sgoverno ha fatto approvare un progetto di legge urbanistica, ora al Senato, fondato sull’abbandono di ogni pianificazione regionale e comunale nell’interesse generale sostituita da una urbanistica che tutto contratta coi poteri forti delle immobiliari. Viviamo un momento di grande regressione in cui sono esaltati i valori della rendita e della speculazione, fondiaria e finanziaria, mentre vengono depressi i valori del profitto d’impresa. La rendita è il motore di una economia non a caso del tutto immobile. Cammina solo la rovina dell’ambiente e del territorio.

Nel nostro Paese il patrimonio abitativo si è enormemente dilatato. La superficie agraria italiana è diminuita, nell’ultimo mezzo secolo, di centinaia e centinaia di migliaia di ettari subito spalmati di cemento e di asfalto. I terreni a coltura presso le città (spesso svuotate) sono oggi soprattutto aree in attesa di reddito edilizio. Ma ancora non spunta una vera, convinta strategia per il recupero e per il riuso di interi quartieri degradati, di stabili largamente vuoti e sfitti, adibiti ad usi speculativi. Si continua a costruire senza sosta e poi, però, non ci sono alloggi per giovani coppie, immigrati, vecchi e nuovi poveri. Del disordine urbano ("urban sprawl") si discute animatamente in Gran Bretagna e negli Usa. In Francia ci si interroga sulla "fine dei paesaggi". In Italia, no. Eppure, nel Bel Paese, non c’è più soluzione di continuità fra città e città. Mentre la nostra montagna è spesso un grande deserto sfasciato dalle frane.

Un compito immane, politico e culturale, ci sta davanti: sul piano ambientale, territoriale e paesaggistico e su quello, strettamente integrato, dei trasporti di persone e di merci (metropolitane, reti locali e nazionali, cabotaggio moderno). Su tutto ciò noi chiediamo a Romano Prodi di ascoltare questo appello, per "rifare l’Italia", dicendo fin dalle primarie, parole nette, concrete, inequivocabili.