Quel genio del ministro Urbani

 

Ma Giuliano Urbani, come ministro dei Beni culturali, c’ è o ci fa? E’ proprio così o finge di esserlo? Difficile far luce sull’enigma dal momento che il ministro rifiuta – sull’esempio del capo del suo governo e partito – qualsiasi forma di contraddittorio, anche la semplice domanda pubblica, o televisiva, di chiarimento. Lo ha fatto pure nella presentazione del Codice dei beni culturali e del paesaggio avvenuta giovedì 29 aprile (data memorabile quindi): presentazione totalmente “blindata” nel senso che, oltre al ministro, avevano diritto di parola due suoi consulenti di fiducia, i professori Sabino Cassese e Salvatore Settis e nessun altro. Non i cronisti presenti. Non i rappresentanti dei tecnici del ramo, né quelli delle Associazioni. Tutti zitti ad ascoltare. Un bel caso di democrazia compiuta, o meglio di ritiro dalla democrazia. Neppure tanto compiuta, visto che quel Codice Urbani non è mai stato discusso dal massimo organismo tecnico-scientifico del Ministero e dei Beni culturali in generale : il Consiglio Nazionale dove siedono (o forse sedevano) gli esponenti delle Soprintendenze specialistiche, delle discipline universitarie, delle autonomie locali e regionali, dei sindacati confederali, delle stesse Associazioni per la tutela. Non è stato mai discusso per la semplice ragione che il nuovo Consiglio Nazionale scaturito dalle nomine e dalle elezioni tenutesi nel giugno scorso, con ampia partecipazione, non è mai stato convocato dal signor ministro. Neppure in occasione del Codice. Per cui vi sono egregi specialisti – come la storica dell’arte Marisa Dalai della Sapienza e lo storico dell’amministrazione Guido Melis, sempre della Sapienza – i quali sanno di essere stati eletti con un largo suffragio e però non hanno mai ricevuto un atto, un foglio, una lettera da quel formidabile democratico che è il ministro Urbani al cui confronto Giuseppe Bottai grandeggia, anche in questo, cioè nell’avvalersi dei tecnici più qualificati. E’ vero che c’erano Cassese e Settis, ma i due hanno espresso giudizi sul Codice assai dissonanti (il primo cantandone le lodi, il secondo giudicandolo “un punto di partenza” e segnalando di esso alcune “norme sciagurate” salvo poi prendersela col Regolamento Melandri che più rigoroso era senz’altro). Entrambi comunque non sono stati sfiorati dal dubbio che quella operazione di vertice avesse tagliato fuori ogni apporto tecnico-scientifico. Anche su questo il silenzio è stato davvero tombale, in quello stile “sovietico” che Urbani rimprovera al nostro vasto demanio. Che ora con Tremonti smantellerà per “fare cassa”.

Ma vi sono altre cose marmoree di quella indimenticabile giornata. Urbani infatti vi ha proclamato : “finalmente avvieremo la catalogazione, finora non esisteva”. Bel colpo : e i milioni di schede dell’Istituto per il Catalogo? E quelle delle Soprintendenze sparse per l’Italia? Poi si è corretto :”Manca il catalogo dei beni demaniali”. Omettendo di dire due cose fondamentali : 1) con le leggi Bottai gli edifici pubblici di valore con oltre cinquant’anni erano di per sé vincolati e inalienabili ; 2) le attuali schede le sta preparando l’Agenzia del Demanio la quale anzi le ha affidate all’esterno, a società private.

Del resto, perché fidarsi dei suoi Soprintendenti e direttori di musei? Il ministro Urbani, in quel giorno da scolpire nel marmo, ha reso pubbliche altre sue decisive convinzioni : “ormai il paesaggio non lo tutelava più nessuno” e il patrimonio era gestito dalle Soprintendenze che “tendono a limitare gli orari dei musei, a farli vedere il meno possibile”. Ma chi bocciava allora, ogni anno, circa 3.000 progettacci edilizi che d’ora in poi andranno tranquillamente in porto? Pare che fossero i tecnici del Ministero, i quali ora, col Codice, potranno dare soltanto un parere consultivo (“costitutivo”, spiega Urbani, ma sembra un gioco di parole, in realtà è e resta consultivo). E chi teneva aperti anche di sera i Musei – Musei splendidamente riallestiti ed offerti al pubblico (da Capodimonte agli Archeologici di Roma, agli Uffizi o alle Pinacoteche Nazionali di Bologna o di Perugia) - quando i ministri Veltroni e Melandri allargavano i cordoni della borsa convinti che si trattasse di uno strategico servizio pubblico? Anche lì pare che fossero i tecnici del Ministero, i quali con una mitica e soltanto italiana privatizzazione saranno presto sostituiti da manager che sapranno finalmente ”far fruttare” quei tesori (altro che didattica per bambini e ragazzi, altro che servizio pubblico per tutti). Tecnici del Ministero i quali – tranne poche lodevoli eccezioni – su queste autentiche bischerate tacciono, su tutta la linea. Come la maggior parte di giornali e telegiornali.

Tutto ciò sta per avvenire mentre le non meno mitiche società private per i servizi aggiuntivi (libreria, caffetteria, gadget, guardaroba, ecc.) “lasciano” perché non incassano abbastanza : è così alla Gnam di Roma e in tanti Musei – lo riferiva lunedì 3 maggio il “Sole-24 Ore” – dalla Calabria e dalla Puglia ai Civici di Genova. Lasciano perché guadagnano troppo poco, perché gli aggi sono troppo bassi. In realtà perché in Italia non esistono mega-Musei che consentano introiti grassi e perché la gente ai Musei è poco abituata ad entrare. Con biglietti e servizi rincarati, vedrete che afflussi.

Il ministro forse non sa che anche il Grand Louvre riceve dalla mole di servizi che offre e dai biglietti il 20 per cento scarso dei suoi introiti (il testante 80 ce lo mette lo Stato). E pure il Metropolitan di New York incassa meno del 50 per cento : il resto sono denari pubblici o donazioni. Già, perché negli States i privati dànno soldi (detassati) ai Musei, mentre qui pretendono di ricavarne. Grazie a questo ministro geniale che il mondo ci invidia. La cultura deve fruttare soldi, danée, altro che far crescere il grado di civiltà di un Paese. Spremiamoli ‘sti turisti che vengono a vedere il Bel Paese trasformato in Disneyland. Così imparano. Una volta per tutte.

Vittorio Emiliani

 


Pubblichiamo volentieri questo articolo comparso sull’”Unità” del 5 maggio 2004, inviatoci da Vittorio Emiliani, perché arricchisce in misura significativa i contributi al dibattito sul nuovo codice.

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