Mantegna.
Naufragio critico

 

Le celebrazioni volute per il cinquecentenario della morte di Andrea Mantegna hanno una volta di più impietosamente evidenziato le difficoltà di Vittorio Sgarbi a dar luogo a eventi che, al di là dell’appeal verso il largo pubblico dei frequentatori occasionali di mostre, siano capaci di dir qualcosa di significativo non già al novero ristretto degli specialisti, ma anche ai frequentatori della storia dell’arte.

In particolare le mostre concepite per Mantova si connotano per un cocktail micidiale di pressappochismo, arbitrarietà, narcisismo patologico, attribuzionismo a capocchia.

La rassegna delle Fruttiere di Palazzo Tè, in particolare, ha dato adito a una polemica sommamente inutile, concernente il rapporto gerarchico esistente tra il Cristo Morto di Brera e il Cristo sorretto dagli angeli di Copenaghen: Sgarbi e il curatore della mostra, Mauro Lucco, hanno infatti dato luogo a una violenta polemica, relativa alla posizione di preminenza che l’un o l’altro dipinto dovevano assumere nel percorso espositivo. Senza però preoccuparsi di dare ai visitatori la sensazione di seguire un qualsivoglia filo critico nell’affastellamento d’opere spesso incoerenti (vedi l’apparizione senza motivo di un Girolamo da Treviso), sistemate nello spazio della mostra senza cronologia alcuna. Come altre rassegne firmate negli anni recenti da Sgarbi (la mostra del Male a Torino, quella rodigina sui rapporti tra arte veneziana e ferrarese, quella milanese dedicata al caravaggismo a Palazzo Reale, risalendo sino a “Le Ceneri Violette”, ancora mantovane) la mostra delle Fruttiere si risolve dunque in una successione senza capo né coda di contemporanei, epigoni, conterranei, consimili, imitatori di Mantegna, nobilitata forse dai dipinti e disegni del pittore di Isola di Carturo, ma incapace a esprimere un chiaro pensiero critico.

Ancor più grottesca è la mostra ospitata a Palazzo Ducale, e curata in prima persona dallo stesso Sgarbi. Il tema è quello della scultura ai tempi del Mantegna. E va precisato che sono esposti pezzi eccezionali (Donatello, Niccolò dell’Arca, Bartolomeo Bellano, un probabile Laurana non riconosciuto, e molto altro ancora). Il problema è che Sgarbi ascrive al Mantegna un pezzo (una Sant’Eufemia proveniente da Irsina) che ha un sentore terribilmente toscano, e che deriva chiaramente non già dalla mano o dall’influenza diretta del pittore, ma dell’altro gigante operante a Padova, Donatello. Non è un caso che a uno sguardo obiettivo la scultura mostri consonanze con la lezione di Jacopo della Quercia e, soprattutto, con lo stile Michelozzo. Difficile dire di chi sia. Anche se quello di Bellano è un nome che potrebbe essere speso con qualche presunzione di vedere giusto. Quel che è chiaro è che dietro c’è uno scultore di grande raffinatezza, non un absolute beginner, un frequentatore occasionale di quest’arte. Come curiosamente ammette dietro le quinte lo stesso Gilberto Algranti, organizzatore delle mostre mantovane, “Mantegna non ha mai scolpito”. E se mai lo avesse fatto, avrebbe prodotto figure in qualche modo più dure, legnose, più consonati alla sua opera grafica. Algranti sostiene che la storia dell’arte procede anche per errori. L’errore di Sgarbi è però in questo caso conclamato fin dall’inizio, e non c’è ragione alcuna per spendere il nome di Mantegna per questa scultura, e tanto meno per il Compianto che il critico ha scovato alla vigilia dell’evento nella chiesa veronese di San Bernardino, opera di uno scultore che certamente conosce, esattamente come ogni altro artista del suo tempo, il disegno di Mantegna ora al Louvre: il rapporto con Andrea sta tutto qui.

Il resto è fumo negli occhi gettato al visitatore poco accorto, con la compiacenza dei critici d’arte dei nostri quotidiani (De Grada, Tazartes: la lista sarebbe lunghissima).

Andrea Dusio
(27 settembre 2006)