Philipp Zitzlsperger,
Dürers Pelz und das Recht im Bild. Kleiderkunde als Methode der Kunstgeschichte,
Berlin, Akademie Verlag, 2008, pp. 180, ill. b/n e a col., € 29,80

 

Seguendo un percorso non dissimile da quello proposto alcuni anni or sono da Berthold Hinz, teso a promuovere lo studio del fenomeno del “nudo” in Dürer quale indice di un passaggio di civiltà [B. Hinz, Nackt – Akt. Dürer und der “Prozess der Zivilisation”, in “Städel-Jahrbuch”, N.S. 14 (1993), 1994, pp. 199-230; Id., Dürers «Nackett Pild»: Affekt und Abwehr, in Albrecht Dürer, catalogo della mostra (Wien, Albertina), Ostfildern 2003, pp. 57-68], analogamente Zitzlsperger s’interroga in questo saggio sul valore indiziario dell’abbigliamento sfoggiato dal Maestro di Norimberga nel famoso Autoritratto in pelliccia, oggi conservato alla Alte Pinakothek di Monaco, ma un tempo presso lo studio dell’artista nella dimora frequentata dagli esponenti del patriziato locale e da intellettuali, primo fra tutti Willibald Pirckheimer.
È senz’altro legittimo porsi la domanda circa il ruolo dell’abito in un dipinto che è tutto un “programma”, come ebbe ad affermare Heinrich Wölfflin nella fondamentale monografia düreriana del 1905. Ed è altrettanto lecito chiedersi cosa si celi dietro un uso palesemente singolare di una determinata tipologia di mantello con pelliccia, che per i contemporanei poteva rasentare l’improprio, l’inopportuno e perfino  “lo scandalo” (p. 71), con tutto quanto ne consegue in termini di querelle sul decoro, sul rispetto della classe sociale di appartenenza e sulla giusta misura della rappresentazione di sé.

In via preliminare: non è una scoperta dell’ultima ora il grande interesse di Dürer per l’abbigliamento alla moda e i relativi accessori (pp. 11-25), che si riflette vistosamente sia nella produzione di ritratti autonomi, sia quando l’artista compare come figura in assistenza in quadri commissionati da confraternite, da ricchi mercanti ed esponenti della pubblica amministrazione [V. Manuth, Dürer ein Dandy? Beobachtungen zum Kostüm des Künstlers, in Aus Albrecht Dürers Welt  Festschrift für Fedja Anzelewsky, a cura di B. Brinkmann, Turnhout 2001, pp. 165-171]; sia pure in fogli che vantano una natura assai diversa, come nel caso degli schizzi presenti nel Diario dei Paesi Bassi [G. Unverfehrt, Da sah ich viel köstliche Dinge. Albrecht Dürers Reise in die Niederlande, Göttingen 2007]. Dürer non ne fa del resto mistero, ad esempio quando da Venezia, l’8 settembre 1506 – il passo è ben noto – riferisce al corrispondente Willibald: “Vi saluta anche il mio mantello francese, e la mia giacca italiana”, ricordandosene anche in una missiva del 23 settembre [Lettere da Venezia, ed. it. a cura di G.M. Fara, Milano 2007, p. 51 e p. 53], curiosamente non menzionata dall’Autore.

Che Venezia costituisca per la tesi dello Studioso un momento discriminante emerge con chiarezza in diversi luoghi testuali. Soprattutto il secondo soggiorno in Laguna segna per Zitzlsperger la condizione di possibilità per l’ideazione di un dipinto come quello monacense. Qui si tocca uno dei nodi essenziali e, al tempo stesso, il cruciale problema della datazione dell’Autoritratto in pelliccia, la cui vis polemica questo contributo è destinato certo a ravvivare. L’arco delle possibilità si estende dal 1500 al 1509 all’incirca. Nemmeno le indagini riflettografiche sono riuscite a sanare in via ultimativa le perplessità relative alle iscrizioni presenti sulla tavola [M. Schawe, 1998, pp. 315-321]. Sia detto subito: chi scrive non condivide la datazione proposta dall’Autore, ma non perché poco sensata, quanto perché non tiene conto di fattori culturali che possano abbondantemente motivare un ancoraggio intorno al 1500 [E. Filippi, Dio – uomo ∞ Uomo Dio. La viva misura del Rinascimento. Cusano, Alberti, Dürer, S. Giovanni Lupatoto (VR), 2008, cap. 4: Una moderna icona – Un Giano bifronte: AD 1500. L’Autoritratto in pelliccia]. L’attacco del libro di Zitzlsperger è in proposito perentorio e fa appello, fra gli altri, all’autorità di Wölfflin: “Es ist falsch signiert und falsch datiert…”. Seguono, a vario titolo riprese, altre considerazioni di stile, di contesto sociale e normativo, di aspirazioni personali, finalizzate a supportare l’ipotesi cronologica del 1509, anno in cui il pittore avrebbe potuto indossare quell’abbigliamento “in modo legittimo e legale”! (p. 71).

Caratteristica di questo saggio è una decisa aspirazione a posizioni nette, talora progressiste e sperimentali dal punto di vista del metodo, con una positiva attenzione agli apporti di altre discipline. In tal senso risulta evidente – come ammette lo stesso Zitzlsperger – la funzione propulsiva avuta da studi di storia sociale e giuridica, ovvero anche di storia del costume. Su tutti spicca l’abbondante e insistito ricorso agli esiti di un progetto di ricerca pluriennale coordinato da Neithard Bulst dell’Università di Bielefeld. Un primo distillato delle diverse analisi è offerto dal numero monografico della rivista “Saeculum”, 44, 1993, dal titolo: Zwischen Schein und Sein. Kleidung und Identität in der ständischen Gesellschaft (curato con R. Jütte). I contributi di Gerhard Jaritz (Kleidung und Prestige-Konkurrenz. Unterschiedliche Identitäten in der stadtischen Gesellschaft unter Normierungszwängen, ivi, pp. 8-31) e dello stesso Bulst (Kleidung als sozialer Konfliktstoff. Probleme kleidergesetzlicher Normierung im sozialen Gefüge, ivi, pp. 32-46), indicano chiaramente quanto uno studio comparato della legislazione suntuaria e degli elementi di prestigio sociale possa giovare a una più articolata comprensione del ruolo della borghesia nel processo di formazione, ad esempio, di una nuova consapevolezza entro il dibattito statuale nella Germania di primo Cinquecento: è il caso di Norimberga, come di Augsburg. Le due società, anzi, vengono prese da Zitzlsperger a modello esemplare di indagine, laddove il Leitmotiv è la disamina dell’uso di diverse pellicce e tipologie di mantelli, che intercetta vistosamente indicatori di status symbol: Der Pelz als Insignie (pp. 26-47), di aspirazioni culturali (dotti intellettuali), di certificazione di ruoli (quello di giudice, in primis): di questo tratta il capitolo Die Pelzschaube als Rechtssymbol [Il mantello di pelliccia quale simbolo giuridico] (pp. 85-99), oppure, per contro, di velleità di riconoscimento per talento, ed è proprio il caso del genio di Norimberga. Alla comparsa e alle possibili funzioni del mantello con pelliccia nella produzione düreriana l’Autore dedica speciale attenzione in più di un capitolo: Dürers Selbstbildnisse und der Marderpelz [Gli Autoritratti di Dürer e la pelliccia di martora] (pp. 48-54); Stilanalyse (pp. 77-84), ma, in fondo, è il filo rosso che lega i diversi momenti del ragionamento qui dipanato. Chi scrive non ha competenze specifiche, per poter inoltrarsi in disquisizioni di merito su aspetti di pertinenza dello storico del costume, che in questa sede s’invita a riguardare dal proprio angolo visuale la materia oggetto del volume. Sia però consentito di esporre un paio di osservazioni di carattere generale e metodologico. Annotava qualche tempo fa Leandro Ventura in questa stessa sede (2004), recensendo l’utile e interessante volume degli Atti di un convegno internazionele dal titolo: Disciplinare il lusso: la legislazione suntuaria in Italia e in Europa tra Medioevo ed età moderna, curato da Giuseppina Muzzarelli e Antonella Campanini: “Lo studio della legislazione suntuaria è da qualche tempo stato riscoperto come strumento fondamentale di comprensione, non solo in rapporto all’evoluzione di una specifica  forma di elaborazione giuridica dell’Italia e, più in generale, dell’Europa di antico regime. La pubblicazione delle fonti statutarie e normative ha infatti lasciato il posto a una ricerca più estesa e di carattere trasversale, che ha consentito di valutare più ampiamente il ruolo di questa tipologia di leggi che, quasi come attraverso uno specchio, ci presentano un quadro piuttosto chiaro dello sviluppo economico, sociale e culturale di uno specifico contesto e della sua cultura materiale più in genere”.

Non solo “una società nello specchio della legislazione suntuaria” (cfr. saggio di Muzzarelli) è quella offerta dalle indagini di Zitzlsperger, ma al tempo stesso una presa di coscienza di come e quanto un elemento del costume possa essere segnale di un problema avvertito all’epoca più che mai urgente, specie nel contesto di alcune città imperiali della Germania, vale a dire la questione del riordino dello stato giuridico di una società in balia di pulsioni tra loro contrastanti e di posizioni estreme, in tumultuoso mutamento. A parere di chi scrive è qui che il libro offre gli spunti più azzeccati e preziosi materiali di interesse multidisciplinare. Negli ultimi tempi la critica düreriana ha ravvisato la presenza nelle sue opere – significativa e persistente – la cifra di una inesausta riflessione sul tema della “Gerechtigkeit”, della giustizia, dunque, che si affaccia perentorio in tutte le fasi cruciali dell’opera del Maestro, in stretta connessione, dunque, con un tema che toccava da vicino anche gli interlocutori più stimati da Albrecht: da Celtis a Pirckheimer, a Spengler, a Scheurl, al consiglio cittadino, fino a coinvolgere l’ambiente della Riforma, da Lutero alle frange radicali. Anche la gara in campo artistico abbisogna di regole e di arbitri, capaci di retto giudizio (pp. 116-117). Al plesso di motivi, che nell’Autoritratto in pelliccia legano – inscindibilmente – conformità al modello cristologico, ricerca della misura ideale, tanto dal punto di vista delle proporzioni, quanto a livello etico, viene dedicato il capitolo Ikonologie des Selbstporträts (pp. 100-117), uno dei più lunghi del libro, se si eccettua l’Epilogo (pp. 118-155).

Di che cosa tratta l’epilogo? Tutto sommato, si potrebbe perfino affermare che tutti i capitoli che lo precedono costituiscano una sorta di viatico e di casistica di quanto l’Autore intende proporre nelle vivaci pagine, che richiamano esattamente il sottotitolo del volume: Kleiderkunde als Methode der Kunstgeschichte [Storia del costume quale metodo per la storia dell’arte], laddove è percepibile una non celata provocazione. Che la normativa suntuaria sia una fonte a tutti gli effetti è patrimonio comune da tempo. Per la casistica italiana basti ricordare il fondamentale e ponderoso repertorio di Rosita Levi Pisetzky, Storia del costume in Italia, in cinque tomi (1964 -1969); più vicino a noi, le ricerche molto importanti di Doretta Davanzo Poli per la realtà veneta, arricchite recentemente da quelle di Luca Molà. Proprio rispetto al problema cronologico della datazione dell’Autoritratto düreriano, da Zitzlsperger sospinta dopo il secondo soggiorno veneziano, e con quello strettamente correlato, al momento in cui l’artista – nel 1509 – viene accolto anche per legittimazione giuridica fra i maggiorenti di Norimberga (p. 71sg.), sarebbe stato motivo di ulteriore interesse cogliere elementi di eventuale analogia, proveniente da una comparazione diretta delle fonti venete coeve. Non è questo però il punto. Riconosciuto il valore polisemico di questo tipo di fonti, qual è, secondo l’Autore, l’incidenza di fonti siffatte nel dominio della storia dell’arte?  Qui s’impone la questione metodologica di fondo (pp. 118-121). Nell’affermare che sarebbe auspicabile una più stretta sinergia fra i settori che studiano i fenomeni dell’arte e quelli del costume e della moda, lo Studioso addita un problema ancora irrisolto di approcci troppo settoriali e, come tali, unilaterali e di corto respiro (p. 121), pur ammettendo che dal secondo dopoguerra sono stati intrapresi passi fruttuosi in tal senso. Che sia necessario, talora imprescindibile, avere informazioni puntuali sull’evoluzione della moda nel contesto delle indagini storico-artistiche viene illustrato al lettore mediante il ricorso a un excursus ad ampie campate, dall’età primorinascimentale al dipinto di Benjamin West (1770), Morte del generale Wolfe, che sollevò parecchio scalpore perché osava presentare sulla scena abiti contemporanei (pp. 135-137).

Nell’epilogo – o si potrebbe forse meglio definirlo un deciso appello a un’attenzione reciproca fra i saperi – l’Autore mette a frutto la sua pluriennale familiarità con l’arte italiana, la sua storiografia e letteratura artistica, specie quella che nel periodo tra metà XVI e inizi XVII secolo si occupa abbondantemente a più riprese dei “codici” di comportamento e di decoro [ci sarebbe piaciuto leggere anche il nome di Benedetto Varchi, vista la contiguità cronologica del 1529 con la fonte dell’anonimo di Augusta], che fanno tutt’uno con le leggi suntuarie e le descrizioni figurative. Da questo punto di vista ci sono buone ragioni per rallegrarsi dell’uscita di questo studio, che può sollecitare anche progetti di ricerca a cavaliere delle Alpi, in special modo quando, come nel caso di Dürer o di centri presso cui transitarono esponenti di spicco della società europea, si dà la felice occasione di un interscambio di informazioni. A tal proposito, ci si sarebbe augurati una più attenta cura redazionale circa la sillabazione delle parole italiane (p. 134) e la loro precisa citazione in bibliografia, invero non sempre impeccabile. Ma questo nulla toglie alla godibilità anche grafica del volumetto, com’è tradizione di Akademie Verlag. Un appunto, a margine. Chi scrive si è un poco sorpresa di trovare sviluppato in modo tanto esteso il confronto fra il caso della Norimberga di Dürer e la Augusta di Christoph Amberger, pittore i cui ritratti vengono qui preferiti, per focalizzare segnatamente l’uso del mantello con pelliccia presso alcuni ceti sociali. Perché mai, allora, non convocare alcuni altri suggestivi esempi, perfino più vicini per datazione, quali sono offerti da Lucas Cranach il Vecchio? Il riferimento è al Ritratto di Christoph Scheurl (1504), giurista e umanista di Norimberga, che pure viene evocato a proposito di un suo scritto sulla costituzione cittadina  (p. 55, nota 65); oppure si pensi a altro ritratto di dotto, che immortala il giurista Johann Stephan Reuss 1503 (Nürnberg, Germanisches Nationalmuseum), o, ancora, quello oggi a Winterthur, sempre realizzato da Cranach intorno al 1502-1503, che ritrae Johannes Cuspinian. Del resto, una cauta consapevolezza traspare dall’asserto per cui “è pur sempre da osservare che nel caso del significato della pelliccia per l’autoritratto monacense ivi si è nel contesto di Norimberga [laddove altrimenti, l’episodio del ciclo dei mesi con l’esibizione dei diversi tipi di mantelli e pellicce portati dai personaggi] si tratta di Augusta, due città del Reich che, prima della riforma imperiale dell’ordinamento di polizia del 1530, pare non avessero in realtà leggi suntuarie identiche” (p. 43).

Ciò detto, è profitto del libro di Zitzlsperger aver attivato nel lettore il recupero memoriale e la contestualizzazione di “testi figurativi”, che ora possono essere riguardati con una attenzione diversificata e nuova. Se “il Cinquecento è veramente il secolo in cui vengono definiti con maggior rilievo i modi di apparire in società dell’individuo [ed] elemento di prima importanza, l’abito” [J. Guérin Dalle Mese, 2002, p. 11] – cui si aggiunga, altrettanto significativo, l’acessorio – come, ad esempio, il guanto [E.M. Dal Pozzolo, 1994, pp. 29-36; A. Gentili, 2005, p. 52] – e se, dunque, “l’abito fa il monaco”, pur tuttavia ci sembra patrimonio irrinunciabile della realtà dipinta, specie nei casi di artisti di rango e dalle velleità intellettuali non dissimulate, come per Albrecht Dürer – Apelles Germaniae – quello straordinario margine di azione creativa, “das kreative Potential”, che proprio nel dipinto offre possibilità di dispiegare una “bellezza sociale”, che invero poi non era attuabile nel quotidiano [M. Bringemeier, Priester- und Gelehrtenkleidung. Ein Beitrag zur geistesgeschichtlichen Kostüm­forschung, Münster 1974, p. 26).

(Elena Filippi,
6 ottobre 2008
)


Indice

Prolog

Dürers frühe Selbstbildnisse

Der Pelz als Insignie

Dürers Selbstbildnisse und der Marderpelz

Dürers Wahl zum Genannten

Probleme der Datierung

Stilanalyse

Die Pelzschaubeals Rechtssymbol

Ikonologie des Selbporträts

Epilog: Kleiderkunde als Methode der Kunstgeschichte


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