Giuliano Urbani,
Il tesoro degli italiani. Colloqui sui Beni e le Attività culturali
Milano, Arnoldo Mondadori, 2002, pp. VIII+148, € 15,00.

 

L'attenzione e le numerose, conseguenti polemiche sulla gestione dei beni culturali nell'ultimo anno e mezzo hanno visto negli ultimi sei mesi del 2002 un'escalation in attività legislativa, contenuti ed intensità polemica. In questo senso è importante sottolineare l'uscita pressoché contemporanea di quattro volumi che si occupano della gestione di un patrimonio che, come quello italiano, è vasto e straordinariamente articolato. A questo problema infatti, hanno dedicato il loro lavoro Rosanna Cappelli (Politiche e poietiche per l'arte, Milano, Electa), Silvia Dell'Orso (Altro che Musei. La questione dei beni Culturali in Italia, Bari, Laterza), Salvatore Settis (Italia S.p.A. L’assalto al patrimonio culturale, Torino, Einaudi) e il ministro Giuliano Urbani con questo volume pubblicato da Mondadori.

Il libro riproduce un lungo colloquio tenuto dal ministro nel luglio del 2002 su iniziativa della casa editrice Spirali. Come accade spesso in un colloquio, i vari argomenti si succedono talvolta senza ordine logico, ma questo non stupisce. Ciò che si nota è che i temi di discussione sono docili, privi di osservazioni critiche significative e finalizzati a concedere un comodo destro a Urbani, per consentirgli di fornire ampie motivazioni dell'operato del suo ministero. Le questioni affrontate sono impegnative e riguardano nel complesso la visone che Urbani ha della gestione del ministero, sia per il settore beni culturali, che per lo sport e lo spettacolo. Considerate le varie soluzioni proposte nel libro, ciò che si può dire in generale è che Urbani sembra avere una visione un po' troppo ottimistica dei problemi dei beni culturali in Italia. Inoltre sono presenti delle considerazioni che non convincono, sia sul piano legislativo, che su quello del buon senso, anche perché spesso sono presentate attraverso slogan semplificatori, con fastidiosa leggerezza, con scarsa dimestichezza delel questioni o infine con paragoni impropri. Ovviamente il ministro parla da specialista di questioni politico-economiche e non da tecnico del settore che governa, quindi molte osservazioni vanno prese con beneficio d'inventario.

Non si deve nascondere, però, che il libro presenta degli errori clamorosi che speriamo siano da assegnare, più che al ministro chiamato a gestire il patrimonio culturale italiano, a un redattore impreparato. Tra questi errori, il più stupefacente è l'incredibile presenza di una firma di Raffaello sul collo di un angelo della Sistina (p. 30), che già ha indicato Fabio Isman nella lettera inviata a Venezia Cinquecento qualche giorno fa (ma sarebbe interessante sapere di quale angelo si tratti, dal momento che potrebbe venire anche il dubbio che il ministro si riferisca a qualche angelo del Giudizio universale). Così come non si deve nascondere il fatto assolutamente inedito che Ravenna sia diventata una città romanica (p. 54), o che sotto la chiesa tardo-duecentesca di San Lorenzo Maggiore a Napoli si celino i resti di una città rinascimentale (p. 25), o ancora che il Foro Italico a Roma presenti importanti esempi di architettura neoclassica nella Palestra di Scherma del 1936 (p. 51), o che, infine (ma questo non è un errore, piuttosto un giudizio improprio), che la Gioconda è meglio vederla a casa collegandosi alla rete, piuttosto che al Louvre (p. 30), dal momento che nel museo c'è troppa gente che si ammassa davanti a quel dipinto che è un po' piccolo e c'è un vetro spesso che falsa i colori.

Nonostante la gravità, purtroppo non sono solo queste le affermazioni preoccupanti nel libro di Urbani, dal momento che quanto si legge giustifica ampiamente i timori legati al destino del patrimonio culturale in Italia, minacciato da più forme di privatizzazione e da una sorta di sudditanza del ministero di cui Urbani è titolare rispetto a più forti dicasteri, come quello dell'Economia. Parallelamente, non tutto quanto scrive Urbani deve essere rifiutato aprioristicamente, dal momento che alcune affermazioni possono essere condivise, anche se talvolta ciò avviene per  l'ovvietà che scaturisce dall'applicazione di semplici norme di buon senso.

Ma è bene procedere con ordine. Il libro è organizzato in tre capitoli che riproducono il colloquio cui si è già accennato. Qui affronteremo i primi due che riguardano I principi ispiratori (cap. I) e Nuovi strumenti per la tutela e la valorizzazione dei beni culturali (cap. II). Il terzo capitolo invece, dedicato a sport e spettacolo, non sarà trattato nelle righe successive. A questa prima e più ampia parte segue una serie di interviste e articoli pubblicati su vari organi stampa tra il luglio del 2001 e l'agosto 2002. Il libro si chiude con una serie di "Tavole" che riproducono schematicamente le linee politiche e programmatiche della riforma del ministero dei beni e attività culturali avviata da Urbani.

Nel presentare le argomentazioni presentate dal libro, sorvoleremo sulle critiche alle gestioni precedenti perché, pur essendo moderate, sono scontate e poco interessanti nel contesto del messaggio trasmesso da questo testo. Urbani, in una dichiarata difesa del pluralismo culturale, propone come cardini del suo operato tre punti: tutela, promozione/valorizzazione e vigilanza. Su tutto comunque prevale l'interesse per l'ingresso del privato (o di forme di gestione privatistica) nel settore, attraverso agevolazioni fiscali o di altra natura. La sfera privata è poi presente anche in altri argomenti presentati da Urbani, così da far emergere una forma di generale "disarmo" da parte dello Stato nel settore: mancano i soldi (ma questo è un male cronico); lo Stato può garantire in bilancio solo l'equivalente dello 0,17% del PIL a favore dei beni culturali; Urbani si impegna a raggiungere in cinque anni l'1% del PIL, ma di questa percentuale almeno la metà deve essere fornita dai privati. Questa visione, francamente un po' troppo ottimistica, dell'interesse dei privati per i beni culturali, per essere realizzabile deve tradursi in forme di attrattive economiche (ma non solo) per chi desideri investire i propri denari in questo campo. In questo senso Urbani si dilunga in varie esemplificazioni, che spesso producono seri dubbi, se pensiamo che vengono proposte da chi dovrebbe garantire la tutela dei beni. Per esempio, proprio a proposito della tutela sembra che il ministro si preoccupi prevalentemente del regime dei vincoli a cui i beni sono sottoposti, non per rendere più rigido il sistema ma con il fine di proporre forme più semplici di ricorso da parte dei proprietari. Altro caso interessante è la gestione globale dei servizi museali, già prevista da un articolo delle legge finanziaria del 2002, ovvero l'affidamento a società private della gestione dei musei e delle aree archeologiche, pur sotto il controllo delle soprintendenze. Tuttavia non si capisce come risolvere la questione della sperequazione che si verrebbe a realizzare tra i grandi e i piccoli musei o tra le grandi e le piccole aree archeologiche, un problema che il ministro risolve pensando a delle grandi società per le grandi realtà museali e a delle fondazioni (o altro) create da entità locali per i luoghi meno interessanti o periferici. La soluzione è un po' semplicistica, ma le preoccupazioni ventilate da molte parti vengono liquidate dal ministro, perché chi ha sollevato concretamente il problema «non sa com'è nato, quel nostro patrimonio. È nato dai privati: al massimo dunque glielo restituiamo» (p. 37).

Ma ciò che conferma ancor più le preoccupazioni di chi in questi ultimi mesi ha lanciato l'allarme sul destino del patrimonio culturale italiano sono le affermazioni sulla possibilità di vendere parte di questo patrimonio. Ovviamente Urbani nega decisamente (p. 41) che si voglia vendere il Colosseo, la fontana di Trevi o il duomo di Milano, dal momento che si tratta di beni sfruttabili sia per il loro potenziale economico sia per il loro valore di immagine (e poi perché non sappiamo come la prenderebbe la diocesi milanese). Tuttavia i beni improduttivi saranno venduti! Infatti molti beni sono abbandonati, alla rovina (una villa, per esempio, p. 42) e allora, anziché tutelare (il che sarebbe uno dei compiti primari affidati dalla Costituzione allo Stato), si preferisce vendere. Anzi si pensa «di vendere tutto ciò che è a rischio» (p. 44, il corsivo è di Urbani). E perché avverrà questo? Non solo perché lo Stato non è in grado di garantire la tutela, ma perché lo Stato ha «un mare di debiti sul quale paghiamo interessi e un favoloso patrimonio pubblico, artistico e statale, da cui non guadagniamo niente» (p. 46). Tuttavia non si tratta di svendere, come teme qualcuno, ma di vendere al prezzo migliore possibile. Simili questioni interessano anche il paesaggio: le coste in particolare, come quelle della Sardegna (p. 73), rischiano molto, dal momento che Urbani intende consentire la "riminizzazione" di varie zone (non specificate) del litorale italiano (p. 75).

Insomma c'è poco da stare tranquilli. Ma in questo testo autocelebrativo, preoccupante, ridondante, talvolta contorto, possiamo trovare qualche spunto positivo? Forse sì, se però questi spunti vengono corretti e indirizzati in senso meno economicamente drastico. Urbani infatti in più punti del volume torna sulla questione dei beni culturali come elemento determinante dell'immagine che l'Italia dà di sé all'estero. In effetti, se bene utilizzato, il patrimonio può essere considerato un potente mezzo promozionale, ma Urbani non considera con chiarezza che in questo senso non dobbiamo limitarci a compiere operazioni di immagine o di puro sfruttamento economico e mercantile. La potenzialità del patrimonio è infatti soprattutto culturale e di identificazione, quanto meno, nazionale. A questo tema si ricollega poi un'altra questione che in più punti emerge, sommessa e non risolta perché presentata in maniera contraddittoria nelle parole di Urbani. Infatti il ministro sottolinea come la cultura debba essere democratica ma non massificata; la promozione e la diffusione della conoscenza del patrimonio deve essere la più ampia possibile, ma deve rimanere a livelli qualitativamente alti. Nonostante su questa affermazione ci si possa confrontare positivamente, Urbani non parla minimamente di come questa cultura debba essere trasferita ai cittadini, non si accenna alla scuola (che per inciso sta andando verso la rimozione della storia dell'arte da molti corsi di studio superiori), non si accenna ai servizi didattici dei musei, non si individua alcun soggetto o istituzione che dovrebbe impegnarsi in questo senso, ma anzi l'acquisizione di queste conoscenze «deve essere lasciata, come dire, alla libertà dei cittadini» (p. 33). Ovviamente si tratta della libertà di rimanere ignoranti, dal momento che, se qualcuno non sa, non viene detto da chi debba essere aiutato ad apprendere.

Il panorama che emerge da questo libro è quindi nel complesso sconfortante: il patrimonio culturale viene considerato prevalentemente come merce destinata a salvare le sorti di un paese indebitato, e non come il più forte segno di una tradizione, di un passato da tutelare a opera di uno Stato che dovrebbe trovare la sua forza e la sua autorevolezza anche nel modo in cui garantisce la conservazione di un patrimonio straordinario.

Leandro Ventura
(12 gennaio 2003)


Vai al sito web dell'editore