Da Romanino e Moretto a Ceruti. Tesori ritrovati della Pinacoteca Tosio Martinengo,
catalogo della mostra a cura di Elena Lucchesi Ragni e Renata Stradiotti (Brescia, Pinacoteca Tosio Martinengo, 22 ottobre - 19 marzo 2006) Conegliano Veneto, Linea d'ombra Libri, 2006, pp. 192, 31 ill. a colori, 83 in b/n, € 28,00

 

La mostra bresciana Da Romanino e Moretto a Ceruti.  Tesori ritrovati della Pinacoteca Tosio Martinengo, curata da E. Lucchesi Ragni e R. Stradiotti e recentemente conclusa,si inserisce programma del ciclo di rassegne “Brescia. Lo splendore dell’arte” organizzato dal Comune di Brescia, da Brescia Musei Spa, da Fondazione CAB e Linea d’ombra.
Tesori ritrovati ha riproposto in parte l’itinerario espositivo della mostra proposta l’anno scorso alla Pinacoteca Tosio Martinengo - Da Raffaello a Ceruti.

Lo stretto collegamento fra le due esposizioni si inserisce in un preciso progetto culturale che si è posto come obiettivo una riflessione sul futuro della collezione Tosio Martinengo da un punto di vista sia museologico che museografico.

Da qualche anno si sta elaborando infatti un’ipotesi di riorganizzazione complessiva delle raccolte civiche bresciane, comprendente le opere pertinenti alla Pinacoteca ma anche le tele conservate in deposito (per lo più un nucleo otto-novecentesco), che potrebbero trovare adeguata collocazione presso altri palazzi cittadini da riqualificare a tale scopo.

Si pensi a Palazzo Tosio, ora sede dell’Ateneo, o a Palazzo Bonoris, sui quali sono stati compiuti preliminari studi, oppure a palazzi del comparto urbano, che potrebbero divenire seconda sede della civica Pinacoteca, come Palazzo Martinengo Colleoni  o Palazzo Martinengo delle Palle, per i quali è già previsto il trasferimento degli uffici giudiziari.

Quest’ipotesi progettuale si propone infatti di valorizzare in modo complessivo le caratteristiche storico-architettoniche dell’area sud-orientale del centro storico di Brescia, di per sé omogenea.

Anche l’esposizione Tesori ritrovati si inserisce in questa logica, puntando a scoprire e ritrovare grazie a un percorso conoscitivo “tesori nascosti” (una trentina di opere) e quindi ad accrescere il valore culturale, artistico e patrimoniale della collezione dei dipinti della Pinacoteca.

L’ambito ricognitivo è ancora diretto all’interno del museo, ma il restauro di alcune delle opere che costituiscono questo patrimonio ha portato a valorizzarne di conosciute come a scoprirne altre meno note, “nuovi capolavori” che si aggiungono a quelli già presentati nella mostra Da Raffaello a Ceruti.

Il percorso coinvolge una sessantina di dipinti, per un itinerario che va dal XV al XVIII secolo, cui si aggiunge una parte cospicua delle opere della collezione, mostrate al visitatore secondo la formula insolita delle sale-deposito rese visitabili sotto forma di quadrerie.

Il percorso si apre con alcuni dipinti del lascito Sciltian al Vittoriale degli Italiani, temporaneamente depositati presso la Pinacoteca, tra cui una grande scena di Mercato di Giacomo Francesco Cipper detto Todeschini, il Ciabattino del Cifrondi e i dipinti di Ceruti con Le due sorelle e I bari.

Francesco Frangi propone infatti in catalogo una ricostruzione del percorso biografico del collezionista Gregorio Sciltian (1900-1985), pittore realista armeno amico di Roberto Longhi (al quale dedicò una Natura morta ora custodita a Firenze presso la Fondazione Longhi), grande ammiratore dell’arte antica e delle mostre che la celebravano.

La mostra bresciana vanta nuove scoperte, legate in parte ai recenti restauri, da riferirsi al Moretto, al quale è attribuito il Cristo portacroce, un grande affresco degli anni giovanili, opera di straordinario impatto visivo (della quale si conserva una fotografia storica presso l’Archivio Fotografico dei Civici Musei), al Moroni, cui sono attribuite due preziose tavolette con i Santi Faustino e Giovita, ritrovate nei depositi e riferibili all’attività giovanile del pittore bergamasco, e a Francesco Paglia, estensore della Guida della Pittura, cui si legano ora anche quattro tele raffiguranti Figure allegoriche.

Indagini scientifiche e ritrovamenti documentari hanno permesso inoltre di approfondire le vicende legate all’esecuzione del polittico di San Nicola da Tolentino per la chiesa di San Barnaba, firmato nello scomparto centrale da Vincenzo Civerchio e datato 1495, in relazione al quale è emersa la sicura collaborazione di Francesco Napolitano e di un altro artista ancora da individuare.

Il percorso dell’anno scorso si è arricchito di nuovi elementi: la Madonna dei Garofani, copia dal Sanzio appartenuta a Paolo Tosio, affiancata alle tele di Raffaello; la Madonna in trono del Ferramola, datata 1522, inserita nella sala dedicata al Foppa; il Cristo portacroce del Romanino, restaurato in occasione della mostra e posto accanto al noto dipinto con Cristo e l’angelo del Moretto.

Interessante poi soprattutto la revisione del fondo seicentesco, diviso fra Pinacoteca e deposito, in fase di approfondimento (alla ricognizione in atto si dedicano in tono divulgativo i due saggi di A. Dalerba e F. Frisoni contenuti nel catalogo) anche per sua eterogeneità.

Ne fanno parte le Figure allegoriche del già citato Paglia, il San Pietro liberato dall’angelo di Antiveduto Gramatica (lascito Michovich), la Santa Caterina del Moncalvo, la Toeletta di Venere dell’Albani, il San Sebastiano del napoletano Domenico Antonio Vaccaro, varie opere dei due fratelli Nuvolone, una Sacra Famiglia del Fiammenghino, due tele di Antonio Domenico Beverense (forse provenienti dal Palazzo della Loggia), un Sansone e Dalila del Loth e altri dipinti attribuiti a Federico Bianchi, al Cifrondi e al succitato Paglia.

A Palma il Giovane sono date una Flagellazione (inv. 237) e (con meno certezza) un Cristo in Pietà (inv. 1037), mentre al seicento emiliano invece si legano le opere di Domenico Fiasella, del Romanelli, del Caretti, del Mastelletta, di Felice Torelli e del Sassoferrato.

L’individuazione di una nobile provenienza ha restituito nuovi significati ad alcune opere già riconosciute come capolavori: è il caso dei dipinti a pendant di Luca Giordano e delle quattro grandi tele di Philipp Peter Roos detto Rosa da Tivoli, provenienti dalla collezione Calini ai Fiumi.

Per le opere del XVII secolo è stata adottata la soluzione espositiva della quadreria, in modo da contestualizzare i dipinti e permettere confronti con gli altri elementi coevi o di medesima autografia (è il caso di una natura morta di Antonio Rasio, ricondotta al pittore grazie all’accostamento con altre opere che gli erano state precedentemente attribuite).

Sono state riunite su più livelli anche le opere di uno stesso lascito, come nel caso della raccolta Tosio – presentata per la prima volta per intero – ma anche altre opere, in modo da testimoniare la ricchezza delle collezioni, permettendo ai visitatori di conoscere e studiare opere non comprese nella rassegna.

Per esempio è stata esposta la piccola pala con i Santi Rocco, Cosma, Damiano, Nicola da Bari e Antonio abate, la cui attribuzione al Moretto ha suscitato diverse discussioni.

Per i prossimi anni l’idea è quella di proseguire la ricerca avviata dalle precedenti esposizioni della collezione, per gettare lo sguardo su una nuova selezione delle oltre mille opere custodite a Palazzo Martinengo da Barco, dedicandosi ora ai grandi cicli tardorinascimentali dei Campi, del Marone, del Gambara, e al panorama variegato delle testimonianze pittoriche del Settecento.

C’è da sperare che si riesca a valorizzare il percorso di ricerca senza rischiare di scomparire dietro alla fortuna di pubblico che ha attratto migliaia di visitatori alle “Grandi mostre”, relegando in un certo senso la componente ‘bresciana’ dei ‘tesori’ a cenerentola del ‘colore nuovo’.

Il catalogo stesso è stato pubblicato a chiusura di mostra (ma questo può dipendere da anche altre ragioni..) e alla vernice per la stampa – che era contemporanea all’apertura delle rassegne di Santa Giulia dedicate a Van Gogh e Gauguin e a Millet – ero l’unica giornalista presente, tanto che ho dubitato di avere sbagliato giorno.

Questa non vuole essere una polemica contro la biasimata “mercificazione dell’arte”...

Ben venga la Brescia dei sodalizi e delle ‘Grandi mostre’, a patto che il successo legato a opere di sicuro richiamo non prevarichi ciò che è storicamente nostro, rischiando per altro di esaurire la loro memoria con la chiusura di un evento di forte impatto mediatico.

Vera Bugatti
(8 apr 2006)

 

 


Indice

Elena Lucchesi Ragni, Renata Stradiotti
Un museo in mostra... e non solo

Angelo Dalerba
Spigolature nella Pinacoteca Tosio Martinengo: il Seicento lombardo e veneto

Fiorella Frisoni
Spigolature nella Pinacoteca Tosio Martinengo: il Seicento emiliano e altro

Francesco Frangi
I quadri di Gregorio Sciltian. Ragioni ed equivoci di una collezione d'artista

Catalogo delle opere

Bibliografia generale
a cura di Anna Alberti