Leonhard Schmeiser,
Das Werk des Druckers. Untersuchungen zum Buch Hypnerotomachia Poliphili,
Maria Enzersdorf, Edition Roesner, 2003, pp. 176, ill. b/n, € 38,50

 

L'Hypnerotomachia Poliphili è senza dubbio uno dei testi più studiati dei primi decenni della stampa e non solo per la straordinaria qualità tipografica o per la cura formale del suo apparato illustrativo. Gran parte del fascino e dell'interesse del libro risiede infatti nel contenuto del testo e intorno a questo aspetto, così come intorno al problema del nome dell'autore, si sono affaticati numerosi interpreti.

Il filosofo austriaco Leonhard Schmeiser, noto per una Allgemeine Theorie der Mitteilung (2001), tenta ora una rilettura sistematica del Polifilo, commentato utilizzando strumenti offerti non solo dalla filologia, ma anche dalla metodica psicanalitica, e basandosi su alcuni presupposti clamorosamente dirompenti nel panorama della storia critica del libro. Ma qui va anticipato che le radicali novità interpretative suscitano profondi dubbi sulla effettiva validità delle ipotesi avanzate, soprattutto per la fragilità dei legami con il contesto presentati dallo studioso, legami che avrebbero indiscutibilmente consentito un solido e necessario dato di confronto.

Ciò che salta subito agli occhi, prima di affrontare la lettura, è sia la particolarità tipografica del volume di Schmeiser, con la presenza di brani riprodotti in facsimile che si alternano al testo scientifico, così come l'apparato di note leggerissimo, quasi inesistente. Ma poi, quando ci si addentra nel percorso interpretativo proposto da Schmeiser, la lettura si fa ardua, soprattutto per le continue proposte che molto spesso sono prive, appunto, di addentellati con il contesto storico.

In primo luogo, per Schmeiser l'autore del testo dovrebbe essere lo stesso Aldo Manuzio. Questa ipotesi è sostenuta da un'ampia introduzione teorica, peraltro condivisibile, sul ruolo innovativo che l'editore/tipografo svolge nel nuovo mondo della produzione a stampa del libro, quando l'editore diventa una sorta di coautore, a causa del suo elevato grado di corresponsabilità nella produzione dalla forma finale del testo. Ma la formulazione del nome di Manuzio quale autore del Polifilo risiede anche nella convinzione che l'alta qualità del testo non possa essere attribuita a un semi-sconosciuto Francesco Colonna, chiunque egli sia, o il domenicano di San Zanipolo, o il rampollo della nobile famiglia romana, sui quali gli studi si sono fin qui divisi. Aldo Manuzio, al contrario, possiede tutte le qualità culturali e professionali per poter rivestire i panni dell'autore del Polifilo. Ciò verrebbe provato anche dal fatto che la vicenda si svolge nel regno di Eleuterillide, un nome dalla radice greca eleuter-, la stessa di eleuterìa che, tradotta in latino, diventa libertas. Ma la cosa più sorprendente, secondo Schmeiser, è che la radice di libertas è liber-, così che il regno di Eleuterillide diventa il regno del libro(!)

La proposta di Schmeiser fa piazza pulita di una lunga tradizione che, fin dal XVI secolo individua nel frate domenicano Francesco Colonna l'autore del Polifilo, una tradizione in verità autorevole, anche se la sua autografia non è sostenuta da alcun elemento determinante. Il testo presenta infatti un frontespizio adespoto, ma il nome di Francesco Colonna è nascosto in più punti del libro e in particolare nell'acrostico che unisce le 38 iniziali decorate dei capitoli dei due libri, che si leggono «POLIAM FRATER FRANCISCUS COLUMNA PERAMAVIT». È questo un dato noto, così come è noto l'apparato di prove indirette che sostengono l'identificazione di Francesco Colonna con il frate domenicano di San Zanipolo. Perciò ci si potrebbe chiedere quale ruolo svolga a questo punto il frate nell'impalcatura interpretativa proposta da Schmeiser. Il frate non scompare, ovviamente, perché Aldo Manuzio avrebbe denunciato con il Polifilo in maniera cifrata proprio Francesco Colonna, colpevole di aver violentato anni prima la futura moglie dell'editore. Anche se conosciamo l'abitudine del frate a trascurare di frequente gli obblighi dell'abito che indossava, sembra arduo, senza solidi fondamenti contestuali, considerare con Schmeiser il lavoro del tipografo come una denuncia che trasformerebbe il più celebre e bel libro del Rinascimento italiano in un caso da studiare secondo i metodi della moderna criminologia.

Leandro Ventura
(3 gennaio 2004)


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