Le meraviglie della pittura tra Venezia e Ferrara dal Quattrocento al Settecento,
catalogo della mostra (Rovigo, gennaio-giugno 2006), a cura di Vittorio Sgarbi, Cinisello Balsamo, Silvana Editoriale, 2006, pp. 344, 110 ill. col. e 30 in b/n, € 35,00

 

Chiuderà i battenti a giorni la mostra di Palazzo Roverella a Rovigo, voluta dal Comune rodigino e dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo, con la collaborazione della Accademia dei Concordi. Questi mesi di “Meraviglie della pittura” hanno dipinto una Rovigo interculturale, ganglio di confluenza fra due identità - quella veneziana e quella ferrarese - ponte tra due scuole pittoriche che hanno vissuto per secoli di reciproci scambi grazie alla posizione di confine della città, stretta tra due regioni e tra due fiumi, il Po e l’Adige. Sgarbi ha definito Rovigo come il campo in cui si giocano, si confrontano e si misurano queste esperienze senza in fondo – salvo forse nell'opera di Scarsellino – trovare punti di congiunzione: “Sono due mondi indipendenti, due mondi impermeabili, che hanno diverse ascendenze”.
La mostra individua nelle collezioni dei nobili rodigini e nei dipinti provenienti dalle chiese una serie di opere di autori veneziani, di maestri ferraresi e di pittori considerati “tra” le due culture, una serie di opere rintracciate tra Rovigo, Lendinara, Badia Polesine e Crespino.

Ad accogliere la rassegna (oltre 150 opere) Palazzo Roverella, lo storico edificio che Biagio Rossetti costruì per il cardinal Bartolomeo Roverella, da sempre inaccessibile e recentemente restaurato, destinato ad ospitare, a conclusione di mostra, un nuovo allestimento della Pinacoteca dell’Accademia dei Concordi. Proprio dall’Accademia, fondata dai nobili locali nel 1580, giunge il corpus centrale delle opere in mostra, arricchito dai pezzi provenienti dalle chiese e dagli edifici del territorio. Il percorso espositivo coinvolge infatti anche la neoclassica chiesa di San Francesco, con i suoi dipinti di scuola ferrarese, e la Chiesa della Beata Vergine del Soccorso,  costruita da Francesco Zamberlan, allievo del Palladio, e conosciuta come La Rotonda. Se la prima conserva, tra le sue pale, la Pentecoste di Girolamo da Carpi, la seconda è nota per i 34 grandi teleri, eseguiti da maestri della pittura veneta del XVII secolo come Francesco Maffei, Pietro Liberi, Pietro della Vecchia e Andrea Zanchi. Tra tutte queste opere - ferraresi (da Dosso Dossi, fino a Bastianino e Girolamo da Carpi) e veneziane (da Bellini sino a Tiepolo) – i curatori identificano un punto di partenza nella Madonna con il Bambino di Domenico Mancini da Lendinara del 1511 (che forse nella parte inferiore attesta anche la presenza di un angelo dipinto dal giovane Dosso Dossi), e un punto di approdo nel Ritratto di Antonio Riccobono del Tiepolo(poiché il giusto anello di chiusura, il Martirio di Sant’Agata del Tiepolo, partì in epoca napoleonica ed è tutt’ora a Berlino).

Sostanzialmente le opere esposte a Rovigo – provenienti da raccolte pubbliche e private - consentono di identificare non una cultura autonoma, ma un luogo di dialettica e di confronto di civiltà, un articolato percorso che oscilla tra l’influenza della Serenissima Repubblica di Venezia e quella del contiguo Ducato Estense, dal XV al XVIII secolo. Così da un lato vi si reperiscono tavole di Giovanni Bellini - una Madonna col Bambino dai riflessi mantegneschi e un Cristo portacroce di temperie giorgionesca (era stato attribuito  al maestro di Castelfranco Veneto) - una Flagellazione di Gesù di Palma il Vecchio, una Madonna e un Cristo portacroce, entrambi inediti, del Palmezzano, alcune opere del Tintoretto e di belliniani, come Rondinelli, Pasqualino Veneto e i pittori da Santacroce.  Dall’altro invece testimonianze dell'arte ferrarese, con opere di Dosso e Battista Dossi, di Girolamo da Carpi, del Garofalo e dello Scarsellino.

Il Seicento è rappresentato da  opere di Sebastiano Mazzoni, di Pietro Bellotti, Pietro della Vecchia, Giulio Carpioni, Girolamo Forabosco ed altri. Infine si giunge alla stagione del Settecento veneziano con Giambattista Piazzetta, Giambattista Pittoni, Giuseppe Nogari, Alessandro Longhi, Giuseppe Maria Crespi e Simone Brentana(interessanti le sue Cinque grandi allegorie).

Il volume che accompagna la rassegna presenta quattro diversi saggi - di Vittorio Sgarbi,  Alessia Vedova, Ida Maria Fuggetta, e Cinzia Tedeschi - rispettivamente dedicati al senso della mostra, alla Pinacoteca dell’Accademia dei Concordi, alle pale d’altare della diocesi di Adria-Rovigo e alle chiese di San Francesco e della Beata Vergine del Soccorso.

Il titolo della mostra, a detta dello stesso Sgarbi, richiama Le meraviglie della pittura di Carlo Ridolfi, che studiò Giorgione. A Giorgione Sgarbi aveva attribuito il Cristo portacroce dell’Accademia dei Concordi, che però per la maggiore ( e nello stesso catalogo) si rinvia al Bellini. Un contributo è stato dato dagli studi degli ultimi trent’anni, condotti in maniera costante da Antonio Romagnolo, che è stato il direttore della Pinacoteca e che ha seguito i critici veneziani che si erano occupati di questo territorio - dal Semenzato, al Perocco, al Valcanover. Lo stesso Sgarbi aveva considerato le raccolte rodigine, così come le opere provenienti dalle chiese, per l’imponente volume Rovigo, le chiese, che catalogò tutto il patrimonio artistico ecclesiastico rodigino, e per le monografie su Domenico Mancini (che dice l’unico tra gli allievi certi di Giorgione) e Pietro Brandolese, entrambi lendinaresi.

In fondo questa mostra riunisce contributi decennali, oltre ai suddetti. Si pensi ai molti cataloghi della Rotonda, della Pinacoteca dei Concordi, delle raccolte rodigine (che godono anche di due precisissime guide settecentesche come furono le ricognizioni del Bartoli e del Brandolese).

Alle opere più significative della Pinacoteca, della chiesa di San Francesco e della Rotonda, per evitare di ripresentare materiale già conosciuto, si è ritenuto di dover aggiungere opere restaurate per l’occasione e soprattutto alcuni dipinti di collezione privata.

Come prevedibile, oltre alle raccolte dei collezionisti rodigini e di Forlì, si trovano molte opere provenienti dalla Fondazione Cavallini-Sgarbi di Ferrara: due versioni di San Giuseppe del Piazzetta, alcune tele di Carlo Bononi tra cui la Sibilla (una delle “ceneri violette” della scorsa mostra mantovana di Palazzo Te, insieme al Sapiente di Dosso Dossi conservato a Ferrara), un’Annunciazione inedita attribuita a Girolamo da Carpi, una S.Elisabetta del Veronese, Tre donne e un fanciullo di Palma il Giovane, una Sacra famiglia del Palmezzano, le quattro sovrapporte dello Schivenoglia, e diversi pezzi di Garofalo, Mazzolino, Dosso Dossi, Bastianino, Camillo Ricci, lo Scarsellino, Antonio Leonelli da Crevalcore, Giuseppe Caletti, Benedetto Zalone, Pasquale Ottino, Antonio Cicognara, Johannes Hispanus, Giulio Carpioni, Matteo Ghidoni, Sebastiano Filippi, Pietro Liberi, Pietro Damiani, Pietro Negri, Matteo Ponzone, Giovanni Antonio Fumiani, Mattia Bortoloni, Simone Brentana, Johann Carl Loth, Gaspare Venturini, Gregorio Lazzarini, del Sordino e di Ubaldo Gandolfi...

Il saggio di Alessia Vedova si dedica alla storia e alle acquisizioni dell’Accademia dei Concordi, nata per iniziativa del conte Gaspare Campo e rinnovata grazie alla protezione accordata dalla Repubblica Veneta. Alla fine del secolo XVIII risale il progetto del palazzo accademico, che sorgerà su disegno di Sante Baseggio, celebre architetto locale, mentre il dialogo con la municipalità darà origine via via all'organico rapporto tra Accademia e Comune di Rovigo.

Il nome "Concordi" fu scelto per sottolineare l’auspicata armonia fra i soci, tesi a ricercare "la costante uniformità di pareri" e l'unità di sentimenti, concetto sottolineato anche dallo stemma, col globo delle sfere celesti disegnato secondo il sistema tolemaico, e dal motto Concordes musice volvuntur, ad indicare condivisione. Lo stemma attuale, realizzato su disegno di Giambattista Piazzetta e inciso da Francesco Zucchi, è stato adottato dalla Accademia dei Concordi il 15 gennaio del 1746, e conferma nell'iscrizione - Mens omnibus una est - la volontà di collaborazione tra gli accademici, e la ricerca di un rapporto costante con l'ambiente culturale rodigino e polesano.

La Pinacoteca nacque nel clima di vivacità culturale della prima metà del secolo XIX e si sviluppò grazie alla passione per l'arte degli accademici ed alla generosità di alcune famiglie di Rovigo che decisero di lasciare all'Istituto le loro preziose quadrerie. Già verso la metà del secolo XVIII i soci avevano commissionato ad alcuni dei più importanti maestri veneziani del tempo, come Piazzetta, Tiepolo, Nogari, Alessandro Longhi, ritratti celebrativi di personaggi illustri della città e di potenti protettori veneziani.

Nella seconda metà del XIX sec. la Pinacoteca si arricchì ulteriormente, grazie ad altre generose donazioni, con opere di scuola veneta dal XIV al XVIII sec. e di altre scuole italiane: Nicolò di Pietro, Giovanni Bellini, Mabuse, Palma il Vecchio, Sebastiano Mazzoni, Dosso Dossi, Scarsellino, Pietro Vecchia, Luca Giordano, Luca Carlevarijs, Rosalba Carriera.
Dal 1982 l'Accademia ospita inoltre la Pinacoteca del Seminario V, che ha portato alla riunificazione della preziosa quadreria appartenuta alla famiglia Silvestri, divisa fin dagli inizi del XIX sec. fra le due Istituzioni.  La notevole collezione si è successivamente arricchita con dipinti pervenuti da diverse chiese del Polesine. (La Pinacoteca vanta anche una sezione d’arte contemporanea e un’area archeologica).

Il saggio della Fuggetta si concentra sulle pale d’altare venete e ferraresi, per la maggior parte sei-settecentesche, conservate nelle chiese parrocchiali e conventuali come negli oratori del Polesine, e sul culto dei patroni locali.
Invece il contributo della Tedeschi considera le testimonianze artistiche nella chiesa di San Francesco e il sontuoso apparato decorativo della Rotonda, corollari imprescindibili all’esposizione rodigina.

Si è cercato di riproporre “un manuale” di storia dell’architettura e dell’arte, secondo un percorso che va dal primo rinascimento di Rossetti, al pieno rinascimento di Palladio, alla fine del rinascimento di Zamberlan, con il barocco dei suoi dipinti, fino al neoclassico della chiesa di San Francesco.

Lasciamo da parte, con qualche riserva, il discorso di antologia dell’area artistica rodigina. Più interessanti in sé i riferimenti agli artisti meno noti, come Johannes Hipanus, che lavorò a Viadana, Mattia Bortoloni, autore della cupola del santuario di Vico Forte, i fratelli Canozzi di Lendinara, interpreti e traduttori delle invenzioni prospettiche di Piero della Francesca attraverso l’intarsio del legno di diversa stagionatura.

Rovigo ripensata quindi come città d’arte, un ponte con i suoi tesori (in fondo già noti - poche città hanno un patrimonio così ben conservato e studiato - ma probabilmente rivalutati da questo evento) restaurati ed esposti, affiancati a moltissime opere provenienti da collezioni private, che vanno a ringalluzzire quella “medianità” o (“rodiginità?) tra Venezia e Ferrara.

Poco male. Da qui, un itinerario consentirà in fondo di poter approfondire diversi aspetti, raggiungere pale d’altare, affreschi, monasteri, conventi, parrocchiali, ville e palazzi di questa silenziosa e nascosta “Terra tra i due Fiumi”.

(Vera Bugatti
1 giu 2006)

 

 



Indice

Vittorio Sgarbi
Concordi meraviglie tra Venezia e Ferrara

Alessia Vedova
Origini e storia della Pinacoteca dell'Accademia dei Concordi

Ida Maria Fuggetta
Storia,arte e devozione nelle pale d'altare della diocesi di Adria-Rovigo

Cinzia Tedeschi
Testimonianze artistiche in due edifici sacri rodigini:le chiese di san Francesco e della Beata Vergine del Soccorso (la Rotonda)

Palazzo Roverella, sede della mostra

Catalogo delle opere

Apparati