Charles Goodwin,
Il senso del vedere
Introduzione di Alessandro Duranti, Roma, Meltemi Editore, 2003 ("Segnature"), pp. 240, € 19,25

 

Autore comprensibilmente poco frequentato dai lettori di storia dell’arte in ragione di un universo di interessi piuttosto distanti da quelli abitualmente coltivati nel nostro ambito disciplinare, Charles Goodwin insegna Linguistica applicata alla University of California di Los Angeles, occupandosi prevalentemente di analisi della conversazione ed etnografia della scienza, poli entro i quali si articolano i saggi della raccolta in esame. Le sue ricerche, sul piano metodologico, si collocano grosso modo tra la sociologia della vita quotidiana nella declinazione di Erving Goffman, di cui Goodwin è stato allievo, e l’etnometodologia di Garfinkel.

Non pare inutile in questo specifico contesto spendere qualche riga per introdurre, ancorché in forma affatto sintetica, quali siano le coordinate teoriche e gli obbiettivi principali dell’etnometodologia - soprattutto gli obbiettivi relativi alle indagini sulle pratiche scientifiche, le cui strategie risultano facilmente applicabili anche al dominio storico artistico - sullo sfondo dei quali pare possibile comprendere meglio le tante suggestioni che il libro offre.

Nell’ambito degli studi dedicati agli aspetti sociologici della ricerca scientifica, inclini a evidenziare il suo carattere non neutrale rispetto a influenze extrateoriche, la microsociologia o etnometodologia della scienza si definisce come un settore di analisi principalmente descrittiva delle modalità di costruzione/elaborazione dei fatti e delle teorie all’interno di una comunità più o meno ristretta di ricercatori.

La cornice generale entro la quale si inscrivono i lavori prodotti in tale orizzonte è a vocazione prevalentemente costruttivista: vale a dire che l’oggetto delle indagini non viene considerato come dato, o "incontrato", per usare un termine caro a certo realismo filosofico, bensì quale esito di una "costruzione" che avviene attraverso determinate pratiche sociolinguistiche all’interno di contesti specifici. Nella prospettiva delineata, peraltro, anche la genesi delle teorie scientifiche viene inquadrata focalizzando i meccanismi dell’interazione tra membri della stessa comunità, che agiscono, come detto, nei margini di pratiche codificate.

La nozione di "pratica" assume, come si vede, un ruolo cardine in questo quadro epistemologico, risultando modellata sul concetto wittgensteiniano di "gioco linguistico" nonché sull’idea di discorso definita da Michel Foucault. Si uniscono così le disposizioni di una teoria eminentemente pragmatica del significato ad un assetto critico che enfatizza la necessità di esaminare anzitutto le condizioni di possibilità del costituirsi di un sapere.

L’analisi delle pratiche, secondo il diffuso modello operativo dettato dalle ricerche di Bruno Latour e Steve Woolgar, cui fa riferimento più o meno esplicito anche Goodwin nelle procedure adottate, prevede l’adozione strategica di un "travestimento" da antropologo-a-confronto-con-una-tribù-sconosciuta, il cui compito, tra l’altro, consiste nello svelare, per così dire, la falsa coscienza degli scienziati che credono di osservare soltanto "hard facts" mentre contribuiscono a costituirli in funzione dei propri schemi sociolinguistici.

La radicalizzazione del sistema descritto comporta l’assunto fondamentalmente antirealista in base al quale è il linguaggio, attraverso il processo di "segmentazione" del reale, a creare i propri referenti nel mondo e non viceversa (non il mondo a costituire i referenti per il linguaggio): in questo assetto il linguaggio finisce non solo per esercitare un’influenza cospicua sulla percezione, bensì per determinarne gli esiti, costituendo l’orizzonte ultimo (unico) della conoscenza.

Lo studio delle pratiche di conferimento di senso alla realtà, anche al di fuori del contesto della ricerca scientifica, viene svolto principalmente attraverso la messa a fuoco della dimensione comunicativa, non limitandola tuttavia al solo orizzonte verbale, ma includendovi altresì la gestualità e lo sguardo quali veicoli altrettanto importanti delle dinamiche relazionali dello scambio conversazionale e dunque sociale. La conversazione costituisce pertanto un terreno di indagine privilegiato, da valutare sempre in situazioni specifiche e contesti delimitati, all’interno dei quali si cerca di ricostruire i processi di definizione semantica delle espressioni verbali.

Il quadro di interessi sommariamente delineato, a prima vista, appare di certo piuttosto eterodosso rispetto agli itinerari di consueto percorsi da questa rivista. La segnalazione in questa rubrica, ad ogni modo, diventa motivata in ragione di un nucleo di problematiche individuate dalle ricerche di Charles Goodwin che si inscrive di diritto nell’orizzonte della riflessione filosofica contemporanea sui temi della visione, della percezione e della conoscenza, costituendo evidentemente uno spazio di emergenze nodali anche per la prassi storico artistica. D’altra parte l’attraversamento di alcune tematiche pertinenti, sia pure alla lontana, all’ambito semiotico - ne discorre opportunamente Alessandro Duranti nella Introduzione - e di riflesso all’epistemologia storico artistica, spiega agevolmente la scelta dell’editore Meltemi di inserire il libro nella collana Segnature, che accoglie, tra gli altri, saggi di Louis Marin, Meyer Schapiro e Victor Stoichita, secondo una politica editoriale aperta e attenta a delineare un tessuto culturale che fornisce (anche) alla storia dell’arte una biblioteca di competenze indispensabili e aggiornate rispetto al dibattito estetico o più generalmente filosofico.

Si ribadisce in questa circostanza quanto già sostenuto a proposito di altri testi di carattere non specificamente storico artistico: la pubblicazione di raccolte e saggi dello spessore di quelli menzionati costituisce senz’altro un’interessante occasione per ragionare sulle architetture concettuali dei metodi che operano intorno all’immagine; si tratta in effetti di una strategia editoriale che favorisce l’interrogazione sugli strumenti di cui lo storico dell’arte dovrebbe dotarsi per esercitare coscienziosamente la propria professione. La possibilità di accedere a testi del genere costringe altresì la storia dell’arte, in quanto disciplina scientifica, a confrontarsi, quand’anche in modo radicalmente dialettico, con procedure e protocolli di indagine difformi rispetto alla più tradizionale cornice storiografica, permettendo una valutazione costante della tenuta dell’ordine teorico che informa gli ideali regolativi del proprio sistema di pensiero.

Procrastinando per il momento la discussione di alcuni nodi critici che emergono dalla architettura teorica del libro, pare opportuno intanto esplorare almeno parzialmente il testo, per evidenziarne i caratteri di maggiore rilievo. Il Senso del vedere raccoglie una serie di contributi di tenore del tutto omogeneo, pubblicati tra il 1994 e il 1997, che danno conto delle ricerche recenti di Goodwin intorno alle "pratiche della visione" legate a specifici ambiti professionali.

Viene dunque presa in esame la visione non sotto il profilo fisiologico e fenomenologico, bensì come attività squisitamente sociale e culturale, orientata in funzione dei compiti conoscitivi che deve svolgere entro date cornici professionali. A titolo di esempio Goodwin considera il problema analizzando il lavoro di alcuni archeologi, il contesto di un tribunale, un ambiente di ricerca oceanografico e un laboratorio di chimica.

Le indagini sul campo dell’autore, analizzando gli episodi conversativi, cercano di cogliere nel momento del costituirsi dei dati i negoziati attraverso i quali si contrattano visioni, definizioni e descrizioni di un qualche evento o fenomeno per mezzo dell’interazione di parole, gesti, sguardi, marginalizzando il successivo momento asettico di ristrutturazione che connota la fase di stesura di un testo scientifico. Si dimostra ad esempio come, nei contesti selezionati, la definizione di un colore (e la sua percezione) possa risultare esito di un complicato processo di scambio di informazioni, più che l’applicazione di un significato condiviso.

Ogni ambito professionale, infatti, si sottolinea a più riprese, tende a plasmare la propria "visione professionale", a costruire cioè comunitariamente il modo di vedere il mondo da una prospettiva razionalmente concepita per individuare le proprietà degli oggetti rilevanti rispetto alla propria peculiare cornice gnoseologica.

L’autore evidenzia però come le diverse pratiche tendano a definirsi entro strutture procedurali di carattere generale, ossia modalità universali e interrelate di organizzazione della conoscenza, che vengono schematizzate come segue:

La prospettiva di Goodwin sulle pratiche (discorsive) scientifiche si colloca insomma in un’accezione rigorosamente contestualista della teoria della conoscenza: le visioni professionali costituiscono delle cornici epistemiche utili alla comprensione della porzione di realtà che istituzionalmente compete a determinate attività di ricerca. Secondo l’autore, inoltre, tali cornici incidono profondamente anche sui processi percettivi.

Un certo modello descrittivo, ad esempio, peculiare di un ambito scientifico determinato, può operare una selezione drastica degli elementi pertinenti, enfatizzandone la presenza attraverso una procedura di "messa in evidenza", e rimuovendo ciò che viene classificato come marginale o inutile agli obbiettivi della ricerca, secondo un meccanismo analogo a quello della distinzione percettiva tra figura e sfondo. Distinzione che, come è stato più volte osservato nel campo delle scienze cognitive, costituisce uno strumento conoscitivo sostanzialmente universale su cui tende a modellarsi persino la sintassi del linguaggio, occupando un ruolo centrale anche nelle pratiche scientifiche più formalizzate.

Nel senso sopra delineato, osserva Goodwin, la descrizione può orientare in modo anche piuttosto sensibile la percezione di un oggetto o di un fenomeno.

Dovrebbe risultare chiaramente, quindi, che una delle questioni principali affrontate dalle indagini "situate" di Goodwin concerne la tesi, tanto diffusa quanto dibattuta nell’ambito dell’epistemologia contemporanea, della permeabilità cognitiva della percezione.

I risultati delle sue ricerche sembrano corroborare l’assunto secondo il quale, almeno nel perimetro di contesti professionali, l’osservazione lavora sempre all’interno di schemi concettuali e quadri teorici, evidenziando come si tratti di un’attività sociale. Converrebbe forse precisare: anche sociale.

La puntualizzazione, di cui mi assumo la responsabilità in ragione della posizione non sempre cristallina dello studioso americano, significa naturalmente esplicitare qualche perplessità entro un orizzonte di problemi più ampio rispetto ai rischi che l’indiscriminata generalizzazione di tale tesi spesso comporta sul piano gnoseologico ed estetico. D’accordo, senz’altro, in questo con Maurizio Ferraris (Il mondo esterno, Milano, 2001) che ha definito suggestivamente "inflazione epistemologica" la sopravvalutazione dell’importanza dei modelli epistemici nell’influenzare e/o determinare l’esperienza e particolarmente quella visiva.

Dalle "visioni professionali" alla visione tout court, infatti, il passo tutto sommato è breve, e l’estensione troppo generosa degli esiti delle ricerche sulle pratiche condivise conduce facilmente all’idea, tutt’altro che pacifica in verità, che ogni osservazione (anche al di fuori della scienza) sia theory-laden, come si usa dire, cioè carica di teoria, finendo soprattutto per ingenerare una certa confusione tra epistemologia e ontologia.

Mi sembra che sia da accogliere con favore, in proposito, un’affermazione ragionevole e chiarificatrice di Gaetano Kanizsa: "che il pensiero operi nella e sulla realtà percettiva è un truismo e non c’è bisogno di fare molti ragionamenti per dimostrarlo. Ma da questo ad affermare che anche la realtà percettiva è un prodotto del pensiero, mi sembra non solo autorizzato da nulla ma soprattutto poco utile e forse dannoso" (Grammatica del vedere, Bologna, 1980, p. 101).

I riflessi della questione, va da sé, interessano da vicino anche la storia dell’arte, riverberandosi, com’è noto, sul problema della dialettica tra "storicità" e innocenza dell’occhio, ben compendiato ad esempio dalle posizioni conflittuali di Michael Baxandall e Arthur Danto.

Danto, peraltro, ha stigmatizzato in più di un’occasione lo statuto dogmatico di cui gode in ambito storico artistico la persuasione che la visione sia completamente dipendente dalla cultura - vale a dire dal linguaggio - e che la storia dell’arte documenti la storia dello sguardo (per dire: come se Giotto vedesse la realtà nel modo in cui la rappresentava), indicandone, sulla scorta dei risultati delle ricerche della fenomenologia sperimentale, le aspirazioni e i limiti sul piano euristico (The Pigeon within Us All: A Reply to Three Critics, in "The Journal of Aesthetics and Art Criticism", LIX (2001), pp. 38-44).

Per tornare al merito delle ricerche di Goodwin, non c’è dubbio che, sul piano professionale, "un archeologo e un contadino vedranno fenomeni alquanto diversi nella stessa zolla di fango" (p. ) e che - come conclude Alessandro Duranti, traendo le conseguenze delle ricerche di Goodwin - almeno metaforicamente "scienziati diversi vedono diversamente" (p. 13).

Sotto il profilo strettamente percettivo, tuttavia, qualche dubbio bisognerà pure avanzarlo, altrimenti si finisce per accettare la credenza, come molti fanno senza troppe complicazioni, che il contadino e l’archeologo vedono davvero e in ogni circostanza cose differenti quando guardano la medesima porzione di terreno, come se abitassero mondi sottilmente distinti che non si capisce bene dove possano trovare un punto di incontro.

Solo questione di sfumature? Puntigliose precisazioni da filosofi, inclini a scrutare il mondo dalla poltrona? Stando alla quantità di ricadute che la riflessione filosofica ha prodotto in diverse regioni del sapere, investendo anzitutto la dimensione affatto pragmatica dei limiti dell’interpretazione, parrebbe proprio di no.

Non è certo il caso di discutere qui nel dettaglio le dinamiche del dibattito tra realismo e antirealismo, peraltro ormai di dominio (quasi) pubblico: le lasceremo pertanto germogliare sullo sfondo, considerando uno dei saggi più ricchi di suggestioni contenuti nella raccolta, dal quale emergono, tra l’altro, i problemi che nascono dal voler considerare il mondo a disposizione dell’interprete, i cui unici vincoli, non potendo fare riferimento ad una realtà extrateorica, sarebbero esclusivamente interni alla cornice ermeneutica adottata.

In effetti il celebre caso delle interpretazioni divergenti intorno al "contenuto" della registrazione filmata del pestaggio di Rodney King, analizzato minuziosamente da Goodwin, sembra rappresentare in modo nitido alcuni dei temi appena sfiorati, suggerendo ulteriori ricadute sui modelli epistemologici delle scienze che si occupano dell’immagine.

Il 3 marzo del 1991 un videoamatore registra quattro poliziotti che picchiano un uomo di colore. A dispetto delle apparenze, che sembrerebbero documentare inoppugnabilmente un episodio del "braccio violento della legge", le immagini divengono oggetto di una sottile disputa ermeneutica che mette in gioco il problema delle evidenze e dei paradigmi esplicativi. Sia detto per inciso, a questo proposito un utile termine di confronto in ambito squisitamente storico artistico con le coordinate teoriche della riflessione di Goodwin può essere riscontrato nel saggio magistrale di Martin Kemp L’acquisizione e l’uso dell’evidenza, con l’indagine di un caso botticelliano (in Immagine e verità [1999], Milano 1999), che lavora su questioni sostanzialmente analoghe.

Il filmato, in sede giudiziaria, lungi dall’essere accolto come una testimonianza "trasparente" degli eventi, costituisce un elemento di tensione fortemente dialettica, generando quelle che Goodwin chiama "visioni contestate". Nelle pratiche discorsive dell’accusa e della difesa le immagini vengono infatti "reinquadrate" in modo tale da focalizzare solo alcuni dettagli, che finiscono per acquisire così uno statuto di opacità rispetto al dato fenomenico, in virtù dell’applicazione di diversi modelli descrittivi, o, per impiegare la costellazione di concetti dell’autore, di schemi di codifica, messa in evidenza e rappresentazione. La pratica della messa in evidenza, legata alle professioni degli esperti chiamati in causa per analizzare gli eventi registrati, induce quindi a soffermare l’attenzione (dei giurati) su certi elementi, funzionando in modo deittico ed organizzando l’interpretazione degli eventi documentati visivamente entro precise cornici di spiegazione causale.

In ragione di tali operazioni le azioni dei poliziotti vengono considerate "razionali e prive di responsabilità morale" (p. 48), attraverso la codificazione dei movimenti del corpo di Rodney King (anche di quelli al limite della percepibilità, evidenziati tuttavia in modo dettagliato) come aggressivi e tali da autorizzare e legittimare la reazione degli agenti secondo i codici previsti dalla professione in casi analoghi. Nel primo processo prevale la tesi della difesa degli agenti e tutti gli imputati vengono assolti. Nel secondo, invece, in cui sono esaminate esattamente le stesse prove, a partire naturalmente dal filmato, i pubblici ministeri definiscono degli schemi di codifica capaci di ribaltare le modalità di osservazione delle immagini, avvalendosi di un differente sistema di messa in evidenza dei dettagli. Il risultato, sul piano giudiziario, è la condanna di due poliziotti.

L’esempio delle "visioni contestate", della cui ricchezza euristica si è fornita solo una minima approssimazione, si colloca funzionalmente nella prospettiva di Goodwin per dimostrare, tra l’altro, l’influenza che possono giocare le pratiche professionali sulla percezione degli eventi e sul formarsi delle opinioni e delle credenze. Un potere, dunque, che implica una forte assunzione di responsabilità sotto il profilo deontologico, particolarmente rilevante nel caso giudiziario, per ovvie ragioni.

A fronte del caso sunteggiato è possibile, da un punto di vista dichiaratamente realista, individuare sia pure solo schematicamente alcuni motivi di interesse e sollecitazione.

Si ribadisce in primo luogo quanto già accennato a proposito delle conseguenze dell’impiego un po’ lasco del concetto di percezione (delle immagini). Percezione che secondo Goodwin cambierebbe nella sostanza in rapporto ai differenti schemi di codifica prodotti da accusa e difesa. In effetti, a ben vedere, è l’interpretazione delle immagini che muta, e resta da stabilire come sia da intendersi l’espressione, correntemente utilizzata in questi casi, "vedere con occhi diversi". Anche qui pare opportuno dare ragione a Ferraris quando puntualizza che, ad essere precisi, gli schemi non influiscono tanto su ciò che vediamo, quanto su ciò cui prestiamo attenzione (Il mondo esterno, cit., p. 132), come nel caso dei cosiddetti "percettori esperti", quali sessatori di pulcini e…conoscitori d’arte.

Insomma il problema riguarda propriamente la dimensione dell’ermeneutica e in particolare dell’ermeneutica delle immagini.

Non si tratta peraltro di negare l’importanza della cognizione rispetto ai processi percettivi. D’altra parte è fin troppo ovvio che anche grazie all’influenza del linguaggio gli oggetti percepiti assumo una serie di "risonanze cognitive" che altrimenti non avrebbero. Si pensi, ad esempio, al potere euristico costituito dal fenomeno della metafora. Si intende piuttosto discutere l’idea che la visione dipenda in toto dalle pratiche sociolinguistiche, considerando naturalmente sullo sfondo le modalità di formazione del sapere storico artistico.

In linea di principio, sembra plausibile che solo la possibilità di presumere un livello extrateorico della realtà e di concepire un’osservazione non esclusivamente o necessariamente theory-laden permettano di sfidare le attrattive dello scetticismo e del relativismo più o meno radicale in campo interpretativo. In un caso come quello descritto, se non si potesse vedere al di fuori degli schemi di codifica imposti dai professionisti chiamati ad analizzare le immagini, non si potrebbe giudicare, ad esempio, quale assetto concettuale spieghi meglio (faccia vedere meglio) un certo fenomeno. Tutti gli assetti sarebbero di diritto ugualmente validi.

Per inciso, il ragionamento è lo stesso che si tratti di un processo o di un’opera d’arte.

In altri termini, se ciò che si vede esiste solo in virtù di certe pratiche discorsive (di certe visioni professionali), in ultima analisi come si può scegliere tra una pratica e l’altra, laddove esse insistano sugli stessi elementi? Spesso si cerca una soluzione di compromesso facendo riferimento alle strategie argomentative, cioè alla diversa capacità persuasiva di "visioni" differenti. Il problema, tuttavia, finisce per rientrare dalla finestra, dal momento che le "buone ragioni" addotte dovranno pure poggiare su qualcosa di "tangibile".

Un addentellato importante delle questioni accennate trova formalizzazione adeguata in un interrogativo che ricorre spesso nel dibattito storico artistico intorno alla definizione dei paradigmi storiografici (mi servo di un esempio concreto discusso da Arthur Danto, formulando la domanda nel modo più semplice possibile): se si è a conoscenza del fatto che Correggio "anticipa" Lanfranco, si vede Correggio in modo diverso da un abitante di Parma del terzo decennio del Cinquecento?

In termini più formali: si vedono cose differenti o la stessa cosa sotto descrizioni diverse? E inoltre: cosa percepiamo quando percepiamo un evento come causa, che non percepiamo quando lo vediamo come mero evento?

Tali interrogativi non mancheranno tra l’altro di evocare la ben nota questione dell’"occhio del Quattrocento", gravida di conseguenze sul piano metodologico ma anche più generalmente epistemologico.

Una risposta ragionevole, ancorché certo ulteriormente precisabile, la fornisce lo stesso Danto, più volte convocato in questa sede quale auctoritas di riferimento, in virtù dell’impegno profuso sull’argomento lungo tutto il corso della sua carriera: "vediamo/percepiamo la stessa cosa a parte il fatto che una varietà di credenze e attese sono attivate quando vediamo quella cosa come una causa" (Description and the Phenomenology of Perception, in Visual Theory. Painting and Interpretation, a cura di N. Bryson, M. A. Holly, K. Moxey, Polity Press, 1991, p. 213).

La questione così trattata assume beninteso un carattere eccessivamente ellittico e forse persino ingenuo. Molti altri dovrebbero essere infatti gli elementi da considerare per una discussione sistematica di problemi tanto complessi e decisivi, a partire proprio dalla puntualizzazione del tema delle credenze e delle attese evocate da Arthur Danto. Così come diversi altri percorsi potrebbero essere esplorati all’interno del libro di Goodwin. Nondimeno è parso utile sollevare almeno alcuni dei nodi più urgenti in ordine all’intelaiatura teorica della storia dell’arte, per come essi emergono, sia pure sublimati in una dimensione più squisitamente filosofica, dai testi dell’autore.

Testi che, nonostante l’apparente distanza, impongono allo storico dell’arte, anche all’empirista più radicale, una riflessione inaggirabile su molti aspetti del proprio mestiere, dalle condizioni dell’esperienza percettiva alla elaborazione delle strategie descrittive, dai sistemi di classificazione alle pratiche interpretative.

Il Senso del vedere pertanto contribuisce a definire gli strumenti per la scansione analitica dei meccanismi (e degli automatismi) della "visione professionale" delle discipline che si interessano della cultura visiva, costituendo un importante punto di riferimento e di giunzione nel crocevia degli studi collocati tra antropologia e semiotica, tra sociologia e epistemologia.

 

Francesco Sorce
(14 maggio 2004)

 


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