Angela Nuovo, Christian Coppens,
I Giolito e la stampa nell'Italia del XVI secolo,
Genève, Droz, 2005 ("Travaux d'Humanisme et Renaissance", CDII), 634 pp., 78 ill. b/n, CHF 132.

 

«Non c'è manuale di storia letteraria che possa, per Venezia e per tutta Italia, sostituire gli Annali di Gabriel Giolito del Bongi”. L'affermazione di Carlo Dionisotti si riferiva al catalogo commentato delle edizioni del più prolifico e famoso editore veneziano del Cinquecento, opera di Salvatore Bongi, archivista a lungo direttore dell'Archivio di Stato di Lucca, storico, bibliografo e patriota liberale, convinto della missione civile e morale della ricerca umanistica. Pubblicati tra il 1890 e il 1897, gli Annali sono ormai considerati un indiscusso capolavoro della storia del libro in Italia, oltre che un esempio, costantemente imitato ma non più raggiunto, per la susseguente bibliografia annalistica italiana.

La frase dionisottiana è bastata ad imporre l'opera – essenzialmente bibliografica – del Bongi, all'attenzione di una generazione di italianisti che, in un paese dove l'editoria era ormani diventata una vera e propria industria culturale, si era fatta più sensibile alla natura del libro come prodotto, più conscia dell'organizzazione delle case editrici, più avvezza a cogliere le modalità specifiche della comunicazione letteraria e della mediazione editoriale: basti citare il nome dello studioso che ha più brillantemente ripreso l'indagine su Giolito utilizzando gli Annali bongiani, Amedeo Quondam, autore di un fortunato saggio del 1977, “Mercanzia d'onore” / “Mercanzia d'utile”. Produzione libraria e lavoro intellettuale a Venezia nel Cinquecento. A questo celebre intervento si deve una rinnovata impostazione di studio della produzione giolitina, basata sull'elaborazione quantitativa dei dati e soprattutto sulla precisa analisi del profilo e dell'importanza dei collaboratori della bottega, del loro configurarsi come gruppo di quadri redazionali, pronto a soddisfare a ritmi strettissimi le esigenze di una produzione editoriale nettamente orientata al mercato. Dalle chiare indicazioni di Quondam hanno avuto a loro volta origine numerosi contributi successivi, orientati, a grandi linee in due direzioni: sul versante storico-linguistico i primi, tra cui si possono citare le monografie di Paolo Trovato (Con ogni diligenza corretto. La stampa e le revisioni editoriali dei testi letterari italiani, 1470-1570, Bologna, 1991) e Brian Richardson (Printing, Writers and Readers in Renaissance Italy, Cambridge, 1999), nell'intento di valutare l'effettivo apporto e lavoro dei collaboratori editoriali e il loro intervento sui testi pubblicati; sul versante storico-sociale i secondi, e, in primis lo studio di Claudia Di Filippo Bareggi, Il mestiere di scrivere. Lavoro intellettuale e mercato librario a Venezia nel Cinquecento, Roma, 1988, cercando di fornire un ritratto complessivo della prima generazione dei “poligrafi”, attraverso l'analisi di figure rappresentative di questo nuovo mestiere, quasi tutte passate attraverso i torchi del Giolito. Ma al di là di questi esempi, è chiaro come ben poco di quanto l'italianistica interessata al XVI secolo ha potuto produrre negl'ultimi trent'anni, e, in particolar modo, gli studi sulla lirica petrarchista, abbia potuto prescindere dalle “giolitine».

Se Bongi non era studioso interessato agli aspetti materiali del libro come oggetto, alle modalità della sua produzione, alla descrizione bibliografica approfondita, è ora ormai chiara la necessità di considerare la storia di questo supporto e veicolo di cultura attraverso l'ottica della storia sociale, economica e culturale della comunicazione per mezzo della stampa, che impone ai suoi coraggiosi adepti d'incrociare i loro cammini in una “terra di nessuno posta all'intersezione di una mezza dozzina di campi di ricerca” (Robert Darnton). La storia del libro deve dunque configurarsi quale ricostruzione del suo completo, complesso e articolato ciclo vitale, in tutte le fasi e in tutti i suoi aspetti: una vicenda in cui l'abilità tecnica e creativa dell'uomo ha interagito con gli interessi culturali ed economici, politici e religiosi di una determinata epoca.

Premesse fondamentali adottate programmaticamente dal ricchissimo saggio di Angela Nuovo e Christian Coppens, che, nascendo soprattutto dal punto di vista specifico del commercio librario – settore di specializzazione di entrambe gli autori – un approccio che si avvale degli stimoli che la storia economica ha saputo arrecare anche alla storia del libro e che ha il vantaggio di essere uno tra i più interdisciplinari e larghi di vedute possibili, si pone indubitabilmente come tassello fondamentale e al tempo stesso (nuovamente, rispetto al Bongi) esemplare nell'attuale panorama scientifico della storia del libro. Al riesame e alla verifica di talune idee di base di Bongi alla luce degli strumenti e delle possibilità di ricerca attuali e delle acquisizioni generali intercorse da allora nella storia del libro, gli autori affiancano una precisa e brillante analisi di alcuni aspetti organizzativi della secolare azienda, al fine di delineare meglio l'attività di Gabriele Giolito, una personalità eccezionale che, percorrendo quarant'anni cruciali nella storia d'Italia (1538-1578), ha certamente segnato un'evoluzione in senso moderno del mestiere dell'editore. Se, infatti, non fu certo l'unico, nell'Europa del XVI secolo, ad aver chiara cognizione dei nodi nevralgici di un'azienda editoriale moderna (dall'organizzazione produttiva a quella commerciale, dal coordinamento di un gruppo di collaboratori in grado di fornire continuamente testi nuovi, alla cura degli aspetti legali e di tutela il più possibile ampia del proprio lavoro, con una particolare sensibilità alla tematica del marchio), a differenza di Robert Estienne, Guillaume Rouillé, Sébastien Gryphe, Christophe Plantin o Sigmund Feyerabend – editori europei che gli si possono accostare per capacità editoriale e innovazione commerciale, nonché per la medesima abilità di adattarsi ad un mercato ormai frammentario, sia per lingua che per religione – Gabriele scelse di puntare quasi esclusivamente sul mercato nazionale e linguistico del volgare italiano. Non solo, infatti, Gabriele giunse a Venezia con rilevanti capitali da investire, ma immediatamente intraprese quella via editoriale della letteratura volgare che, pur essendo tutt'altro che trascurata da altri editori del periodo, sotto il segno della Fenice acquisì delle caratteristiche di gusto, di eleganza, di qualità, di coerenza e di spessore che editori meno solidi non erano stati in grado di imprimerle. Ciò gli fu consentito dall'eccezionale ricchezza della letteratura italiana del periodo, dal suo prestigio lingustico e stabilità d'uso, e soprattutto dal numero crescente di scrittori e lettori in volgare. Più intensa che in tutti gli altri editori italiani, infatti, fu la pratica di Giolito di tradurre i testi antichi nella lingua volgare moderna, e di passare da una lingua moderna all'altra, sia con una significativa produzione in spagnolo (con la traduzione addirittura del suo testo-chiave, l'Orlando Furioso), sia con la riduzione di un considerevole numero di opere francesi e spagnole in italiano. Giolito saggiava così l'uso estensivo della traduzione come mediazione editoriale per eccellenza, vera chiave della fortuna dell'editoria nei secoli seguenti, nonché base di una nuova e diversa omogeneità culturale europea. Della sua politica editoriale risaltano la presenza continua sul mercato, con un susseguirsi di nuovi titoli, il potere d'attrazione nei confronti dei letterati d'avanguardia, cui offrire, in cambio, una solida organizzazione produttiva ed un efficace distribuzione commerciale. Nessun editore, insomma, irruppe sulla scena veneziana con l'impeto, la forza economica e la progettualità editoriale di Gabriele che, nella sua lunga attività, giunse a produrre un migliaio di edizioni cui figli ed eredi ne aggiungeranno altre duecento circa: se la sua produzione preponderante fu nei settori della letteratura e della religione, egli in realtà, si fece protagonista di un vasto raggio d'iniziative, evitando solo la musica, i testi in alfabeto non latino e le stampe artistiche, certamente per il fatto che rappresentavano settori che avrebbero richiesto diverse attrezzature tecniche e particolari investimenti per la loro realizzazione.

Il saggio si suddivide in due parti: la prima e più estesa, a firma di Angela Nuovo, si apre con un capitolo dedicato ai “pregressi” dell'impresa giolitina, ovvero all'attività di editore e libraio (1503-1539) di Giovanni Giolito de'Ferrari, padre di Gabriele, attivo tra Trino in Monferrato – sua terra d'origine, centro dei suoi traffici e sede del suo vero e proprio palazzo – il Piemonte (Torino), la Lombardia (Pavia), la Francia (Lione) e infine Venezia, dove gli succederà il figlio. Ne risulta il ritratto di un mercante instancabile, capace di diversificare i suoi investimenti con grande flessibilità, proprietario di terre ed immobili, che pur occupandosi sempre di libri a pieno regime e dimostrandosi particolarmente attento all'immagine e alla riconoscibilità del suo marchio, non possiede un proprio disegno culturale coerente – come quello che aveva già animato, fino a quel momento, non poche imprese editoriali italiane, come quella di Manuzio – ma agisce, da un lato, come produttore, stampando o facendo stampare dovunque si aprano occasioni di guadagno e buona riuscita dell'affare ciò che il mercato richiede (in particolare edizioni giuridiche, di letteratura o ad uso didattico), dall'altro come commerciante, soprattutto come grossista, assortendo con le merci più varie i propri magazzini e botteghe e inserendo, quando possibile, i libri stampati in un circuito mercantile più vasto, alla ricerca della massima estensione territoriale dei suoi affari. Senza mai allontanarsi da Trino se non per brevi periodi, Giovanni riuscì infatti a stringere, sia come editore che come libraio, convenzioni e società che gli permisero di essere presente su diverse piazze commerciali, prima fra tutte quella lionese, grazie alle relazioni con i Portonari, famiglia di origine trinese installatasi oltralpe, felice antefatto sul quale si baserà la più feconda e smagliante collaborazione editoriale tra Venezia e Lione, quella, ovvero, tra il figlio Gabriele e il grande editore e mercante Guillaume Rouillé. L'evoluzione imprenditoriale di Giovanni s'inserisce nel quadro di quella tipica del mondo della stampa, ove l'egemonia imprenditoriale passa dalla figura iniziale dello stampatore-editore a quella, da allora in poi dominante, del grande editore-libraio, grossista e mercante, con una rete distributiva e commerciale la più ampia possibile. Dall'accentramento delle tre fondamentali funzioni di libraio, editore e tipografo, e comunque dal maggior accento posto sull'attività di produzione, Giovanni tende infatti man mano a delegare sia l'attività produttiva che la vendita al dettaglio di libri in proprio, preferendo concentrarsi sui ruoli di editore e di grossista di libri, da lui prodotti, scambiati o acquistati. Assetto imprenditoriale tanto più significativo se si considera che il figlio Gabriele risalirà all'opposto questo cammino, accentrando di nuovo tutte le funzioni e tutti i ruoli, a cominciare dalla ricollocazione sotto l'assoluto controllo del capoazienda della produzione tipografico-editoriale.

Da Giovanni a Gabriele non è solo la quantità del giro d'affari a cambiare, ma, piuttosto, come nel titolo del famoso saggio di Frederic C. Lane, “il ritmo e la rapidità”, ovvero la capacità e velocità di risposta alle particolari esigenze della nascente editoria moderna. Il trasferimento di Gabriele a Venezia, avvenuto al più tardi nel 1531 e volto all'espansione e intensificazione degli affari veneziani del padre, da lui gestiti con delega, lo mise in contatto con le nuove idee, con le ultime mode grafiche e testuali, con nuovi lettori e nuovi autori, lo rese da subito cosciente dell'aprirsi di un grande e vasto mercato per la letteratura volgare, e del successo delle scelte compiute da stampatori come i Tramezzino e Francesco Marcolini, che andavano specializzandosi in quel settore ; ma soprattutto, Gabriele ebbe chiara fin dall'inizio la funzione della marca editoriale – investendo sulla sua, la Fenice, in modo innovativo – e del ruolo fondamentale di mecenati e potenti protettori, che legò alle vicende della sua azienda tramite una raffinata ed avveduta politica di dediche ed omaggi. Il secondo capitolo è dunque dedicato alla quarantennale carriera di Gabriele (1539-1578) e alla sua organizzazione produttiva, partendo dalla “prestoria” della Fenice, ovvero dall'attività della tipografia veneziana di Bernardino Stagnino, suo prozio, presso cui svolse il suo apprendistato e del cui materiale tipografico, come di quello di altri tipografi cui aveva commissionato le sue prime edizioni, finì per impadronirsi, mettendo mano solo allora alla realizzazione di una sua autonoma attività tipografica, gestita durante gli anni ‘40 e '50, in “fraterna”, ovvero in società con i fratellastri, sebbene a lui spettasse il ruolo fondamentale e a lui rimanesse la disponibilità dell'insegna una volta trascorso il decennio previsto dal contratto. Uno degli elementi più significativi per misurare con quanta credibilità Gabriele fosse riuscito ad inserirsi in un breve giro di anni nel ristretto circolo dei massimi editori veneziani, è sicuramente la sua partecipazione alla Società della Corona (1539-1563), una delle associazioni editoriali più potenti del pieno Cinquecento italiano che s'iscrive in quella che era già negli anni ‘30 una tradizione veneziana: la creazione di società fra gli editori per la stampa di libri di legge, pubblicazioni nate nella visione di un mercato internazionale e in particolare in concorrenza con la produzione lionese. L'appartenenza alla Società ebbe per Gabriele un ruolo strategico: egli poteva così mantenere intatta la linea editoriale di produzione di letteratura volgare della Fenice, ma non si escludeva da un mercato di prim'ordine, come quello giuridico, per il quale continuò a produrre ben dopo lo scioglimento della Compagnia stessa. Il capitolo prosegue con un approfondimento sul lavoro editoriale all'interno della casa editrice, con un ritratto di quelle figure della mediazione culturale essenziali all'economia produttiva dell'impresa, che lavoravano con la volontà di creare semplificazione e piacevolezza per un ampio pubblico, da raggiungere vastamente e incessantemente, invocati molto spesso da quegli autori, e non erano pochi, che non si sentivano in grado di scegliere con competenza all'interno delle opzioni morfologiche possibili di una lingua scritta, quella italiana, che in quel giro di anni stava pervenendo alla sua stabilizzazione. Questi poligrafi si andavano definendo socialmente come un gruppo di lavoratori indipendenti dalle tradizionali fonti di reddito, che tentavano di vivere del mestiere della tipografia, orgogliosi della loro libertà, insofferenti alle regole delle classi dominanti e delle loro istituzioni, protestatari e tendenzialmente irregolari, con un modello, di clamoroso successo, come riferimento: Pietro Aretino. Un'attività comunque faticosissima e condotta ad un ritmo forsennato, che in pochi anni cambiò il volto dell'editoria veneziana e perfezionò la sua capacità di penetrazione in tutti i mercati della penisola, realizzando prodotti molto più attraenti delle edizioni volgari provenienti dalle altre zone d'Italia, dove l'editoria non era certo attrezzata per sfornare libri a ritmi paragonabili. Ecco allora sfilare davanti a noi traduttori e redattori che si avvicendano nella bottega parallelamente alla politica editoriale impressale dal proprietario: negli anni ‘40, tra i più importanti, e capaci di attirare nella loro sfera anche i più interessanti autori dell'epoca (basti nominare Ortensio Lando, l'Aretino, Giulio Camillo e Tullia d'Aragona), sono Antonio Brucioli, Lodovico Domenichi, Francesco Doni, Nicolò Franco e Ludovico Dolce, instancabile autore, volgarizzatore, adattatore, correttore, curatore e persino plagiatore, sicuramente il più importante e fido collaboratore di Gabriele, che visse addirittura presso di lui, influenzandone anche nelle scelte generali il catalogo delle pubblicazioni, come un moderno direttore editoriale, e redigendo probabilmente molte delle dediche che portano la sua firma ; gli anni '50 vedono l'arrivo in azienda di personalità meno creative, come il traduttore dallo spagnolo Alfonso Ulloa e Tommaso Porcacchi, il letterato che più influenzerà la seconda fase del catalogo giolitino, ideatore della collana storica ; mentre negli anni ‘60 subentreranno il grammatico Orazio Toscanella e i curatori delle infinite edizioni “devote” di Luis de Granada e Antonio de Guevara. Quanto fosse efficiente la sua organizzazione editoriale e quanto Gabriele riuscisse a tener dietro ai mutamenti del mercato, è dimostrato dal lampante predominio della Fenice proprio in quest'ultimo settore del “libro spirituale”, connesso alla crescente identificazione dell'esperienza religiosa cattolica come fatto personale e interiore, oltre che momento sociale e collettivo.

Generalizzando, allora, la bottega giolitina passò dalla fase dei collaboratori editoriali come grammatici, filologi e storici della lingua, curatori dei nuovi generi antologici di successo (libri di rime o lettere), commentatori degli autori volgari nonché traduttori dalle lingue antiche all'italiano, a quella degli storici, raccoglitori di notizie, ritrovatori di nuovi soggetti e temi d'interesse pubblico, centonatori e adattatori di materiali, senza dimenticare che i più attivi, come il Dolce, furono indotti, nel corso del tempo, a muoversi da un ruolo all'altro. Tutti collaborarono, insomma alla creazione di un catalogo che si rivolgeva al gusto medio di una società brillante, in cui è cruciale il ruolo delle donne, per le quali e intorno a cui è pensata una parte importante dell'intera produzione, come confermano le numerose dediche. Se il ruolo femminile attivo è evidente soprattutto negli anni '40, quando donne della statura di Vittoria Colonna o di Laura Terracina, o comunque di grande fama, come Tullia d'Aragona, sono innanzi tutto autrici – reali o fittizie – e poi destinatrie di testi che ne esaltano le virtù, ne propongono un'ideale “istituzione”, ne riconfermano la nobiltà all'interno di una filosofia dell'amore tipicamente aulica e cortigiana, dopo la svolta controriformistica, tornate da autrici a quasi soltanto lettrici, esse rimangono in primo piano quali destinatarie di dediche. Il sistema di queste ultime, poi, è un'indicatore fondamentale per lo studio della storia dell'editoria: rilevatore massimo del sistema mecenatistico che, parallelamente al mercato e occasionalmente con maggior peso, sosteneva gli autori e gli editori è anche testimone prezioso del reticolo di rapporti, reali o auspicati, che autori e curatori intessevano incessantemente ben al di là dell'ambiente veneziano e fino alle più potenti corti europee. Alla necessità commerciale di ampliare al massimo il numero degli acquirenti, poi, Gabriele rispose intensificando la produzione, nell'intenzione di vendere il maggior numero possibile di libri agli stessi lettori, stuzzicandone i più diversi e talvolta superficiali interessi. Ma i lettori potevano, da occasionali, diventare fedeli e legarsi alla casa editrice e quindi al marchio se i loro testi preferiti venivano pubblicati non solo con la massima eleganza possibile, ma anche in forma di collezione, di serialità, insomma: è così che nacque il vero e proprio progetto – e successo tale da scatenare la concorrenza – editoriale delle celebri antologie di Rime numerate in sequenza, che, oltre a decretare il boom europeo del petrarchismo, fungerà da modello alle seguenti Collana storica e Ghirlanda Spirituale, a loro volta icasticamente organizzate nelle due sottoserie di Anelli e Gioie da una parte e Fiori dall'altra.

Il terzo capitolo analizza invece l'importanza e il ruolo del marchio editoriale e l'organizzazione commerciale all'interno dell'impresa giolitina.

Il marchio della Fenice divenne infatti uno dei più celebri nell'editoria italiana e ciò accadde non solo in forza di uno dei cataloghi più brillanti e indovinati mai realizzati da un singolo editore, ma anche perché intorno ad esso fu appositamente organizzata una vera e propria offensiva di marketing, che giunse perfino all'autocelebrazione tramite il poemetto composto dal fidato poligrafo Scandianese La Fenice (1555). Quest'immagine, declinata in più di venti diverse versioni e spesso imitata e abusata dalla concorrenza, partecipa ad un gusto grafico e simbolico che nelle marche editoriali si afferma proprio in quel periodo, in concomitanza con il fenomeno rinascimentale dell'impresa.

Per quanto riguarda l'organizzazione commerciale, sono qui esplorate le vicende delle diverse filiali e corrispondenti dell'impresa giolitina. Il sistema delle filiali dipendenti dalla casa madre, risposta italiana al mancato radicamento sulla Penisola, dell'istituto periodico della fiera libraria, si rivela fondamentale per l'articolazione dello smercio in centri urbani diversi dalla sede: Gabriele, riuscì ad estendere la sua rete commerciale con “satelliti” a Padova, Ferrara, Bologna e Napoli (filiale che gli valse anche il coivolgimento in un processo per possesso di libri proibiti nel 1565), oltre che a poter contare, in molte altre città, su tutta un'organizzazione di librai corrispondenti.

L'istituto del privilegio dev'essere considerato uno degli elementi fondamentali per l'analisi della nascita editoriale, insieme progettuale e finanziaria, del libro. La storia dell'impresa della Fenice sotto forma di storia dei privilegi pianificati, richiesti e ottenuti, già suggerita negli Annali bongiani, è allora risultata ancora prospettiva assai feconda per misurarne il significato e la portata: l'attività di Gabriele Giolito a Venezia coincide infatti proprio con l'affermarsi completo del sistema del privilegio, e sullo sfruttamento accorto delle possibilità operative da esso offerte, Gabriele costruì la sua fortuna.

Il capitolo quarto offre allora un approfondito ed esemplare quadro storico, giuridico ed economico del sistema dei privilegi librari (intesi a protezione dell'interesse privato di librai e autori) e delle licenze di stampa (finalizzate alla salvaguardia degli interessi pubblici di moralità, politica estera, difesa delle istituzioni e ortodossia religiosa) nel XVI secolo, con particolare riferimento, chiaramente, a Venezia, stato che certamente più di ogni altro in Italia si occupò di legiferare in materia, ma con un prezioso excursus su Roma e sulla ricerca dei privilegi papali da parte dei maggiori editori veneziani.

Nel capitolo quinto, invece, si ricostruisce lo sviluppo della casa della Fenice attraverso la storia dei suoi privilegi. I Giolito – Gabriele e poi i suoi eredi – ebbero di mira la costituzione di un catalogo di novità in esclusiva, la creazione di un legame reciproco con un gruppo importante di autori, l'attuazione di una linea editoriale e l'assecondamento – ovvero la creazione – del gusto corrente: è proprio il sistema dei privilegi che stimola gli editori a pubblicare novità assolute, e a divenire committenti di traduzioni ed opere. Dai primi privilegi richiesti, quando l'azienda era ancora sotto l'egida del padre, passando per quello ottenuto per le annotazioni al Decameron di Antonio Brucioli nel 1538, si arriva all'edizione-chiave di tutta la prima fase dell'azienda – e della storia dell'editoria italiana del Cinquecento – ovvero il primo Ariosto giolitino in quarto del 1542, a cura del Dolce “fatto imprimere più tosto da principe che da libraio” secondo le parole dell'Aretino. Quest'edizione segna una tappa nell'enorme successo che il poema incontrò a Venezia (dove tra il 1540 e il 1580 ne furono pubblicate più di centodieci edizioni) e l'Ariosto divenne l'autore principale, anzi, l'autore-simbolo della casa della Fenice, almeno nella sua prima fase, tra il 1542 e il 1560, dunque nella fase montante del successo del testo: Giolito pubblicò infatti non meno di ventisette differenti edizioni del Furioso, giungendo finanche a impegnarsi, come si è detto, in una complessa operazione di promozione internazionale in castigliano del poema (1553). E fu proprio Gabriele il principale responsabile della canonizzazione editoriale dell'Orlando Furioso, ovvero della presentazione del poema ariostesco ai lettori del Rinascimento come “nuovo classico”, un classico moderno, concetto fondativo di una nuova idea di letteratura e di un mutamento della storia del gusto. Il privilegio per quest'edizione, tra l'altro, era stato concesso agl'intagli, ovvero ai due magnifici frontespizi illustrati per le edizioni in quarto e in ottavo, alle matrici xilografiche che illustrarono per la prima volta l'argomento dei vari canti – inaugurando una presentazione del testo che avrebbe riscosso una grande fortuna – e alle celebri iniziali parlanti con soggetti mitologici, una delle proposte più largamente imitate e abusate nell'editoria veneziana del Cinquecento. E' dunque grazie alla richiesta dei privilegi che si rende possibile afferrare l'essenza e l'assoluta novità della proposta editoriale del Giolito ai suoi esordi: la pubblicazione dei testi più importanti della letteratura volgare non solo in connessione strategica, ma incentrata sul rinnovamento della veste grafica di tali testi. La novità prendeva allora le forme di una più moderna e accattivante, ma non lussuosa, mise en page nella quale l'intervento illustrativo diventava fondamentale: specie nel caso di testi estesi come il Furioso, esso rivestiva non solo il semplice ruolo di decorazione, ma anche di scansione della lettura.

La serie dei privilegi registrati testimonia anche il caso di qualche progetto editoriale che non andò a buon fine: tra questi il più clamoroso è di certo quello di “acune espositioni, et intagli nella Biblia” concesso il 21 aprile 1543. A tale concessione, di durata decennale, non fece infatti seguito alcuna stampa della Bibbia con il marchio della Fenice fino al 1588, quando apparve un'edizione latina ad opera degli eredi. Gabriele però aveva già fatto realizzare 135 apposite illustrazioni xilografiche per l'Antico Testamento, ispirate alle Icones di Hans Holbein, e che riutilizzò in minima parte in edizioni dei primi anni ‘50. Perchè quest'edizione biblica non venne effettivamente pubblicata è oggi impossibile accertare ma certo è che un intero, bellissimo corredo di xilografie, rimase accantonato per più di 45 anni.

Dagli anni quaranta e poi soprattutto durante il decennio successivo, le edizioni giolitine si fregiano sempre più spesso del privilegio papale, mentre è del 1553 il primo caso di pubblicazione integrale di tutti i privilegi internazionali ottenuti: ovvero l'imponente dispiegamento di quelli (papale, imperiale, di Enrico II di Francia, del duca di Firenze, di Ferrara e di Mantova, oltre che, naturalmente a quello veneziano) ottenuti per il volgarizzamento delle Metamorfosi di Ovidio a cura di Lodovico Dolce, un'edizione, quella delle Trasformationi, che riveste particolare rilievo nella storia dell'azienda giolitina, non meno importante per il suo impatto sull'arte figurativa, per il suo mirabile corredo di xilografie, tra i più significativi dell'intera tradizione a stampa del testo ovidiano, che sulla storia della letteratura, dal momento che il volgarizzamento dolciano attua implicitamente una riscrittura del testo classico secondo il modello, suddiviso in canti, del Furioso.

A partire dagl'anni '60, il livello di competizione fra le aziende veneziane si fa sempre più alto e la durata dei privilegi viene sempre più spesso protratta a vent'anni, mentre cominciano ad essere regolarmente affiancati da quelli emessi da altri centri di potere italiani, soprattutto dei rappresentanti imperiali, il governatore di Milano e il vicerè di Napoli. Negli anni del trionfo della Controriforma, poi, se Gabriele non partecipò a nessuna delle grandi edizioni riformate dei testi sacri, liturgici o canonici, dominate dai Manuzio e dai Giunta, si conquistò un ruolo della massima preminenza, sul mercato, assai vasto, dei testi devozionali in volgare, i cosiddetti “libri spirituali”, legato soprattutto a tre grandi autori: gli spagnoli Antonio de Guevara e Luis de Granada (entrambi tradotti in italiano) e Cornelio Musso, le cui opere, continuamente riproposte, fecero certamente guadagnare a Gabriele il favore della gerarchia ecclesiastica, come dimostra il privilegio perenne e generale per qualunque sua pubblicazione, stampata e da stamparsi (purché rivista ed approvata dall'Inquisizione) – una distorsione fondalmentalmente monopolistica al principio stesso – che gli fu conferito nel 1574 da Gregorio XIII.

L'analisi di un gruppo di lettere di Gabriele, solo in parte note a Bongi che le utilizzò come serbatoio di notizie varie ma che non pubblicò mai integralmente, dimostra ancora una volta la centralità che la richiesta dei privilegi assumeva negl'interessi del capo-azienda. Le lettere di maggior rilievo – tutte pubblicate interamente nella prima appendice – si dividono in due gruppi: quelle indirizzate ad Antoine Perrenot, cardinale di Granvelle nelle sue diverse sedi di permanenza, con alcune lettere responsive del destinatario, e lettere indirizzate ad un suo parente, il senatore casalese Lelio Montalerio. Durante tutto l'arco della sua vita, Antoine de Perrenot, consigliere di Carlo V e futuro cardinal Granvelle, proprio per i suoi interessi bibliofili tese a crearsi dei rapporti personali molto intensi con i grandi stampatori dell'epoca – tra cui Plantin e, appunto, Gabriele, che si sdebitavano a suon di copie legate lussuosamente e sbrigando ogni faccenda richiesta – al punto di giungere ad un'attività d'influenza sulla loro politica editoriale. Che Perrenot fosse veramente uno dei numi tutelari dell'azienda di Gabriele, lo confermano tra l'altro anche le dediche più strategiche delle edizioni della Fenice.

Completa questa prima parte un vasto apparato di appendici: la prima, come si accennava, pubblica le lettere di Gabriele a diversi destinatari, una testimonianza di enorme interesse sulla sua attività, ma ricca di elementi utili anche a definirne meglio la figura umana e professionale. Se si esclude il vasto epistolario dei Manuzio, che rientra però piuttosto nel genere del carteggio umanistico che nella pratica commerciale dei mercanti, una delle fonti principali per la storia economica, rarissime sono infatti le missive, reali lettere e non testi pubblicati come le dediche o indirizzi al lettore, la cui reale paternità resta sempre alquanto dubbia, di editori italiani dei primi secoli; il secondo gruppo di appendici, di natura bibliografica, presenta l'indice cronologico delle edizioni di Giovanni Giolito de'Ferrari stampate a Pavia tra 1503 e 1520 e quello delle edizioni prodotte dalla società della Corona (Venezia, 1539-1563) ; la terza appendice, infine, presenta alcuni contratti notarili riguardanti Giovanni e Gabriele e l'elenco dei privilegi concessi all'azienda Giolito dal Senato veneto per edizioni pubblicate tra il 1538 e il 1593.

La trasformazione più profonda portata dall'invenzione della stampa al mondo del libro ebbe per oggetto il commercio librario, ed ebbe carattere fondalmentalmente economico: il passaggio dell'iniziativa produttiva dal cliente, lettore e committente, allo stampatore ed editore imponeva a questi ultimi di rientrare dell'investimento finanziario in tempi ragionevoli, e soprattutto di realizzare un profitto per la successiva produzione e per mandare avanti gli affari. Il libraio/editore aveva tutto l'interesse ad andarsi a cercare gli acquirenti, attirarli e far conoscere i propri prodotti: queste sono le esigenze alla base della nascita dei cataloghi di vendita. A quelli dei Giolito, e alle loro liste di vendita è dedicata allora la seconda parte del saggio, opera di Christian Coppens.

In realtà, Gabriele non produsse alcun catalogo di vendita durante la sua esistenza, ma furono i suoi eredi a pubblicarne uno qualche anno dopo la sua morte, quando la produzione aziendale era assai diminuita e i successori evidentemente meno interessati al lavoro della stamperia e dunque probabilmente desiderosi di disfarsi delle scorte in magazzino, monetizzandole in fretta. Fu infatti Giovanni Paolo Giolito ad allestire il grande – 220 titoli – catalogo di vendita del 1592, ad un anno dalla morte del fratello e socio, Giovanni jr. Lo stesso catalogo dovette continuare ad essere adoperato da professionisti del mestiere, ovvero librai e distributori, per diversi anni successivi, come sembrano testimoniare gli esemplari giunti fino a noi, aggiornati con l'inserimento di altre edizioni e con correzioni manoscritte. Il catalogo del 1592 è allora fatto oggetto da Coppens di un'approfondita ed intelligente analisi, con tanto di grafici, volta a considerarlo come una sorta di “bilancio finale” dalla casa, per esaminare successi ed insuccessi della Fenice, rispetto al solo pubblico contemporaneo, e senza riguardo per le scelte collezionistiche che nel Settecento e Ottocento privilegiarono alcuni specifici settori della produzione giolitina, permettendone la migliore conservazione fino ad oggi, ma falsandone talvolta la nostra corretta percezione della vendita effettiva. Completano questa seconda parte un'appendice in cui si ricostruiscono le strutture delle collane editoriali create dalla brillante intelligenza imprenditoriale di Gabriele e un'altra che propone l'edizione del catalogo di vendita del 1592 e delle liste di libri del 1587.

Lungi dal voler essere uno studio completo sulla dinastia Giolito e perfettamente cosciente di non poter affrontare altri aspetti che avrebbero richiesto spazio e specializzazioni non disponibili in tale sede – si pensi ad esempio al fondamentale aspetto per la Venezia (del) Cinquecento dell'illustrazione libraria e della circolazione veramente europea dei modelli iconografici proposti dalle edizioni giolitine, dalle copie lionesi all' ”istoriato” faentino, a quello dell'approfondimento del contesto sociale in cui nacquero alcune pubblicazioni, che sarebbero certamente più precisamente ricostruibile grazie ad un'analisi più approfondita delle dediche e dei dedicatari o ancora a quello degli aspetti materiali della produzione tipografica, della quale pure si sono intravisti aspetti di grande dinamismo e creatività nella capacità di adattare il prodotto-libro a un mercato in veloce evoluzione, il saggio, per la ricchezza e la serietà dell'approfondimento, per la trattazione chiara e scorrevole di argomenti talvolta complessi e altamente specialistici, per la messe documentaria analizzata criticamente che propone e per l'imponente massa di indicazioni bibliografiche assume l'aspetto, tutto positivo, di un'opera d'erudizione d'altri tempi, un “gigante moderno”, insomma, seduto sulle spalle di quello, antico, dell'opera del Bongi.

Ilaria Andreoli
(21 dic 2006)

 

 


Indice

 

INTRODUZIONE
di Angela Nuovo e Christian Coppens

PARTE PRIMA
di Angela Nuovo

CAPITOLO PRIMO
Giovanni Giolito editore (1503-1539). Editoria e commercio librario tra Monferrato, Lombardia e Francia
1. I segni del mercante
2. Giovanni Giolito editore a Pavia (1503-1520)
3. Scelte editoriali e mercato
4. La produzione di Trino (1508-1523)
5. Vita e costumi di un mercante
6. Gli affari con Lione
7. L'azienda tipografica a Torino (1534-1538)
8. La bottega libraria a Torino (1538)
9. La bottega libraria a Pavia (1538-1539)
10. L'eredità Giolito

CAPITOLO SECONDO
Gabriele Giolito editore (1539-1578). L'organizzazione produttiva
1. Da Stagnino a Giolito: preistoria della Fenice (1531-1544)
2. Dentro l'azienda degli Stagnini
3. Gabriele e la fraterna (anni Quaranta e Cinquanta)
4. La società della Corona (1539-1563)
5. Il lavoro editoriale: produzione libraria e mediazione culturale
6. Figure della mediazione
7. Lodovico Dolce
8. Altri collaboratori della Fenice
9. Autori, lettori e dedicatari
10. I Libri di rime: serialità e concorrenza
11. Editoria e riscrittura
12. «Pel vostro esser devoto del sesso donnesco.»: l'immagine di un editore militante

CAPITOLO TERZO
Il marchio e l'organizzazione commerciale
1. La Fenice: storia esemplare di un marchio
2. Il mito della Fenice e le versioni del marchio
3. Impresa, marchio, marketing
4. Concorrenza e imitazione del marchio
5. Strutturazione del commercio librario: filiali e corrispondenti
6. La filiale Giolito di Padova
7. La filiale Giolito di Ferrara
8. Gabriele Giolito stampatore ducale ?.
9. La filiale Giolito di Napoli

CAPITOLO QUARTO
Il sistema dei privilegi librari nel XVI secolo.
1. L'istituto del privilegio
2. I privilegi librari
3. I privilegi letterari.
4. La legislazione veneziana sulla stampa.
5. L'iter della concessione.
6. Validità e notifica dei privilegi
7. Gli autori e il sistema dei privilegi
8. L'istituto della licenza di stampa.
9. Privilegi librari tra Venezia e Roma.
10. I grandi librai veneziani e i privilegi papali

CAPITOLO QUINTO
Lo sviluppo della casa della Fenice : storia dei privilegi giolitini.
1. I librai veneziani nel sistema dei privilegi.
2. Panoramica sui privilegi della Fenice
3. Gabriele Giolito e i primi privilegi richiesti.
4. L'edizione del Furioso del 1542
5. Il progetto della Bibbia volgare (1543).
6. Estensione territoriale e durata dei privilegi giolitini
7. I privilegi degli anni Cinquanta: l'affermarsi del privilegio papale nelle edizioni di Giolito.
8. L'edizione delle Trasformazioni di Lodovico Dolce e i privilegi internazionali
9. Privilegi negli anni Sessanta.
10. I privilegi e la dialettica con gli autori
11. Privilegi di Giolito negli Stati minori
12. Privilegi papali negli anni della Controriforma.
13. L'officina dei privilegi : dalle lettere di Giolito .
14. Il privilegio e il concetto di edizione.

APPENDICI
1. Lettere di Gabriele Giolito de' Ferrari a diversi destinatari
Introduzione
Criteri di edizione.
I. Carteggio tra Gabriele Giolito e Antoine Perrenot (cardinal Granvelle dal 1561).
II. Altre lettere di Gabriele Giolito
Indice delle lettere e delle loro sedi di conservazione.

2. Appendici bibliografiche.
I. Indice delle edizioni di Giovanni Giolito a Pavia.
II. Indice delle edizioni della Società della Corona (Venezia 1539-1563)

3. Appendici documentarie
I. Contratti
1. Trino. 1534, 24 ottobre. Patti e convenzioni per la fondazione di un'azienda tipografica a Torino
2. Trino. 1539, 4 gennaio. Patti e convenzioni per l'apertura di una bottega libraria a Pavia
3. Padova, 1542, 6 marzo. Contratto per l'apertura della filiale Giolito a Padova
4. Venezia. 1544, 21 luglio. Costituzione di pegno sull'azienda tipografica degli eredi Stagnino.
5. Ferrara. 1553, 1° luglio. Contratto di cessione della bottega libraria di Antonio Sivieri a Gabriele Giolito
II. Privilegi.
Privilegi concessi alla famiglia Giolito (Venezia, 1538-1593)
Altri privilegi concessi alla famiglia Giolito

 

PARTE SECONDA
di Christian Coppens

A. I cataloghi di vendita dei Giolito (1587-1592).
1. I cataloghi a stampa degli stampatori e dei librai (1469-1600).
2. L'azienda Giolito e la sua politica editoriale.
3. I cataloghi e le liste di libri in vendita dei Giolito
4. Il catalogo del 1592
5. Le liste del 1587
6. Il catalogo di vendita dei libri non stampati dai Giolito
Appendice
Ricostruzione delle collane di Gabriele Giolito487

B. Edizione dei cataloghi.
1. Il catalogo del 1592.
2. Le liste del 1587
3. Descrizione della miscellanea contenente le liste del 1587

Indice dei nomi
Titoli per anno
Bibliografia.
Indice dei nomi di persona e di città.
Indice delle tavole.
Indice delle illustrazioni (serie delle didascalie)
Sommario

 


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