Alessandro Vittoria e l'arte veneta della maniera,
atti del convegno (Udine, 26-27 ottobre 2000), a cura di Lorenzo Finocchi Ghersi
Udine, Forum Editrice ("Fonti e testi"), 2001, pp. 340, ill. b/n, € 31, 00.

 

La scultura, a dispetto della recente ondata di entusiasmo, continua a essere la meno studiata tra le varie forme d’arte, e quindi ogni nuova e seria pubblicazione su questi argomenti non può che renderci lieti.

Con Alessandro Vittoria e l’arte veneta della maniera, libro a cura di Lorenzo Finocchi Ghersi, che raccoglie gli atti del convegno di Udine dell'ottobre 2000, si apre un nuovo capitolo per la conoscenza dell’artista e del contesto socio-culturale in cui visse. Da qualche tempo ormai, e in special modo dal 1999 anno in cui si sono tenute la bella mostra di Trento (1999) e quella di Vicenza (1999-2000), lo "scultore trentino" è divenuto oggetto di costante ricerca da parte di vari studiosi, i quali pur affidandosi ai tanti documenti lasciatici e raccolti nell'Archivio di Stato di Venezia, nelle note buste 18 e 19 del fondo d’Archivio di S. Zaccaria, tentano di rispondere a interrogativi e attribuzioni di non facile e chiara comprensione.

È ormai palese a molti l’importanza rivestita da Vittoria nella produzione artistica veneziana di secondo Cinquecento, in quella fase di "tramonto del Rinascimento"che vide alternarsi crisi e rinnovamenti che artisti e personaggi eminenti resero evidenti con il loro operato. Vittoria nacque a Trento, ma visse tutta la vita a Venezia, allievo del "Fidia" Sansovino, ma ben presto autonomo e in alcune occasioni antagonista del vecchio maestro, fu dal 1553 - anno in cui viene chiamato a realizzare le Cariatidi della Marciana - fino alla morte, sicuramente uno dei protagonisti del "gran teatro lagunare", grazie soprattutto a quelle straordinarie doti di ritrattista che lo contraddistinsero e gli permisero di avvicinare i più noti personaggi della politica e della cultura del suo tempo.

E il testo curato da Finocchi Ghersi è tanto più interessante nella misura in cui gli studiosi, superando la semplice trattazione monografica, si sono cimentati con una serie di problematiche tese a indagare rapporti e collaborazioni, a volte anche secondarie, che ci danno modo di approfondire la conoscenza di argomenti finora poco affrontati anche se di sicuro rilievo.

Nel 1581 Vittoria, attento e scrupoloso collezionista d’arte, acquista dal pittore greco Michele Damaschino «tanti quadri di Parmigiano ed altri valentuomini», episodio che oltre a evidenziare la costante passione per l’opera del Mazzola, di cui possedeva L’autoritratto allo specchio nonché diversi disegni, solleva la questione e suscita interrogativi su quali tipi di rapporti unissero il nostro alla comunità greco-ortodossa di Venezia.

L’argomento è stato affrontato da Puppi, che nel saggio Alessandro Vittoria, il Greco, i Greci: con alcune brevi stravaganze, mostra come lo scultore fosse legato al gruppo ellenico guidato dal metropolita Seviros, personaggio di notevole spicco, da rapporti direi costanti e duraturi che gli consentirono di introdurre alcuni dei "suoi", Palma e i Longhena, all’interno della comunità stessa. Risultato di non scarso valore, ricordando che sul finire del XVI sec. i "Greci ortodossi" di Venezia si trovavano ad affrontare oltre al problema del primato della maniera bizantina su quella italiana, la difficile questione del valore delle immagini in rapporto al culto, anche in considerazione del ruolo totalizzante e centralizzante svolto dalla Chiesa di Roma ai danni di quella orientale. L’acquisizione di questi nuove informazioni non può che risultare utile ad ogni ulteriore ricerca in merito e confermare il ruolo predominante di chi, artisticamente parlando, «dal cui giuditio dipendeva anchora la città tutta», come riferisce Ridolfi. Del resto Vittoria era a capo di una delle più fiorenti e attive botteghe di secondo Cinquecento e, una volta morti Sansovino nel ‘70 e i grandi pittori del suo tempo, si ritrovò a essere quasi arbitro incontrastato dell’arte della laguna. Proprio questo è il motivo per cui in passato, in assenza di dati documentari, è capitato che opere di accertato pregio, ma di dubbia attribuzione, siano state avventatamente assegnate al "trentino" o al suo entourage. E in proposito non si può fare a meno di menzionare l’intervento della studiosa Victoria J.Avery, già autrice di una complessa tesi di PH.D. sull’attività giovanile del Vittoria, la quale grazie a una attenta indagine d’archivio, ha tracciato ex-novo le vicende che riguardano la risistemazione e decorazione della Cappella del Rosario della Chiesa dei Ss. Giovanni e Paolo a partire dal 1575. La ricercatrice, infatti, a seguito di nuove acquisizioni documentarie, ha nettamente ridimensionato il ruolo svolto dal Vittoria all’interno del cantiere della cappella domenicana, smentendo quella che era una tradizione solida e accolta unanimemente, secondo cui a questi sarebbe spettato il ruolo di architetto, proto, nonché scultore. Pur riconoscendogli un importante ruolo di consulente nella gestione delle risorse umane e artistiche, la Avery limita al Vittoria l’esecuzione dei due santi domenicani per l’altare e dei sei enormi profeti e sibille di stucco, dimostrando che architetti e proto furono in ordine di tempo, Francesco Smeraldi, Zuan Antonio Smeraldi e dal 1593 Cesare Franco; tutti nomi questi assolutamente non nuovi per i conoscitori del "maestro", visto che ognuno di loro era strettamente collegato alla bottega, senza considerare che il Fraccà - pseudonimo di Francesco di Bernardin Smeraldi - oltre a essere suo «amicissimo e charissimo» viene più volte menzionato come architetto per l’esecuzione della sua tomba. Alla studiosa inglese spetta un’altra importante scoperta :i due splendidi candelabri bronzei fatti per la Cappella del Rosario, che i critici tutti da sempre ritengono opera del "trentino", furono eseguiti ben venticinque anni dopo la sua morte da Sebastiano Nicolini, figlio di Niccolò Roccatagliata e Andrea Balbi «orese a San Moisè». Del resto definire l’attività di un artista nella maniera più precisa possibile è sicuramente uno degli scopi prioritari di una ricerca, anche a costo di dover riscrivere libri e ritornare su argomenti che si ritenevano chiusi.

Seguendo questa scia, con gran piacere, vorrei soffermarmi sull’intervento di Finocchi Ghersi che, con un attento esame, ha sollevato il dubbio sull’autografia del paliotto dell’altare dei Merzeri a S. Zulian, uno dei brani scultorei più belli -a mio parere- attribuiti a Vittoria. Lo studioso ha evidenziato come da un punto di vista stilistico, l’opera si allontani dalla tipologia del maestro trentino, notando «una anomala scorrevolezza narrativa» molto affine alla maniera di Girolamo Campagna, attivo nella stessa Chiesa nella cappella del Santissimo Sacramento, dove realizzò la splendida Pietà con Cristo sorretto da due angeli. L’argomentazione è abbastanza esaustiva, ma ulteriori studi ci daranno maggiori risposte, per il momento noi accettiamo la sfida e vedremo se in futuro si riuscirà a fare maggiore chiarezza su un artista che allo stato attuale delle cose ci pone ancora diversi interrogativi. La materia è ampia e complessa, anche perché per ora sono ancora troppo superficiali le conoscenze che abbiamo sulla bottega di Vittoria, o meglio su tutte quelle maestranze e allievi che operavano attivamente all’interno di questa e che contribuivano alla fama dello stesso maestro.

Considerando quanti e quali risultati sono stati ottenuti in occasione del convegno di Udine, non c’è che augurarsi un altro incontro di studi   che ci darà l’opportunità di proseguire con le ricerche, per una migliore definizione di uno degli artisti più brillanti dell’arte moderna.

Simona Dolari
(20 gennaio 2003)


Indice

Lionello Puppi, Alessandro Vittoria, Il Greco, i Greci: con alcune brevi stravaganze

Giuseppe Barbieri, Tra responsabilità e imitazione: la decorazione nella riflessione architettonica da Alberti a Scamozzi

Luisa Attardi, Alessandro Vittoria e l'origine dei "cimieri ornati" nel camino veneto

Carmelo Occhipinti, Alessandro Vittoria e la cultura francese: considerazioni sui problemi vitruviani della percezione visiva

Manuela Morresi, Trifon Gabriele, Danese Cataneo e il Monumento Bembo al Santo di Padova

Massimiliano Rossi, "Ad imitazione de gli antichi e secondo la strada ch'insegna Aristotile": Danese Cataneo e la scultura colossale alla metà del Cinquecento

Anne Markham Schulz, Un'opera sconosciuta vicina a Vittoria

Caterina Furlan, Andrea Fosco da FAenza e il perduto Crocifisso della Cappella Sansovina nella chiesa veneziana di San Geminiano

Paolo Goi, Scultura veneta del secolo XVI nel Friuli patriarcale

Paola Rossi, L'eredità del Vittoria nell'opera di Giulio Dal Moro

Irene Favaretto, Problemi di "teste" e di altre cose. Alessandro Vittoria e gli artisti veneti del suo tempo a confronto con l'arte classica

Victoria J. Avery, Nuove fonti archivistiche per il rinnovo cinquecentesco della Cappella del Rosario ai Santi Giovanni e Paolo a Venezia

Lorenzo Finocchi Ghersi, Sui rapporti tra Vittoria e Girolamo Campagna

Donata Battilotti, Il villino Forni Cerato a Montecchio Precalcino e il suo committente

Matej Klemencic, Appunti sul neocinqucentismo nella scultura veneziana del Settecento

Illustrazioni

Referenze fotografiche

Indice dei nomi e dei luoghi


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