Massimo Danzi,
La biblioteca del cardinal Pietro Bembo,
Genève, Droz, 2005 ("Travaux d'Humanisme et Renaissance", n.CCCXCIX), 470 pp., 28 ill. b/n, 132 CHF

 

Chi, ritrovandosi per la prima volta in casa altrui non ha scorso i titoli sugli scaffali della libreria per farsi un’idea più precisa del padrone di casa ?

Non capita spesso, invece, di tentare – e riuscire con successo – di delineare la cultura libresca e ricostruire la rete di relazioni intellettuali dell’anfitrione di Palazzo Baldassini a Campo Marzio negli anni ‘40 del Cinquecento. Questo l’obiettivo che si prefigge lo studio di Massimo Danzi, attraverso l’edizione e illustrazione del catalogo della biblioteca romana del cardinale padovano condotte sulla base di un documento eccezionalmente ricco e preciso: l’unico inventario sopravvissuto, steso nel 1545, con ogni probabilità sotto gli stessi occhi del Bembo, dal giurista francese Jean Matal (1510 ca-1597), infaticabile perlustratore di biblioteche “pubbliche” e private dell’Italia settentrionale e mediana, e ritrovato alla University Library di Cambridge circa 450 anni dopo, sul finire del 1993.

Il commento all’inventario, condotto con rigore filologico ed estrema completezza di dati, è ammirabile non fosse altro per il coraggio di misurarsi con la complessità e lontananza delle opere censite, che rendono impossibile a qualsivoglia studioso moderno di considerarsi competente davanti a materiali, per lingue, culture e generi, tanto eterogenei come quelli che passarono nelle mani del Bembo e di altri umanisti suoi contemporanei. Esso comporta sostanzialmente due parti: una d’impronta più propriamente filologica, costituita dall’edizione vera e propria e dalle identificazioni dei volumi, siano essi manoscritti o edizioni a stampa, l’altra più storica-culturale, che illustra natura dei testi e il loro eventuale ruolo nei dibattiti cinquecenteschi cui, in vario modo, furono chiamati a partecipare. Nella prima parte, l’indagine ha mirato anche al recupero degli esemplari “fisicamente” appartenuti a Bembo: una ricerca paziente coronata da alcuni inediti successi attraverso l’identificazione delle opere e loro visione diretta, si può facilmente immaginare, non sempre evidente. A differenza del padre e d’altri contemporanei illustri (da Reuchlin a Erasmo, dal Vermigli a Melantone, ecc.), infatti, Bembo, non usa mai note d’appartenenza, “ex-libris” o altri marchi di possesso e neppure ricorda – come usava Bernardo – l’occasione o il tempo dell’acquisto dei suoi libri: la ricostruzione della sua biblioteca ha dunque costituito un’impresa difficile e lenta, condotta sfogliando i volumi sospetti alla ricerca di segni identificativi. Nella seconda, che si snoda essenzialmente nel commento dei titoli, Danzi si dedica alla ricostruzione della rete intellettuale cui Bembo partecipa attraverso la considerazione delle componenti “materiali” e di pensiero presenti nei volumi censiti. Ogni singolo titolo è allora analizzato sulla base del profilo del suo autore e delle sue ambizioni, oltre naturalmente che sulla corretta comprensione dei temi in discussione negl’ambiti culturali in cui esso è nato o in cui è stato riportato d’attualità a distanza di secoli, ma anche e soprattutto sulle testimonianze di una cultura “materiale”, appunto, del libro in quanto oggetto, fatta ancora di uomini (tipografi, curatori editoriali, predatori, traduttori, librai…), e di carta, inchiostro, piombo.

Completa il catalogo un’appendice in cui, sempre a partire dall’inventario edito, si propone una distinzione fra il contenuto della biblioteca romana e altri materiali, databili a tempi precedenti e in particolare alla biblioteca “padovana”, intendendo con essa lo stato della collezione libraria mantenuta, arricchita e comunque non trasferita a Roma nel “trasloco” del 1539. Per quanto un poco arido, e molto probabilmente incompleto, l’elenco di Matal permette infatti una prima stratigrafia della cultura bembesca attraverso l’assimilazione degli autori a queste due grandi fasi biografiche, sebbene all’interno della biblioteca “veneta” non sia poi facile stabilire una cronologia più precisa dei testi e delle acquisizioni.
Come si diceva, aldilà e oltre il documento che ne è alla base, il vero apporto dell’opera consta senza dubbio nella ricostituzione dell’itinerario culturale del Bembo e del senso della sua biblioteca, svolta dal Danzi nell’ambito delle varie sezioni del libro, fra loro complementari.

E’ nell’Introduzione, allora, e logicamente, che si pongono le basi ermeneutiche per scandagliare questo variegato e monumentale universo libresco: essa affronta tre temi, di cui il secondo e il terzo più specificamente dedicati alla biblioteca. La prima parte è infatti dedicata al rapporto fra i libri e il collezionismo artistico del Bembo, un rapporto che, come testimoniano tanto i documenti bembeschi quanto le fonti coeve, è retto da una stretta organicità. La mancanza, ancora all’ora attuale, di uno studio approfondito sulla collezione artistica della famiglia dopo l’inventario cinquecentesco che Iacopo Morelli pubblicò per primo nel 1800, si dimostra allora tanto più deplorevole, dal momento che, nel gusto e nella sensibilità del personaggio e del suo secolo, biblioteca e collezionismo artistico-antiquario – tanto più esercitato direttamente nella Roma leonina, in cui Bembo aveva probabilmente iniziato a raccogliere, o comunque notevolmente incrementato, i materiali artistici, archeologici, epigrafici e numismatici che avrebbero reso celebre il suo “Museo” - esprimono due facce di una stessa cultura. Inserendosi nel più ampio clima del collezionismo della prima metà del secolo, con particolare attenzione alla tradizione veneta e padovana, nello “studiolo” bembesco, infatti, accanto ai libri, trovavano luogo non solo medaglie, monete, statue, epigrafi e lacerti di varia antichità, ma anche strumenti scientifici e astronomici, sfere, globi, mappamondi che – inventario della biblioteca alla mano – rivelano ora una perfetta sintonia coi testi scientifici, astronomici, astrologici e geografici. Tradizione sì ma anche nuove curiosità, se il pezzo più famoso della collezione era sicuramente la Mensa isiaca, una tavola in rame rivestita d’argento di grandi dimensioni contenente una complessa rappresentazione geroglifica del mito di Iside. Testimonianza di un gusto per l’egizio assolutamente nuovo, la fortuna della Mensa bambina è ben documentata - da Enea Vico all’Oedipus Aegyptiacus di Athanasius Kircher - e riconosciuto l’impatto che essa diede al fenomeno della nuova “egittomania” diffusasi in Europa a partire dalla fine del secolo.

Se la seconda parte dell’introduzione è specificatamente dedicata alla genesi e alle vicende storico-filologiche dell’inventario cantabrigiano e alla sua descrizione materiale, è nella terza che Danzi delinea più approfonditamente gli “elementi di cultura bembesca”.

Innanzitutto il rapporto e confronto tra la biblioteca di Pietro, ormai “compromessa” con la stampa e la tipografia, e quella del padre Bernardo, amico di umanisti come Bracciolini, Ficino, Poliziano o Ermolao Barbaro e familiare di copisti e calligrafi d’eccezione come il Sanvito, la cui cultura, quasi priva di greco era, a parte eccezioni, interamente affidata a manoscritti. Di contro al manufatto spesso miniato e prezioso del padre, la biblioteca di Pietro, come quella di ogni buon umanista, è insieme luogo di conservazione e lettura dei testi, ma anche di ecdotica, filologia e collazione, e significativa è a questo proposito la presenza di “esemplari di lavoro” postillati. La netta prevalenza, poi, di autori contemporanei, i cui nomi disegnano il panorama di una rinnovata cultura “enciclopedica”, quale è stata definita quella bembesca e la cui attualità si evidenzia entro una congiuntura che dai prodromi della Riforma giunge agl’anni preconciliari e conciliari, in relazione con i dibattiti politici, religiosi e culturali del tempo. Si tratta, appare allora chiaro, di una cultura “militante” anche quando annovera testi antichi o classici che parrebbero naturali presenze. Di questi testi “antichi”, oltre alla testimonianza filologico-testuale, importano spesso le condizioni, gli attori e le modalità del recupero, che finiscono per iscrivere l’opera in una dialettica sempre significativa col presente.

Un altro aspetto che affiora, è poi quello dell’interesse, assai precoce, del Bembo per la cultura spagnola, la cui valutazione tocca inevitabilmente il problema più generale dei letterati italiani con la lingua e letteratura iberiche, e di quanto, dalla lirica e dalla letteratura “romanzesca” e teatrale ai testi legati al pensiero e alla pratica religiosa, sia o no d’ispirazione erasmiana (si pensi alla fortuna italiana di Alfonso e Juan de Valdés), da quelli d’impronta più umanistico-filosofica o ancora di ambito più genericamente morale e di comportamento, alle opere storiche ma soprattutto di “geografia e di viaggio”, diffusesi in Italia soprattutto a partire da Venezia sull’onda delle scoperte spagnole del Nuovo Mondo, sia transitato nella cultura italiana ad equilibrare uno scambio palesemente disguale. Anche questa “sezione” della biblioteca bembesca ribadisce l’apertura culturale del suo possessore, registrando in particolare la presenza dei principali temi che avevano rivoluzionato le conoscenze storiche e geografiche fra Quattro e Cinquecento, ben rappresentati dalle opere dell’amico portoghese Damião de Góis, che aprono spiragli sul cristianesimo etiope o sulla realtà dei Lapponi.

Principale novità dell’inventario di Cambridge è poi la questione della conoscenza che Bembo poté avere dell’ebraico. La sua biblioteca comprende infatti una vera e propria sezione di testi in “lingua sancta”, suddivisibili in quattro aree: un primo gruppo è costituito da lessici, grammatiche e trattatelli sulla vocalizzazione e sugli accenti; un secondo da testi biblici, commenti e la princeps delle concordanze della Bibbia ebraica; un terzo e più piccolo che rientra nel genere degli “adversus Judaeos”, testi cioè, di polemica antigiudaica, e infine un quarto gruppo di opere legate alla tradizione di mistica ebraica e di cabala cristiana. Se questi ultimi, appartenenti ad una tradizione neoplatonica e ficiniana che li aveva naturalizzati entro la cultura umanistica, risultavano facilmente integrabili nella cultura del Bembo e di altri umanisti, i commenti rabbinici ai testi sacri, assai meno avvicinabili per la difficoltà intrinseca costituita dalla struttura e lingua del genere cui afferivano, erano letture ardue anche per un ecclesiastico che alla cultura teologica non accompagnasse una pari competenza rabbinica. Bembo dovette dunque possederne ben più di qualche rudimento se si considera il carattere “strumentale” e non esornativo dei molti volumi ebraici della sua biblioteca. Un interesse per la lingua e la letteratura ebraica è noto nella Venezia del giovane Pietro, in particolare nell’entourage della stamperia di Aldo, ma il nesso più significativo, perché concerne da vicino la questione della spiritualità del cardinale, è quello con il nucleo di patrizi veneti “riformisti”, amici intimi di Bembo, che fra il primo e secondo decennio del secolo inclinarono agli ideali della vita eremitica – che nel caso del Giustiniani e del Querini, divenne scelta radicale per l’eremo di Camaldoli – e che dell’ebraico non solo giustificavano l’apprendimento, ma ne ritenevano fondamentale l’importanza per una corretta comprensione del testo biblico e per la predicazione e diffusione del Vangelo presso le popolazioni lontane.

Cercando di volta in volta la rilevanza di un libro, la tradizione di pensiero in cui si inserisce o, eventualmente, la ragione della sua presenza, Danzi sceglie – come afferma lui stesso nella premessa - di rivolgersi ad un lettore curioso, naturalmente interessato alla ricostruzione di un “sapere” antico e  “altro” da noi, ma non necessariamente “specialista”. Un invito, insomma, a curiosare tra gli scaffali – o piuttosto, secondo la prassi umanistica, fra le casse - di chi siamo abituati a pensare come maestro di ciceronianesimo e paladino della lingua volgare, una visione certamente corretta, sebbene - ovviamente – parziale e principalmente ancorata, fino ad oggi, all’eminenza del suo indiscutibile ruolo letterario.

Sullo sfondo di un paese che va disegnando le proprie ambizioni unitarie, ma la cui cultura è chiamata – ai suoi livelli più alti – a supplire ad una crisi politico-istituzionale forse senza precedenti, la cultura a cinque lingue che emerge dalla biblioteca, come la rete intellettuale che la sorregge, apportano allora altre e arricchenti testimonianze: certamente informano sul carattere enciclopedico ed al contempo “europeo” – erasmiano si vorrebbe dire - di una civiltà i cui difensori, come riporta il Varchi nell’orazione in morte del Bembo (la stessa in cui, proprio non a caso, aveva proposto il paragone con Erasmo) “a tutto quello che si allegava in pro et favore de’ Germani rispondevano solamente : et noi havemo il Bembo”.

Ilaria Andreoli
(23 nov. 2006)

 

 

 


Indice

Premessa

Introduzione

Parte I
Fra "Museo" e biblioteca
I. Da Padova a Roma
II. Bembo e la tradizione dell'"Antico"
III. L'Astrarium del Dondi e il Vitruvio di fra Giocondo
IV. Ancora sul collezionismo
V. Fra "Museo" e biblioteca
VI. "Mensa isiaca", obelischi, papiri: il gusto per l'egizio
VII. Terenzio e Virgilio
VIII. "Paideia" di Torquato e continuità del patrimonio familiare: "il danno sarà tuo"!
IX. Note sulla dispersione

Parte II
La biblioteca romana
I. Prima approssimazione: Antonio Agustine Jean Matal
II. L'inventario di Cambridge
III. Il codice Additional 565 della University Library

Parte III
Elementi di cultura bembesca
I. "Ordine" dei libri e stratigrafia dell'antico nella sezione bembesca
II. Bembo e la cultura letteraria spagnola nell’Italia del primo Cinquecento
III. Dall'"ispanismo" di Bembo alla parte ispano-portoghese della biblioteca
IV. "Lingua sancta" e cultura ebraizzante
V. La sezione ebraica della biblioteca
VI. Mappa editoriale e umanesimo europeo
VII. Testi volgari e altra cultura

Catalogo della biblioteca
I. Criteri di edizione
II. Sigle delle biblioteche
III. Testi et commenti

Appendice
I. Schede per uno studio dello biblioteca padovana .

Tavole fotografiche

Bibliografia

Indici
Indice degli stampatori
Indice dei possessori
Indice dei manoscritti
Indice dei nomi

Indice delle illustrazioni


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