| Élizabeth Crouzet-Pavan Venezia trionfante.Gli orizzonti di un mito Torino, Einaudi, 2001 ("Biblioteca di cultura storica"), pp. XVIII+372, ill., £ 50.000 ( 25,82) |
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LAutrice è ben nota al pubblico degli studiosi per i suoi consistenti volumi sullo spazio urbano a Venezia e sulla storia di Torcello, nonché per una lunghissima serie di saggi più brevi sulla Serenissima fra tardo medio evo e Rinascimento, in parte raccolti in modo organico in Venise: une invention de la ville (XIIIe-XVe siècle), Paris 1997.
Il saggio qui recensito ha però scopi diversi dai precedenti, essendo diretto ad un pubblico di non specialisti. Nelle primissime pagine lAutrice dichiara infatti di voler contribuire a ravvicinare due settori, quello scientifico e quello divulgativo, che per quanto riguarda la storia di Venezia si vanno sempre più allontanando. Però il racconto sarà guidato dagli interessi metodologici e storici specifici dellAutrice, e questo spiega sia perché è stato scelto per il libro un ordine tematico, e non cronologico, sia perché particolare rilievo ha avuto lo "spazio" dei veneziani, o meglio il "gioco degli spazi": una tematica da molto tempo nel cuore della ricerca dellAutrice E questo senza approcci troppo "obiettivi" o preferenze per i fatti concreti, ma attribuendo grande cura anche allordine del simbolico. Il periodo cronologico prescelto è quello fra medio evo e Cinquecento, il taglio storiografico è quello politico-sociale.
Il primo capitolo ha titolo "Una città nata sulle acque", e si occupa del rapporto della civiltà veneziana con lambiente lagunare, fin dai primordi. Confermando la presenza di una colonizzazione romana nella laguna settentrionale, lAutrice ricorda però che limpulso reale al popolamento della zona avviene solo con le invasioni barbariche del V secolo, a seguito delle quali lisola di Torcello si afferma, con lerezione della basilica, come nuovo centro soprattutto spirituale. Nell810 la sede del ducato è infine stabilita a Rialto.
In un paragrafo non a caso intitolato "Linvenzione di una città" (titolo ripreso dal citato lavoro precedente dellAutrice), vengono poi descritte con efficacia le operazioni condotte dai veneziani per fondare una città dove "non esiste il suolo". La struttura urbana prende lentamente forma attraverso lassidua creazione di nuovi terreni edificabili, e in questa direzione una funzione centrale è svolta sia dagli ordini religiosi, sia dalle bonifiche operate dal potere pubblico. Col tardo medioevo, nel XV secolo si verifica la ben nota "rivoluzione dei ponti", accompagnata anche dalla creazione di nuove calli e di un sistema viario più articolato.
Il potere pubblico impiega, a partire dal "Piovego", un crescente numero di magistrature. Le aree centrali cominciano a subire forti cambiamenti, in primo luogo nel XII secolo, con la donazione della famiglia Orio dei terreni di Rialto, e con le ristrutturazioni della basilica di San Marco e la fondazione dellArsenale. Però anche il 4-500 vede non arrestarsi la "volontà del rinnovo urbano" del governo, soprattutto in piazza San Marco, coi lavori alla torre dellorologio, le Procuratie vecchie, il campanile, via via fino agli interventi sansoviniani. E questo grazie al sostegno di dogi come Leonardo Loredan e Andrea Gritti.
Niente grandi rotture col passato però, in nome di quella necessaria continuità che caratterizza un regime politico che, a confronto delle coeve realtà italiane, è nella sostanza stabile. Anche nel privato continua ad agire lantica idea di mediocritas del palazzo nobile, seppur col Rinascimento alcuni cambiamenti sembrano svelare una nuova maniera architettonica proveniente dallesterno, attraverso larchitetto Mauro Codussi ad esempio.
In conclusione, i grandi sforzi edilizi di pubblico e privato, il compenetrarsi di tradizione e novità, e i grandi capitali profusi portano senza dubbio la Venezia del 500 a configurarsi come un "teatro dellimmaginario".
Per ciò che riguarda gli interventi per la laguna e il porto, non prima del 400 si comincia a formare una conoscenza tecnica e si affinano strumenti dintervento come la magistratura dei Savi alle Acque, e solo per il secolo successivo si può parlare di una vera "politica delle acque" da parte del governo. Comunque, la cura costante attuata lungo il medio evo riesce a dare una certa unicità al sistema urbano-lagunare.
Nel secondo capitolo, "Una città che sposò il mare", il mare dei veneziani è appunto al centro dellattenzione, ma non solo in senso reale, ma anche simbolico, in tutte le sfaccettature culturali e iconografiche della propaganda e del mito. La talassocrazia di Venezia è sopra ogni cosa celebrata nei dipinti di Palazzo Ducale, prima e dopo lincendio del 1587. Il rituale forse più alto del calendario civico è proprio lo sposalizio del mare, la festa della Sensa. Nel costruire il mito della Serenissima, inoltre, gli scrittori di politica non mancano mai di asserire la vocazione della città verso il Mediterraneo, causa della grandezza di una comunità che Dio ha voluto si creasse sullacqua. E i due santi protettori, San Marco e San Nicola, con la forza emanata dalle loro reliquie, sono anchessi strettamente associati alle vicende marinare veneziane e assicurano la protezione divina e il giusto stimolo allintrapresa navigatoria e commerciale.
Tutto questo apparato culturale e propagandistico, che fa compagnia e anzi sostiene con decisione le iniziative politiche ed economiche, fa concludere allAutrice che "La "chance" di questa comunità fu anche che credette alla sua "chance"".
La parte centrale del capitolo ripercorre gli avvenimenti principali delle conquiste militari ed economiche in Mediterraneo fino al tardo sec. XVI, segnalando qua e là vicende da tempo presenti alla storiografia, ma di molto fascino per i semplici curiosi di storia veneziana: è il caso, a mio parere, delle avventure feudatarie di alcune famiglie nobili veneziane nelle isole greche.
La strategia marittima militare di Venezia è caratterizzata da grande aggressività soprattutto nel periodo medievale, e il controllo e accrescimento del vasto impero possono contare su navigli come le galere biremi, su particolari tecniche commerciali e finanziarie, e soprattutto sulla vigile presenza dello Stato in tutti i settori della navigazione e commercio. Un caso particolare è quello delle cosiddette "mude", i grandi convogli di "galere da mercato" organizzati dal Comune lungo determinate rotte capaci di legare il Mediterraneo orientale alle Fiandre e Londra. Alla luce di tutti questi fattori, appropriato è riportare alla fine del capitolo la famosa opinione di Marin Sanudo sui veneziani come popolo di eterni mercanti.
Tale opinione introduce altresì latmosfera del capitolo successivo, "Il leone e la terra", dedicato al travagliato rapporto fra Venezia e il suo dominio in terra italiana. Molti politici e cronachisti già allepoca della Repubblica, e storici delle generazioni otto-novecentesche, come Pompeo Molmenti, hanno guardato alla terraferma con malcelata ostilità, affermando senza sosta la centralità del mare nella pluriennale storia veneziana, e le "disgrazie" venute a Venezia dalle estese conquiste territoriali del Quattrocento. Le ricerche della storiografia italiana (e non solo) degli ultimi quarantanni si sono invece dedicate con accanimento al dominio veneto e ai suoi multiformi legami con la dominante, delineando un quadro assai più ricco e complesso. In tal caso loperazione di portare al grosso pubblico i risultati di tali ricerche può davvero dimostrarsi essenziale.
Se nella prima fase della sua storia Venezia vede nella laguna il suo "contado", infatti, già a partire dal Duecento la penetrazione fondiaria e anche sociale (con matrimoni) dei veneziani in terraferma è evidente, soprattutto nella Marca trevigiana. Inoltre, alcuni di loro esercitano come podestà in diverse città italiane, mentre lintera comunità viene sempre più coinvolta nelle vicende continentali europee. Lo stimolo principale al rapporto con lEuropa è naturalmente la protezione e il sostegno del commercio, in prima istanza di quello sul Po e sulle rotte verso il nord, mentre il porto di Rialto diviene vitale anche per la terraferma veneta. È semplice per lAutrice concludere che la conquista quattrocentesca "vint, dans sa première phase au moins, simplement sanctionner une déjà longue pénétration économique, une tradition ancienne déchanges, de rencontres et dinterventions".
Questo può anche spiegare perché molti autori dellepoca non si occupino granché dello "stato di terra", mentre non cè traccia di un "plan densemble" della conquista stessa. Inoltre, almeno nel 400 Venezia lascia sostanzialmente immutati molti dei privilegi locali, limitandosi a "restaurare" strutture esistenti prima delle guerre. Quindi, "la politique vénitienne savère ... globalement conservatrice et surtout le dominium nest pas ruiné".
E veniamo al quarto capitolo, "Scene di vita quotidiana di una potenza economica", che si snoda nella parte iniziale descrivendo gli interventi allArsenale e al porto, affinché Venezia si adatti "morfologicamente" allinstabile situazione del Mediterraneo. Molto incisive la pagine dedicate al via-vai della popolazione del sestiere di Castello che, comè ovvio, più risente delle contingenze del commercio e delle guerre marittime; un sestiere che però col tempo accentua ancor più la propria omogeneità socio-professionale. Suggestive anche le pagine sul mercato di Rialto, capaci di illustrarne la caratteristica compenetrazione di elementi popolari e mercantili, senza dimenticarne laspetto di luogo di alta valenza pubblica, ove si tengono supplizi o bandiscono proclami. Cenni alle Mercerie e al commercio in San Marco per la fiera della "Sensa" preludono infine al paragrafo "Alla ricerca di una Venezia industriale", contenente brevi ma precise descrizioni di alcune categorie sociali come gli schiavi, nonché delle principali arti - seta, lana, vetro, stampa. Nonostante un peso politico molto minore che altrove, il mondo artigianale si dimostra dinamico e capace di pronto rinnovamento, almeno fino al secolo XVI.
Le prime pagine del capitolo 5, "Lo stato in movimento: onori e rappresentazioni del politico", sono dedicate al celeberrimo mito di Venezia. Vengono citati elementi essenziali del mito come la difesa della Repubblica della "libertà italiana", il suo essere una civitas atipica, unica e immortale - un mondo, inoltre, in qualche modo indipendente dalla terraferma -, larmonia fra le varie componenti di governo (e la conseguente "eccellenza" del governo stesso). LAutrice ha ragione, a mio parere, nel ricordare che il mito ebbe una funzione importante non solo per lesterno ma anche verso linterno, tanto da agire come "instance dapolitisation de la communauté". Necessarie, a tale proposito, la pagine successive sui grandi rituali cittadini, dallintronizzazione del nuovo doge alle suntuose processioni in piazza San Marco. I rituali non rientrano nellambito del mito di Venezia (nonostante certa letteratura labbia fatto credere), essendo pieno risultato ed espressione dellazione politica concreta, ma possono ottenere risultati in parte analoghi avendo il fine di comunicare, da un lato, le giuste gerarchie aristocratiche e cittadine, e dallaltro creare un senso di alto coinvolgimento delle componenti sociali. LAutrice mette con chiarezza in evidenza tale fenomeno facendo seguire ai commenti sui riti la discussione dellorigine e dellevolversi del potere dogale (evolversi che nei secoli si riflette in toto, non a caso, nelle cerimonie dogali).
In seguito viene descritta lintero sviluppo costituzionale, col progressivo affermarsi dellaristocrazia rispetto alla carica dogale, e poi, verso il Rinascimento, il delinearsi di una cerchia sempre più circoscritta di magistrature con in mano il potere reale. Lessenza del gioco istituzionale veneziano è senzaltro nellelevato pragmatismo, nella capacità di fondere empirismo e competenza, in una "realité constante du provisoire qui devient definitif". Fondamentale però è anche il costituirsi di una classe dirigente chiusa e relativamente omogenea. A tale proposito lAutrice descrive alcune interpretazioni della famosa "Serrata" del Maggior Consiglio, tenendo nel giusto conto (cosa che talvolta non viene fatta) le diverse periodizzazioni con cui levento è stato analizzato e giudicato - breve/lungo periodo, ad esempio, o prima/dopo. Utili anche i cenni al tentativo nel 400 di regolamentare laccesso alla politica dei giovani nobili, e di riservare i posti burocratici della Cancelleria ducale ai componenti di uno strato sociale immediatamente inferiore alla nobiltà, ma in forte ascesa, i "cittadini originari".
Lultimo capitolo, "Uomini in città", scorre descrivendo i problemi del matrimonio, delle doti, e della presenza nel gruppo famigliare nobile con lo stesso patronimico, la cosiddetta "casa", di diversi rami a secondo dellappartenenza di ogni nucleo ad una parrocchia o palazzo. La trasmissione ereditaria è maschile, le donne ricevono la dote ma non possono ereditare, anche se i loro legami con la famiglia originaria permangono molto forti. Interessante il confronto dellAutrice fra le famiglie dei patrizi e quelle dei "cittadini originari", che redigono più scritture e memorie private che non le prime, avendo meno possibilità di dimostrare il valore del loro status.
Interessanti pure le pagine dedicate alle violenze sessuali, sulla scorta dei lavori di Guido Ruggiero. Le donne non inserite nel mercato matrimoniale sono facilmente preda di gruppi di uomini - soprattutto giovani - al di fuori della "sessualità istituzionalizzata", gruppi verso i quali, tra laltro, il potere politico non sembra adottare una severità davvero esemplare. Si tenta di controllare con cura solo i giovani appartenenti alla nobiltà, attraverso limpiego di brigate giovanili dette "compagnie della Calza", alle quali sono affidati compiti ufficiali. Ciò non impedisce però ai giovani di ricercare uno spazio e linguaggio autonomi.
Le pagine seguenti guardano al mondo popolare delle parrocchie, letto in primo luogo attraverso i testamenti. Nel 300 laffidabilità spirituale della parrocchia è molto alta, mentre nel secolo successivo cè uno slittamento a favore di istituzioni di livello extra-locale, come i grandi conventi e le maggiori confraternite di devozione, le Scuole Grandi. Il ruolo svolto da questultime insieme alla confraternite minori, le Scuole piccole, ed altri istituti dassistenza caritativa, come gli Ospedali, è ormai da tempo riconosciuto come uno dei segreti maggiori della "pace sociale" che caratterizza lantica Repubblica rispetto alle altre città italiane.
Alla fine della lettura limpressione è molto positiva, e il libro può essere suggerito come buon testo dintroduzione generale alla storia di Venezia, sopra ogni altra cosa per la scelta del taglio tematico, e per la capacità dellAutrice di spiegare in parole semplici e chiare temi a volta non del tutto risolti allinterno della storiografia. Penso in particolare al rapporto di Venezia con la terraferma, riguardo al quale, tra laltro, lAutrice prende posizione a favore dei sostenitori di un intervento "morbido" della dominante nel Quattrocento, contro le opinioni a suo tempo più volte espresse da Angelo Ventura (e non è il caso in questa sede di commentare che per il periodo fine 5-600 - periodo del resto non raggiunto da questo libro - le indagini più recenti stanno proponendo scenari molto diversi). Per quanto riguarda laristocrazia e la sua evoluzione sociale e politica, allinterno di un quadro comunque bene illustrato, qualche annotazione in più poteva forse essere dedicata sia al problema della nobiltà povera, sia al concetto di "casa" così come, ad esempio, è proposto nel libro di V. Hunecke (ed. or.: Tübingen 1995, vers. it.: Roma 1997). Anche Hunecke si occupa però di una cronologia più tarda, mentre il libro qui recensito ha come preciso obiettivo dintrodurre il lettore alla storia politica, sociale e urbanistica della Repubblica Serenissima dal momento della sua ascesa fino allapice rinascimentale.
(Matteo Casini)
15 ago 2003
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