Peter Burke,
Testimoni oculari. Il significato storico delle immagini,
Roma, Carocci Editore, 2002, pp. 260, € 20,00.

 

Testimoni oculari trae origine dalla riflessione sull'urgenza di costituire un quadro analitico stabile in ordine alla definizione delle modalità di impiego del materiale visivo per descrivere, comprendere e spiegare i fenomeni storici.

L'incremento progressivo di interesse dimostrato da parte degli storici nei confronti delle immagini, dagli anni sessanta in poi, ha generato infatti la necessità di elaborare un sistema di analisi e valutazione dei livelli di ammissibilità delle immagini stesse come prove documentarie.

Un interesse che l'autore colloca opportunamente in quel vasto fenomeno culturale di rivalutazione dell'importanza conoscitiva dei sistemi iconici che W. J. T. Mitchell definiva pictorial turn [Picture Theory, Chicago and London 1994] e sul quale si avrà l'occasione di tornare in seguito.

La crescente attenzione, in ambito storiografico, dedicata alla dimensione materiale, psicologica ed estetica dell'esistenza, sia individuale che collettiva, ha prodotto paradigmi di ricerca necessariamente orientati verso l'universo figurativo e le sue peculiari costellazioni di problemi ermeneutici.

Entro un orizzonte metodologico il libro pone dunque l'obbiettivo, certo ambizioso e nondimeno opportuno, di iniziare una riflessione sistematica intorno alla collocazione delle immagini nell'epistemologia della storia, suggerendo i margini di un dibattito da articolare attraverso la preliminare definizione dello statuto delle immagini stesse in qualità di "tracce" del passato.

Tracce e supporti visivi che, accanto al ruolo di testimonianza documentaria su di un piano complementare rispetto alla scrittura, consentono non solo letteralmente di immaginare il passato ma anche di condividerne alcune esperienze non verbali.

La genesi del testo si determina pertanto sullo sfondo della questione della "dottrina delle fonti", seguendo un itinerario che deriva dalla constatazione di un livello ancora insoddisfacente e poco sofisticato di esegesi delle tracce figurative, delle loro funzioni e della loro retorica.

La prospettiva di Burke si pone in particolare criticamente dialettica nei confronti di certo empirismo (prevalente in ambito accademico anglosassone, nota l'autore) incline a "lasciar parlare da sola" l'evidenza visiva nei processi di spiegazione.

Contro tale prassi, che tende a considerare "trasparenti" le fonti figurative, guardando ad esse come una finestra aperta sul passato, Testimoni oculari prende in esame diversi livelli di opacità delle immagini.

Attivando un vera e propria ermeneutica del sospetto, vengono quindi analizzate differenti modalità di dissimulazione delle rappresentazioni figurative: attraverso un riferimento piuttosto equilibrato agli studi recenti sulla rappresentazione e i suoi regimi (riferimento che, saggiamente, non ne scambia la novità per una presunta attitudine all'esaurimento dei problemi), si focalizzano tra l'altro le convenzioni che disciplinano le presenze e soprattutto le assenze (delle donne, dei bambini, di taluni oggetti…) all'interno dello spazio figurativo, la trama degli intrecci di immagini e ideologia, nonché le relazioni con il sacro e con la memoria.

La posizione di Burke in merito alla necessità di riconoscere le strategie retoriche del visivo e alla discussione dei possibili fraintendimenti generati da un approccio "non corretto", risulta peraltro ben esemplata dal significativo riferimento alla questione del "realismo" dei ritratti dipinti e fotografici, che non per caso si colloca sul limitare della discussione e accosta Testimoni oculari alle attuali tendenze maggiormente avvertite sulla ritrattistica (si veda in proposito, ad esempio, il brillante saggio di Harry Berger Jr., recensito in queste stesse pagine).

Un realismo "ingenuo", osserva lo studioso, la cui presunzione fa spesso obliare codici, norme e convenzioni imposte da un genere che è solito produrre vere e proprie forme simboliche, secondo modalità definite di negoziazione tra pittore e ritrattato.

Il libro passa quindi in rassegna le relazioni tra le immagini e il sacro, il potere, la cultura materiale, attraverso un ampio spettro di esempi comprensivo di dipinti, incisioni, fotografie e cinema e dipanato su un vasto arco cronologico, sottoponendo a verifica l'ipotesi che sia possibile "vedere la società" attraverso la documentazione figurativa.

Nel ragionare se, dove e in che modo questo "vedere" produca del materiale documentario legittimamente affidabile e discutendone i sistemi di svelamento rispetto ai possibili meccanismi di dissimulazione, Burke propone una versione aggiornata di quella che potrebbe definirsi una "ermeneutica" del dettaglio, dichiaratamente modellata sul metodo elaborato da Giovanni Morelli e ripresa attraverso la (fin troppo) fortunata mediazione di Carlo Ginzburg [Spie. Radici di un paradigma indiziario, in Miti emblemi spie, Torino 1986].

I dati marginali dell'analisi, i "detriti" e i "rifiuti" dell'osservazione, per dirla con il lessico morelliano filtrato attraverso i successivi adattamenti e contaminazioni freudiani e warburghiani, costituiscono in quest'ottica quegli elementi rivelatori, più o meno inconsapevoli, che sfuggono in qualche modo al controllo dell'ordine della rappresentazione.

Nei dettagli nascosta si apre una soglia di accesso agli oggetti figurativi poco custodita dai filtri della cultura, offrendo la chiave interpretativa capace di autorizzare l'impiego di quegli stessi oggetti come prova e testimonianza documentaria.

Nonostante l'impegno profuso e la solida rete di referenti, rimane tuttavia non perfettamente delucidato lo statuto teorico del dettaglio e in cosa esso sia riconoscibile come meno mediato dalla sorveglianza della norma; almeno per ciò che pertiene l'immagine e lo spazio dei suoi studi, a partire dalla curiosa definizione dell'iconografia come "interpretazione delle immagini attraverso l'analisi dei dettagli" (p. 39), peraltro poi ben altrimenti delineata nel capitolo dedicatole.

Da un punto di vista più ampio pare di ravvisare una mancata soluzione di una certa attitudine contraddittoria nei confronti del problema su indicato da parte dell'autore, disposto a lasciar gravitare in qualche modo il dettaglio nella dimensione dell'inconscio e tuttavia scettico sulle possibilità ermeneutiche dell'approccio psicoanalitico al materiale iconico e alla storia più in generale, pur riconoscendo in certe considerazioni freudiane (ma, si noti, attraverso la mediazione degli studi degli anni settanta di Louis Marin) la capacità di fornire importanti strumenti di interpretazione per le immagini.

D'altra parte Burke non mancherà di sottolineare, secondo una prospettiva in questa circostanza largamente condivisibile, "l'impossibilità" della psicanalisi rispetto alle immagini, "in quanto le prove cruciali sulle quali fondare questo approccio al passato secondo i normali criteri scientifici sono andate perdute per sempre" (p. 199).

Ai fini di un'inquadratura generale dei problemi affrontati nell'esame degli esempi contestualizzati storicamente, il testo ripone sulla cornice un'interessante seppur breve analisi degli approcci metodologici allo studio delle immagini e della produzione e ricezione del materiale figurativo, optando per una soluzione di notevole efficacia espositiva.

Sarà opportuno sottolineare a tal proposito la scelta di un codice narrativo, per così dire, in grado di intercettare l'orizzonte di senso di un pubblico non di soli specialisti, rendendo le problematiche delineate affatto potabili attraverso una costante opera di semplificazione che ben di rado sconfina nel semplicistico.

La struttura circolare, che apre e chiude il libro con riflessioni sul metodo, offre infatti al lettore poco avvezzo a simili questioni l'opportunità di avvicinare alcuni dei temi portanti del dibattito recente sullo statuto delle immagini.

Da questo punto di vista Testimoni oculari costituisce senz'altro uno strumento didattico ben congegnato, capace di sintetizzare efficacemente limiti e aspirazioni dell'iconologia, dello strutturalismo, della semiotica e della teoria/storia della ricezione.

Senza per questo essere esente da talune debolezze, come si accennava, rintracciabili ad esempio nella selezione, comprensibile ma fin troppo parziale, di pochi "padri fondatori" delle discipline esaminate, trascurando del tutto (o quasi) gli esiti ultimi delle stesse (e penso in particolare alla semiotica); o, ancora, nel curioso quanto discutibile accento posto sul fatto che "l'approccio strutturalista stimola una sensibilità verso le opposizioni o le inversioni" (p. 201) nella elaborazione delle composizioni figurative.

Ad ogni modo, la formula divulgativa (nel senso più alto del termine) evidente financo nell'accompagnare la citazione dei "nomi" più illustri con la data di nascita e quella della scomparsa, non impedisce a Burke di proporre una personale interpretazione e "correzione" dei metodi discussi.

 

Testimoni oculari promuove infatti lo sviluppo dei risultati delle indagini orientate sulla ricezione, considerando le ricerche di David Freedberg e di Michael Baxandall (a onor del vero affatto diverse e persino contrastanti sotto certi aspetti) non solo rappresentative di una certa prospettiva di analisi ma anche le più promettenti in vista dell'elaborazione di una disciplina definibile provvisoriamente come "storia culturale delle immagini" o "antropologia storica delle immagini" (p. 209).

Una disciplina che, sottratta alla necessità di distinguere drasticamente tra immagini affidabili o non affidabili sul piano documentario, definisca piuttosto i criteri di valutazione dei gradi e dei modi dell'attendibilità delle immagini stesse, lavorando sulla riduzione della loro ineludibile carica polisemica, con l'obbiettivo del discernimento essenziale dei dati e delle informazioni in esse contenute.

Piuttosto distante tutto sommato dal dominio del pubblico della storia dell'arte, il libro individua in sostanza il proprio lettore implicito in quegli storici che, incauti, perseverano nel servirsi del materiale visivo senza sottoporlo preventivamente ad un controllo rigoroso.

Presentando loro la ragionata serie di problemi esemplari che le immagini pongono, Testimoni oculari costituisce pertanto un monito esplicito rispetto a un uso troppo disinvolto della documentazione figurativa nell'interpretazione storica, a "maneggiare con cura" la potenziale ambiguità del visivo.

L'individuazione tra gli altri di Baxandall e Freedberg, la cui presenza è ormai costante all'interno di contesti disciplinari diversi, quali referenti essenziali per un nuovo ordine del discorso storico, consente tuttavia di declinare in senso specificamente storico artistico alcune delle suggestioni del libro di Burke, indicando senz'altro un'importante apertura nei confronti dell'universo visivo e, tangenzialmente, della storia dell'arte stessa, finora tenuta(si) ai margini della riflessione epistemologica.

Tale apertura "di credito" implica almeno due ordini di considerazioni, qui necessariamente ridotte in sintesi:

- suggerisce anzitutto l'opportunità di sottoporre quegli studi ad una verifica permanente, per scongiurare il rischio che i risultati ottenuti, indubbiamente brillanti e in taluni casi davvero costitutivi di un cambio di paradigma, si considerino in qualche modo "definitivi", accettandone una cristallizzazione sconfessata in più occasioni dagli stessi autori, come testimonia la polemica piuttosto aspra condotta da Freedberg [Il potere delle immagini, Torino 1993, in particolare p. 629] nei confronti di Baxandall;

- si configura quale segno del fenomeno descritto come pictorial turn, cui si accennava in apertura, che tende a sostituire progressivamente, come paradigma epistemologico per la filosofia postmoderna, quello costituito dalla "svolta linguistica", per decenni spazio intellettuale comune e interdisciplinare per buona parte delle riflessioni critiche su arti e strutture culturali, consentendo di valutare su uno scenario più ampio la portata delle considerazioni di Burke.

La svolta "iconica", per inciso, ha contribuito a promuovere inoltre una revisione serrata del problema della relazione tra immagine e realtà, tema attraversato nella sostanza anche da Testimoni oculari, pur senza soffermarsi sulla relativa densità di implicazioni teoriche.

La prospettiva dello storico di Cambridge del resto, come si è avuto modo di evidenziare, condivide in modo esplicito la nuova disposizione positiva nei confronti del ruolo delle immagini nei processi di crescita della conoscenza.

Disposizione che, ridimensionata una certa iconofobia a lungo dominante nelle scienze umane, ha coinvolto anche le scienze "dure" nella riconsiderazione dell'importanza dell'immagine (e dei suoi codici rappresentativi) quale strumento di interpretazione, comprensione e spiegazione della realtà, alimentando anche in ambito scientifico un filone di studi teso alla verifica delle presunte trasparenze del visivo, come dimostrano esemplarmente, tra le altre, le illuminanti riflessioni di Françoise Bastide [Iconografia dei testi scientifici. Principi d'analisi, in Una notte con Saturno. Scritti semiotici sul discorso scientifico, Roma 2001].

Entro l'orizzonte dei temi e degli spazi culturali descritti, Testimoni oculari prospetta dunque, anche alla storia dell'arte maggiormente avvertita e non nuova rispetto alle questioni affrontate, un certo grado di suggestioni che inducono senz'altro al confronto serrato, critico e talvolta necessariamente dialettico con ambiti disciplinari diversi, al di là di risentiti specialismi e multidisciplinarità superficiali.

Interessante ad esempio la prospettiva aperta sul cinema e sui relativi criteri analitici che molto hanno insistito sui codici culturali e sui regimi della visione, anche in virtù del contributo dei gender studies soprattutto di matrice anglosassone: tale prospettiva costituisce, entro certi limiti, come risulta dalle cospicue digressioni di Burke, un modello ermeneutico ed esplicativo senz'altro condivisibile, con la dovuta cautela, per la pratica storico artistica.

Il libro costituisce infine un invito pressante al controllo della teoria e della prassi dell'interpretazione (dal quale, spesso, lo storico dell'arte sembra considerarsi curiosamente "immune"…), producendo interrogativi euristicamente fertili in rapporto al problema della gestione delle fonti, di tutte le fonti, a partire da quelle figurative, evitando facili "rispecchiamenti" e circoli viziosi d'ogni sorta.

Pur partendo da una prospettiva dichiaratamente orientata sulla storia delle immagini (ormai dotata di una tradizione e di un perimetro di interessi ben consolidati), e riproponendo all'attenzione generale una antica e mai (troppo) sopita polemica, Testimoni oculari finisce inoltre per portare acqua al mulino di quegli storici dell'arte che per tempo avevano sottolineato l'esigenza di dotarsi di un'attrezzatura critica adeguata anche nel campo della storiografia pura.

Propone d'altra parte agli stessi storici dell'arte alcuni interrogativi essenziali, seppur apparentemente marginali rispetto alla prassi della disciplina, legati anzitutto alla rinnovata necessità di definire cosa un'immagine sia (e rimangono importanti ancorché non sempre condivisibili le osservazioni in tal senso di Mitchell), allo scopo di elaborare i confini di una serie di problemi ontologici in rapporto alla galassia del visivo, sui quali impostare finalmente la selezione di un modello "forte" di storia, con i suoi protocolli argomentativamente sistematizzati.

Rinegoziando in primo luogo, all'interno della fluida situazione intellettuale "prodotta" dal pictorial turn, la questione dell'esperienza come cardine (possibile) dell'approccio alla storia, sulla quale sembrano convergere fecondamente le indagini su percezione e cognizione, per circoscrivere gli slanci talvolta eccessivi nella direzione del convenzionalismo e ridefinire gli obbiettivi (comuni) della ricerca.

(Francesco Sorce)

 


Indice del volume

Introduzione. La testimonianza delle immagini

1. Fotografie e ritratti

2. Iconografia e iconologia

3. Il sacro e il soprannaturale

4. Potere e protesta

5. La cultura materiale e le immagini

6. Vedere la società

7. Stereotipi dell'Altro

8. Narrazioni visive

9. Dal testimone allo storico

10. Oltre l'iconografia?

11. La storia culturale delle immagini

Bibliografia essenziale
Indice dei nomi


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