Lina Bolzoni,
La rete delle immagini. Predicazione in volgare dalle origini a Bernardino da Siena
Einaudi, 2002 ("Saggi"), pp. XXX+252, 32 tavv. f.t. a colori, 19 ill. b/n, € 22,00

 

"Le immagini sono reti, quel che vi appare è la pesca che rimane. Qualcosa scivola via e qualcosa va a male, ma uno riprova".

Con questa metafora di Elias Canetti, protratta e preziosa, ha termine l'introduzione del libro della Bolzoni.

Incomincia quindi un percorso attraverso le reti intessute dalle immagini (alcune tipologie di immagini) "dentro di sé e intorno a sé, una rete di ricordi e di associazioni creative" (p. XXVIII), e intorno ai legami che le parole istituiscono con la dimensione visiva, sul fondamento di un comune codice "retorico" capace di organizzare le conoscenze e le esperienze del sacro.

Sul margine di questo discorso pare opportuno rilevare come uno degli elementi di maggior pregio del libro risieda senz'altro nella sua elegante accessibilità, determinante nello stabilire le istruzioni per la ricezione e nel sollevare dalla necessità di una recensione che faccia la mimesi del proprio oggetto.

Un'accessibilità tuttavia non limitata solamente alla struttura affatto lineare del testo, ma giocata altresì sul piano ben più interessante dei contenuti che, come ha scritto giustamente Salvatore Settis [La figura chiave di un'idea, in "La Repubblica", giovedì 29 agosto 2002], collocano La rete delle immagini nel contesto intellettuale proprio della storia della cultura, sottraendola agli inutili specialismi disciplinari e ponendola all'attenzione di tutti coloro che desiderino eludere la sorveglianza di "guardiani dei confini" vecchi e nuovi (per riprendere un'altra felice metafora impiegata dall'autrice).

L'indagine promossa dalla Bolzoni, attraversando gli affreschi di Buffalmacco nel Camposanto di Pisa, il Colloquio Spirituale di Simone da Cascina, il pensiero di Petrarca, Gioacchino da Fiore e Raimondo Lullo, fino alle prediche di Bernardino da Siena, si concentra, come detto, sugli schemi retorici comuni al regime della parola e a quello dell'immagine che attivano analoghe procedure compositive nell'organizzazione del significato dei testi visivi e verbali.

Istituisce, dunque, un nesso essenziale tra l'ascolto della predica e l'osservazione delle immagini devozionali, tra l'esperienza linguistica e quella visiva, focalizzando i margini di quella regione liminare che si trova tra visibile e invisibile, memoria e invenzione.

All'interno di questo vasto ed impegnativo panorama di argomenti pare opportuno, d'altra parte, operare una selezione, discutendo le ricerche relative alle modalità attraverso le quali le parole emergenti dal tessuto retorico della predicazione guidano esplicitamente la ricezione delle immagini, educano lo sguardo ad interagire con esse per attivare la memoria del sacro.

Si intende evidenziare per il tramite di questa lettura obliqua, anche in forma implicita, i punti di tangenza con le indagini recenti di David Freedberg, Hans Belting e Michael Baxandall, che l'autrice indica chiaramente quali referenti essenziali nella riflessione sui margini teorici che la storia dell'arte ha delineato a proposito del problema della fruizione delle immagini, allo scopo di indicare, sia pure per cenni, i termini fondamentali del dibattito in corso.

I predicatori - sottolinea la Bolzoni - attraverso la gestione raffinata di un codice retorico ricco di corrispondenze tra la parola e l'immagine, corredato dalla costante citazione di opere d'arte, elaborano per gli spettatori un sistema di associazioni che genera una sorta di "automatismo nella risposta dell'osservatore" (p. XXV).

Le prediche e le immagini artistiche risultano organizzate secondo un principio di complementarità funzionale che ne struttura, intersecandoli, i dispositivi di funzionamento.

Tale complesso sistema iconico verbale agisce sul pubblico stimolandolo ad un fervido processo immaginativo che, a partire dall'esegesi del materiale visivo codificata dalla parola del predicatore, dà origine alla produzione di immagini interiori destinate ad influire profondamente sulla memoria e sulla volontà individuali.

Attraverso un procedimento tipico delle arti della memoria, sulla base di principi associativi elementari, lo spettatore viene condotto dal ricordo delle parole del predicatore all'attivazione di sensi e significati non espliciti nelle immagini, in modo analogo ai protocolli dell'esegesi scritturale.

Sottoposte dunque ad un processo di trasformazione le immagini passano, attraverso la pratica del "guardare fisso", dallo stato di evidenza sensibile ad una dimensione interiore: gli occhi del corpo si legano indissolubilmente agli occhi della mente.

È interessante rilevare, sia pure en passant, come gli esiti di tale impostazione, operante sull'intersezione dei due sistemi semiotici, risultino singolarmente prossimi al modello di spettatore elaborato nell'ambito delle ricerche sulla finzionalità.

Studi che, sebbene orientati in regioni piuttosto lontane da quelle attraversate dalla Bolzoni (e che qui, per comodità, si sintetizzano nelle paradigmatiche ricerche di Kendall Walton e Richard Wollheim), indagano le prestazioni immaginative del soggetto di fronte ai "mondi possibili" delle immagini e dei testi, in dipendenza dal negoziato tra le strategie testuali e le competenze fruitive.

Partendo sempre da un'attenta analisi testuale l'autrice ricostruisce, quindi, l'orizzonte normativo entro il quale si costituiscono le condizioni di possibilità di una cornice di esperienza disciplinata del sacro, delineando i margini di uno degli spazi intellettuali possibili della ricezione delle immagini devozionali.

Le parole dei predicatori costituiscono in questa prospettiva un corpus di indicazioni preziose nella definizione di un vero e proprio "ordine della ricezione".

La sintesi parziale proposta non può certo rendere la ricchezza di un testo pieno di suggestioni di rilievo per le ricerche dedicate al ruolo delle immagini nella strutturazione della memoria e dell'esperienza della storia sacra.

Il taglio conferito alla breve ricognizione permette ad ogni modo di estendere il discorso verso un piano di problemi più generale.

Se si prova a collocare le indagini della Bolzoni nell'orizzonte degli studi orientati sul "destinatario", quale categoria comprensiva della ricezione e della fruizione, per valutarne il portato non solo filologico ma anche più ampiamente metodologico, non si può fare a meno di osservare come tale direzione di ricerca presenti in ambito storico artistico confini ancora piuttosto incerti.

E ciò, tutto sommato, nonostante quel che affermava J. Shearman [Arte e spettatore nel Rinascimento italiano. "Only Connect…(1992)", Milano 1995, pp. 6-7], in merito al fatto che l'interesse per lo spettatore non sia certo una novità nella disciplina, risalendo alle ricerche aurorali di Burckardt, Riegl, Friedlaender e Saxl, almeno per quanto riguarda il periodo rinascimentale.

Comunque, pur evitando la logica retorica del compianto, sempre incline a rilevare sfumature immancabilmente più verdi nei giardini circonvicini, nonché le secche di quello che lo stesso Shearman chiamava lo sprezzo dell'"ossessione metodologica" (p. 4), non è possibile non far menzione del fatto che il dibattito sul problema della ricezione abbia avuto, al contrario, all'interno degli studi letterari, una storia ben definita e che, sotto certi aspetti, può dirsi persino conclusa nel processo di elaborazione di concetti e categorie fondamentali.

Del resto, rilevava di recente Wolfgang Kemp [The Work of Art and its Beholder. The Methodology of the Aesthetic of Reception, in The Subjects of Art History, a cura di M. A. Cheetam, M. A. Holly, K. Moxey, Cambridge 1998], la storia dell'arte ha costantemente rimandato l'occasione di una sistemazione organica del metodo di analisi delle componenti della ricezione, limitandosi generalmente all'applicazione di strumenti elaborati in ambiti disciplinari diversi.

La situazione attuale si configura pertanto complessa e piuttosto eterogenea, comprendendo prospettive talvolta convergenti, talaltra parallele e difficilmente conciliabili, che considerano sotto la categoria della ricezione elementi sostanzialmente diversi come l'influenza stilistica, la storia del gusto, la psicologia della percezione, la semiotica…

Tanto più significativa risulta quindi l'operazione pragmaticamente filologica di Lina Bolzoni, e nondimeno tesa a richiamare l'attenzione anche in ambito storico artistico su nozioni base quali funzione, esperienza, ricezione…(invitando al vaglio sorvegliato e costante della relativa delimitazione d'uso), nonché sulla categoria "pubblico", che, è noto, ha ricevuto limitato interesse in rapporto alla definizione dello suo statuto teorico.

Riprendendo una distinzione ormai consolidata, e lungi tuttavia da una logica di conferimento d'ufficio di etichette d'appartenenza "accademica", è possibile situare La rete delle immagini sul versante di quella che si definisce storia della ricezione, attenta all'esame delle testimonianze (scritte) inerenti la fruizione, e distinta sul piano metodologico dall'estetica della ricezione propriamente detta (o almeno dalla sua declinazione storico artistica, secondo la classificazione proposta da Kemp nello studio citato), che si concentra viceversa sui segni attraverso i quali l'opera si rivolge al (proprio) spettatore.

In effetti nel testo, che segue coerentemente un itinerario di altra natura, trova spazio tutto sommato esiguo la considerazione delle immagini sotto il profilo dei dispositivi che ne "modellizzano" lo spettatore implicito: tutte quelle "istruzioni" interne, specifiche dell'ordine visivo e capaci di guidare l'esperienza sensibile e la percezione intellettuale, che costituiscono il bagaglio indispensabile della cultura visiva di ogni "professionista" dell'immagine.

Alla luce delle esigenze interne al dibattito epistemologico sulla storia dell'arte, che, come si accennava, è ancora largamente in fieri in ordine a questi argomenti, risulta pertanto improcrastinabile l'interrogativo intorno a quale/i paradigma/i si intenda elaborare e considerare confacenti alle necessità disciplinari, sottolineando opportunamente il fatto che la proposta di Lina Bolzoni riguardi uno dei tanti aspetti possibili del problema della ricezione.

Sulla base degli esempi (non normativi) delle diverse posizioni teoriche elaborate nell'ambito degli studi letterari, che riassumono tutto sommato anche quelle assunte dagli storici dell'arte, resta da stabilire, quindi, se si voglia intendere lo spettatore una "funzione" del testo verbale e/o iconico, un'entità agente in libertà vigilata controllata dal testo suddetto, ovvero se si intenda sposare una posizione radicale, analoga a quella teorizzata da Stanley Fish, abbandonando l'idea della possibile interazione tra testo e pubblico e isolando lo spettatore nei suoi pregiudizi, prigioniero della comunità interpretativa d'appartenenza.

E ad un livello ancora precedente rimane necessario ragionare sulle condizioni epistemologiche che rendono possibile e coerente il discorso sulla ricezione, riflettendo sul problema del superamento o della riduzione del regime di alterità imposto dalla storia, a partire dalla discussione della nozione di esperienza.

Solo in seconda battuta sarà concepibile, in questa prospettiva, e all'interno di una sistemazione teorica del problema, esaminare la funzione (religiosa) delle immagini, in base alle possibilità ermeneutiche di quella che Michele Di Monte [Immagini, devozione e pubblico. Sul problema della pittura religiosa del Cinquecento, in "Venezia Cinquecento", VIII (1998), n. 16, p. 31] definiva, recentemente, una "estetica del religioso".

Di fronte alle complesse possibilità sperimentate dallo strutturalismo in poi, e in questa sede drasticamente sintetizzate, la posizione della Bolzoni appare assai equilibrata, considerando "in contesto" molte delle implicazioni relative agli effetti dei testi e alle risposte dei fedeli.

Occorre inoltre ascrivere all'autrice il merito di aver sottolineato in più occasioni la necessità di considerare immagini e parole al di fuori della consueta gerarchizzazione che fa dipendere le prime dalle seconde, offrendo materiale fertile, ancorché storicamente circoscritto, in ordine alla speculazione sul problema centrale dei legami tra parola e immagine, di grande rilievo nell'attuale dibattito metacritico.

A conclusione del tutto parziale e aperta delle questioni sollevate, in attesa che si istituisca e istruisca una seria discussione sui problemi toccati da La rete delle immagini, conviene tornare ancora un momento sulla soglia del libro per provare ad iniziare un dialogo a distanza tra il titolo felice che la Bolzoni ha scelto con tutto il suo carico di implicazioni, e un'altra metafora "della rete" incastonata tra le pagine di un libro importante, di qualche anno fa.

Una metafora dedicata alle difficoltà di cogliere la "presenza" delle immagini nel mare spesso opaco dal quale emergono e alla necessità di ragionare sui margini della ricerca, all'insegna di quel dialogo fecondo tra le discipline che il libro di Lina Bolzoni promuove in modo tanto suggestivo.

"Quand nous retirons le filet vers nous (vers notre désir de savoir), nous sommes obligés de constater que la mer s'est retirée de son coté. Elle s'écoule de partout, elle fuit, et nous l'apercevons encore un peu autour des noeuds du filet où des algues informes la signifieront avant d'assécher tout à fait sur notre rivage" [G. Didi-Huberman, Devant l'image, Paris 1990, p. 204].

(Francesco Sorce)
15 settembre 2002


Indice del volume

I. Gli affreschi del Trionfo della morte del Camposanto di Pisa e la predicazione domenicana.
II. Allegorie e immagini della memoria: il Colloquio spirituale e il ciclo della Torre della Sapienza.
III. Alberi e altri schemi: alcuni esempi d'uso.
IV. San Bernardino da Siena.
Indice delle immagini.


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