Aspirazioni e devozioni: Brescia nel Cinquecento tra preghiera ed eresia,
catalogo della mostra, a cura di Ennio Ferraglio
, Milano, Electa, 2006, pp. 175, 55 ill. col. e 19 b/n, € 25,00.

 

Ecco una mostra che scaturisce da una ricerca.

Non è un presupposto scontato in questi anni di eventi monografici di sicuro impatto mediatico, di percorsi espositivi che gravitano attorno a concetti ambigui e abusati senza portare progressi alla conoscenza dei fenomeni che tentano di indagare.
Al Museo Diocesano di Brescia l'impostazione da cui nasce “Aspirazioni e devozioni”, che vanta contributi di massimi esperti come Adriano Prosperi o Gabriella Zarri, è così ben calibrata che il catalogo finisce per dimostrarsi uno strumento che potrebbe autosostentarsi senza problemi. Il rischio, si sa, è che diventi una meta per addetti ai lavori, scomparendo alle spalle di manifestazioni di maggior visibiltà e minor contenuto, ma questo è un destino cui si può scampare se il pubblico si mostrerà più lungimirante, e attento una volta tanto all'interdisciplinarietà.

L'esposizione bresciana, curata da Daniele Montanari, dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, da Ennio Ferraglio, conservatore della Civica Biblioteca Queriniana e da Giuseppe Fusari, conservatore del Museo Diocesano di Brescia, è l’ideale prosecuzione della mostra tenutasi lo scorso anno presso il refettorio del Museo, dal titolo Medici alchimisti astrologi. Inquietudini e ricerche del Cinquecento.

Ci si prefigge di sondare l’ambiente religioso bresciano dall'arrivo del Savonarola fino al disciplinamento operato dal vescovo Domenico Bollani, approdato a Brescia dopo il Concilio di Trento, seguendo un itinerario che passa in rassegna figure quali Angela Merici, Agostino Gallo, il Nassino, l'Arnigo e Lucrezia Borgia.

Secondo Begni Redona ne emerge un ruolo “tutt'altro che periferico” di Brescia sulla costruzione delle strade della “Riforma cattolica” (anche se bisognerebbe chiarire quale significato attribuisce a questo appellativo, condotto, fin da quando fu adottato, a continue deviazioni e deformazioni, derivate da illecite estensioni e ipostatizzazioni analoghe a quelle subite dall'etichetta di Controriforma).

Lo stesso Begni Redona ha ricordato, in apertura di catalogo, che la mostra si concentra su un percorso di difficile sintesi, perché nell'accezione “apirazioni e devozioni” si connatura gran parte dell'esperienza dell'Umanesimo cristiano, dallo sguardo sul mondo interiore, col monito della fede, al riflesso dello spirito nella materialità quotidiana. L'idea è quella di voler descrivere, attraverso un flash dopo l'altro, una situazione di continuo divenire, al di là delle singole esperienze di natura religiosa, mistica o semplicemente devozionale, sondando le implicazioni con la politica, con la censura, con il controllo della produzione libraria e con i dibattiti controversistici.

Le tendenze ereticali penetrate nella diocesi di Brescia (contro cui vennero celebrati esemplari processi, ma sempre sotto la vigile tutela dei magistrati veneziani presenti in città), nutrite da intensi scambi commerciali con le terre d'oltralpe, si erano consolidate rapidamente in cenacoli di vivida intensità religiosa, secondo un'idea di rinnovamento che proveniva dal basso, attraverso un fermento di iniziative religiose e caritativo-assistenziali. Basti ricordare l'Oratorio del Divino Amore del suddetto Stella, le Orsoline della Merici, i padri riformati di Francesco Cabrini, o l'orfanotrofio della Misericordia di Girolamo Emiliani. Verso la metà del secolo sarebbero poi nati istituti dedicati alla marginalità femminile, alla povertà strutturale urbana e del contado, i cui progetti caritativi avrebbero influenzato le linee programmatiche delle note Constitutiones del Bollani.

Si incontrano però anche Bartolomeo Stella, il quale ricercò una fonte di giustizia nel “sacratissimo sangue di Cristo”, che lo condusse all'ombra del circolo di Reginald Pole, la famiglia del conte Gambara, le singolari “sante vive” e ancora oltre.
La città che recepiva l'Enchiridion di Erasmo da Rotterdam nella traduzione di Emilio degli Emili era anche il luogo da dove era venuto l'appello alla concordia di Isidoro Cucchi da Chiari, la più significativa eco italiana del trattato erasmiano sul libero arbitrio. Così la stessa Brescia che ospitava il Vergerio alla vigilia della sua defezione, e, a Salò, il Curione, stava completando attorno al 1550 la stampa, nel cenobio benedettino di San Faustino, del Libro Maggiore di Giorgio Siculo, profeta benedettino arso a Ferrara, inviso a tutte le chiese, la cui intricata vicenda è stata ricostruita nel 2001 da Adriano Prosperi.

L'introduzione al volume, di mano del medesimo Prosperi, è autobiografica. L'autore ricorda di come Arsenio Frugoni, immaturamente scomparso, gli avesse consigliato, nel 1960, il libro di Antonio Cistellini – Figure della riforma pretridentina – edito da Morcelliana, e di come il Prosperi, allora “apprendista storico”, avesse storto il naso davanti a quel testo che dipingeva un Cinquecento bresciano vissuto “nell'inconsapevole attesa del Concilio di Trento”. Il libro di Cistellini si rivelò invece un forziere che aveva raccolto in una ricca appendice documentaria le testimonianze più varie ricondotte a un comune afflato di misticismo. Così vi si trovavano l'esaltazione alla salvezza prodotta dal “beneficio di Cristo”, accuse alla Curia romana, personaggi che poi sarebbero stati indagati per oltre mezzo secolo. (il volume di Cistellini per esempio offriva per la prima volta l'elenco dei membri della misteriosa Compagnia del Divino Amore).
L'intervento di Daniele Montanari considera il rapporto tra Chiesa e istituzioni politiche secondo un escursus storico che contempla più di un secolo di storia bresciana, tra Venezia e le guerre franco-asburgiche, con le complesse vicende degli equilibri di potere tra nobilità locale, struttura aristocratica delle amministrazioni urbane e patriziato veneto dal neoacquisito status ecclesiastico, fino all'approdo in città del Bollani.

Si sottolinea come la ricca mensa vescovile costituisse l'elemento cardine di appetibilità della carica, innescando maneggi diplomatici tra patrizi veneziani e curia romana per garantirne la trasmissione familiare, come fu per i due Zane (Lorenzo e Paolo) e per i due Corner (Francesco e Andrea), seppur la successione a quest'ultimo non toccò ad Alvise Priuli, candidato dalla Serenissima (malvisto a Roma per la sua amicizia col Pole), ma al cardinale bresciano Durante Duranti. 
Il saggio di Franco Buzzi si dedica invece al sapere teologico sviluppatosi nell'ambito del Concilio di Trento, tra polemiche, novità e continuità con la tradizione. Accanto ai due indirizzi principali che rientravano nella cosiddetta via antiqua, tomismo e scotismo – sostanziati da domenicani e francescani – era stato il commento dei nominalisti, in particolare di Ockham, ad inaugurare la via moderna.

Inoltre, alcuni ingegni del XV secolo – come Dionigi il Certosino, Gabriel Biel e Wessel Gansfort - pur rientrando per formazione nella tradizione scolastica, si nutrirono ecletticamente di diversi stimoli culturali, come gli scritti di Jan van Ruysbroeck, l'esperienza dei “Fratelli della vita comune” di Zwolle, e la devotio moderna stessa, fortemente sensibile alle esigenze spirituali del suo secolo. Buzzi riferisce poi allo sforzo emeneutico della teologia umanistica, e all'esigenza di illustrate i testi devoti con i commenti dei grandi padri, da cui la continua pubblicazione di edizioni critiche dei Padri nelle fucine letterarie di Parigi(con Estienne) e Basilea(con Froben), dietro impulso di Erasmo, Faber Stapulensis e Clichtoveus.
Vi furono invece altri che, pur militando ancora nella via antiqua, diedero alla luce commenti di successo, come Capreolo, de Sylvestris, Koellin e sopratutto il Gaetano, che produsse un monumentale commento alla Summa theologiae di Tommaso.  Il Gaetano, insieme allo spagnolo Francisco de Vitoria, avrebbe inaugurato la cosiddetta seconda scolastica pretridentina, che godé del maggior plauso con la fine del Concilio, portando a sviluppi che diedero corpo a veri e propri trattati autonomi, spinti anche da due problematiche nuove che non si ponevano per la prima volta: la Riforma e la scoperta del Nuovo Mondo. In chiusura Buzzi scrive della controversistica, concentrata sulla questione De vera Ecclesia e sull'argomento apologetico principale dell'infallibiltà della chiesa, il cui risultato fu talmente sfaccettato e complesso da impedire generalizzazioni.

Danilo Zardin si propone di ricostruire per quanto possibile il quadro della circolazione del libro devoto nell'Italia del Cinquecento, partendo dall'ormai noto compendio della Jacobson Schutte, ma con le dovute riserve che vedono il panorama superstite dell'editoria religiosa irrimediabilmente decurtato, soprattutto in relazione ai suoi piani più modesti, ai libelli più letti.

Ne deriva un universo sfaccettato, con i suoi limiti intrinseci, dove letture delle élite e del popolo, libri latini e volgari poterono in parte “mescolarsi e influenzarsi a vicenda”, frutto anche di una florida tradizione editoriale mista programmaticamente costruita su un'offerta che mirava a comprendere un largo numero di destinatari. Un altro dato macroscopico si rivela il tradizionalismo dei generi di libri privilegiati dall'editoria, che riutilizzò sempre i medesimi materiali, accogliendoli e rilanciandoli con nuovi mezzi, ma con l'ago della bilancia sempre pendente verso gli “antichi”. (ora però anche i laici potevano finalmente dotarsi senza fatica degli stessi testi edificanti che circolavano nei chiostri).
Dal versante degli ordini religiosi, nonostante i ridimensionamenti e le note serrate chiusure, l'esito più compiuto di una comune esigenza pratica di investimento sulla vita quotidiana può essere individuato nella fortuna dei manuali che dovevano condurre il cristiano lungo il cammino della conquista della salvezza, come gli “esercizi spirituali” e le “pratiche” dell'orazione mentale, un fiume di “regole” prescrittive con un ricco corredo di formule.

Emerge ancora dal saggio di Zardin il nodo delicato dei conti aperti con la Riforma, con la quale “solo in parte si spiega il mettersi in moto” di esperienze di rinnovamento della vita religiosa, di proposte da parte di direttori di coscienza e maestri di vita ascetica e mistica, che svilupparono fermenti già venuti alla luce nei decenni precedenti il 1520 e a prescindere dal luteranesimo.

A seguire, il primo dei tre contributi di Giuseppe Fusari si dedica alla penetrazione dell'eresia a Brescia, tra processioni blasfeme e defezioni, vedendo la nascita di un sentimento di carattere popolare che più che la contestazione dei dogmi mirava alla rivendicazione di eguaglianze sociali e di prassi ecclesiali “solo in parte desunte dalle istanze provenienti dalla Riforma”.

Si sottolinea una certa penuria di documenti sulla presenza e penetrazione delle teorie riformate nel bresciano, seppur i documenti ufficiali e le corrispondenze ne riportino spesso. Il clima di permissivismo della Serenissima, per cui nulla trapelò dell'identità dei partecipanti alle varie manifestazioni blasfeme del 1527, e a causa del quale fu vana la premura del papa (che sollecitò il nunzio veneziano di informarsi se anche a Brescia si vendessero libri luterani) portò poi a un irrigidimento delle autorità ecclesiastiche, cui seguì il rogo di frate Benedetto della Costa, del quale si disse che “da 14 anni celebri la Messa senza consacrar l'Ostia”, affermando di essersi donato al diavolo. Nonostante ciò è emblematico il caso di Giovanni Battista Pallavicino, carmelitano chiamato a Brescia per predicare in una messa solenne contro le processioni blasfeme, che “insinuò” in quegli stessi sermoni dottrine luterane che lo portarono poi all'arresto.

Alcuni documenti riferiscono della comunità di antitrinitari ed anabattisti insediatasi in Valtrompia, altri riportano del nucleo di riformatori di Pontevico e delle conventicole luterane di Chiari, altri ancora contengono la notizia di membri delle “migliori famiglie” di Brescia e del contado contaminati dalle “radici del male” (basti pensare ad Andrea Ugoni, a Ulisse Martinengo, al Donzellino da Orzinuovi, a Vincenzo Maggi, ai quali però, devo dire, non si dedica praticamente spazio).
Fondamentale, come assodato, fu il ruolo di librai ed editori nel processo di circolazione delle idee dei riformati oltralpini. Per Brescia si cita Pasino Canelli da Carpenedolo, inquisito due volte per la vendita di opere di auctores suspecti, Benedetto Britannico, Piero Antonio Piacentino (poi giustiziato) e Girolamo Bozzola, mentre per Lodovico Britannico si parla solo di “qualche vago sospetto”, anche se stampò opere come l'Enchiridion erasmiano tradotto dall'Emili, il Trattato di Marsilio Andreasi dedicato a Margherita Paleologo, e il Commento alla lettera ai Romani di san Giovanni Crisostomo, tradotto dal noto benedettino Luciano degli Ottoni.

Fusari dedica un saggio anche al supposto rapporto del Moretto con il libretto del Beneficio di Cristo, attraverso la compiuta analisi di alcune opere eseguite dal pittore bresciano nell'arco del quinto decennio. L'esistenza di alcuni dipinti direttamente ispirati al trattato del Beneficio permetterebbe di comprendere come un artista ortodosso, ma attento alle “spinte di riforma della chiesa”, avrebbe potuto servirsi del messaggio propugnato dall'evangelismo italiano.
Si parte dal Cristo eucaristico con i santi Cosma e Damiano, realizzato per la parrocchiale di Marmentino, che trascriverebbe figurativamente il VI capitolo del Beneficio, per passare alla pala eucaristica per la parrocchiale di Castenedolo, fino al Cristo in passione e i santi Giovanni Battista e Pancrazio di Gorlago, dove il Salvatore si abbraccia a una grande croce appoggiata, attraverso le nubi, al basamento marmoreo su cui si collocano i santi, per porre unico riferimento sulla croce e la pietra, luogo del beneficio e certezza dello stesso.

Il Cristo in passione e l'angelo, della Pinacoteca Tosio Martinengo, commissionato al Moretto dalla Compagnia delle Sante Croci, rimanderebbe invece al V capitolo del Beneficio – come il cristiano si veste di Cristo – immagine paolina calcata sul testo dell'Instituitio di Calvino, intrecciato con i riferimenti al De libertate christiana di Lutero e dalle Considerazioni di Juan de Valdés. Per l'imago doloris della Tosio Fusari parla di “manifesto occultato”, poiché, forse con l'indurirsi del clima persecutorio, il pittore preferì trasformare l'icona della presa di coscienza di una salvazione gratuita in una tensione emotiva, facendo campeggiare l'angelo in primo piano e post-ponendo in un secondo piano la croce. Il punto estremo di contatto (almeno nelle parole) con le idee della Riforma protestante, forse recepite attraverso il Dyalogo del'unione di Bartolomeo da Città di Castello, sarebbe infine il dipinto del Bonvicino con la Fededi San Pietroburgo, poiché l'immagine del vestirsi di Cristo è connessa con la giustificazione per fede.

L'approfondimento della Zarri delinea invece la spiritualità femminile bresciana, legata, come per le altre città, a filo doppio all'evangelismo. Il saggio prende le mosse dalla “santità martiriale” che affonda le radici nel complesso monumentale del monastero di Santa Giulia, dalle origini fino all'abbadessa Adeodata Martinengo, per approdare alle sante vive.
In primis Laura Mignani, legata ai Gambara, a Lucrezia Borgia, a Gaetano da Thiene, e madre spirituale di Bartolomeo Stella. Poi Angela Merici, accompagnata dalle sue Orsoline (ma non si scordi il ruolo del segretario Gabriele Cozzano) che visse in una cella presso la chiesa di S.Afra, distaccandosi dall'ambiente francescano per inserirsi nello spirito dei Canonici Lateranensi, attivi propugnatori della vita contemplativa ispirata ai principi della devotio moderna.

L'ideale era ancora il risorgere della chiesa primitiva, sulla scia della riscoperta di san Gerolamo e delle sue lettere alle donne (riemerse a fine XV sec.), riproposto da Erasmo e fatto proprio dai riformatori d'oltralpe.

L'ultimo saggio in catalogo, ancora di Fusari, tratta del libro di devozione di Lucrezia Borgia, la Scala dil Paradiso, steso dietro volontà della duchessa dall'agostiniano Antonio Meli da Crema, che, nel 1513, lo indirizzava manoscritto a Ferrara. Si riporta dei rapporti di Lucrezia con l'ambiente bresciano, con Stefana Quinzani da Orzinuovi, tramite Isabella Gonzaga, e con la succitata Laura Mignani.

Il Libro divoto del Meli pervenne nelle mani di Giovanna Orsini, moglie del duca di Sabbioneta e cognata di Lucrezia, che decise di patrocinarne l'edizione, dedicandolo all’abbadessa di Santa Giulia, Adeodata Martinengo, e indicavando Brescia quale luogo più consono, per tradizione e imprenditoria editoriale, ad accogliere un testo così impegnativo e illuminante per la coscienza religiosa del primo Cinquecento.

La fonte agostiniana di ispirazione del volume del Meli (direi pseudo-agostiniana, visto che il trattatello mistico medievale che viene volgarizzato è ora unanimemente attribuito al certosino Guigues) finiva per assumere il carattere del tipo di spiritualità incarnato da Angela Merici: la progressiva trasformazione della scala di Giacobbe in una “processione di vergini” che uniscono la terra al cielo, associando alla contemplatio un esercizio attivo nei confronti della chiesa e della società.
In chiusura viene presentato il nucleo di volumi a stampa esposti in mostra, tutti provenienti dalla Biblioteca Queriniana di Brescia, e selezionati dal dottor Ennio Ferraglio, conservatore della stessa. Le cinquecentine sono divise in sei sezioni: la devozione ai Santi come riscoperta dell’identità cittadina; la cultura normalizzata (dalla lezione erasmiana all’indice dei libri proibiti); teologia ed eresia; letture per i nobili e letture per il popolo; devozione al femminile: un nuovo soggetto nella spiritualità bresciana; la natura religiosamente ‘pacificata’: una nuova visione del mondo reale.

Quest'ultima sezione della mostra rappresenta il tentativo di aprire uno spiraglio su un tema che forse in relazione a queste ricerche non è stato appieno considerato: la nuova visione del mondo come riflesso del divino, il ritorno, negli scritti di teorici dell'agricoltura, di concetti di ascendenza paolina e francescana, che danno luogo alla costruzione di un “universo pacificato”.

La visione religiosa della natura, al confronto della quale si manifesta con evidenza la caducità della vita, è riscontrabile tanto nelle opere di creazione poetica e letteraria, quanto nella manualistica tecnica di argomento agronomico e venatorio. Così si annoverano opere di Camillo Tarello, Giuseppe Falcone, Giuseppe Milio Voltolina, Iacopo Bonfadio (sulla cui condanna a morte forse pesarono certe “frequentazioni” ai limiti dell'ortodossia) e il noto Agostino Gallo. In mostra si possono ammirare due esemplari delle sue Dieci giornate della vera agricoltura e piaceri della villa e delle Tredici giornate, nelle quali è esaltata la vita campestre in contrapposizione a quella mercantile e militare.

Il medesimo Gallo, collaboratore dell'Emiliani e dello Stella, godette di un'intensa amicizia con Angela Merici, ospitandola in casa sua ed accompagnandola, nel 1532, durante il secondo pellegrinaggio a Varallo. Sarebbe stato proprio Agostino a fornire molte preziose informazioni al Nazari, autore della prima biografia della santa.

Accanto ai volumi sono esposti dipinti del Moretto – un Salvator Mundi di collezione privata, il ritratto post mortem di Angela Merici, l'Ecce Homo di Capodimonte, Cristo e l’angelo dellaTosio Martinengo - alcune stampe, tratte da incisioni di Durer e Schongauer, provenienti dalla Pinacoteca Repossi di Chiari, una lettera indirizzata da Lucrezia Borgia al papa Leone X e una medaglia commemorativa fusa in occasione delle nozze di Lucrezia con Alfonso I d’Este.

Il clima del “misticismo” bresciano (per dirla ancora con Cistellini) fervido e sfaccettato, non impedì che si riproponessero in seguito altre piccole società devote, rette da vincoli di obbedienza a figure carismatiche, che agitarono ancora il tardo Cinquecento e il Seicento con vicende come quella dei “pelagini”, guidati da Iacopo Filippo Casolo. Ma questo sarebbe l'inizio di un nuova ricerca, e forse non è detto che il Museo Diocesano non stia già pensando ad una mostra per il 2007...

Vera Bugatti
(3 novembre 2006)

 


Indice

Pier Virgilio Begni Redona
Le ragioni di una mostra

Adriano Prosperi
Storia e storiografia di Brescia moderna


Daniele Montanari
Chiesa e istituzioni politiche

Franco Buzzi
Continuità, novità e polemica nella teologia attorno al Concilio di Trento

Danilo Zardin
Nutrire con frutto l'”esperienza”. Il libro devoto nell'Italia del Cinquecento

Giuseppe Fusari
L'eresia a Brescia

Giuseppe Fusari
Moretto e il Beneficio di Cristo

Gabriella Zarri
La santità femminile a Brescia: percorsi e figure

Giuseppe Fusari
Il libro di devozione di Lucrezia Borgia

 


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