Paola Ranieri

La chiesa di San Sebastiano a Venezia:
la rifondazione cinquecentesca e la cappella di Marcantonio Grimani

 

Abstract

 

L’origine della chiesa di San Sebastiano (fig. 1) risale al 1393, quando frà Angelo da Corsica, della congregazione dei Gerolamini, fondò un convento a Venezia. All’inizio del sec. XVI i frati decisero di ampliare chiesa e convento. La nuova fabbrica, di cui nel gennaio 1506 si gettarono le fondamenta, è quella ancora oggi esistente. Tutti i documenti di spesa relativi a questo ampliamento sono raccolti in un fascicolo detto processo n. 7, contenuto nel fondo archivistico relativo alla chiesa e al convento di San Sebastiano, custodito nell’Archivio di Stato di Venezia.

Il processo n. 7 contiene: le registrazioni dei legati, delle donazioni e delle elemosine fatte dai fedeli per la nuova chiesa; il diario giornaliero degli ordini di materiale da costruzione, degli arrivi dei carichi al cantiere, dei pagamenti delle merci, della manodopera e del trasporto; i contratti stipulati con gli artigiani, i preventivi, i pagamenti loro dovuti e le relative ricevute; i prestiti contratti dai frati; gli accordi con il costruttore e con l’architetto Antonio Scarpagnino; le ricevute rilasciate da Paolo Veronese a quietanza dei pagamenti per la decorazione pittorica della chiesa.

L’ubicazione originaria del processo n. 7 era all’interno della busta n. 3 del fondo archivistico. Attualmente però è irreperibile nella sua sede prescritta. Si trova invece nella penultima busta, la n. 93.

Questo spostamento, certo intenzionale, fu probabilmente operato da Pietro Caliari che nel 1888 consultò il fascicolo, già mancante dal 1871, per la redazione della sua opera su Paolo Veronese(1). Da allora fino ad oggi, gli studiosi che avrebbero tratto giovamento dalla consultazione del processo n. 7 furono costretti invece a prendere atto della sua scomparsa e a ricorrere ai documenti pubblicati da Cicogna(2) e da Caliari.

La storia della rifondazione cinquecentesca della chiesa di San Sebastiano illustrata in questo studio è basata quasi interamente sul materiale contenuto nel processo n. 7. E’ stato possibile scriverla solo grazie al suo ritrovamento.

1. LA CHIESA DI SAN SEBASTIANO

Grazie a una donazione di 150 ducati, documentata al dicembre 1505, nel gennaio 1506 i frati diedero inizio ai lavori di rifondazione della chiesa e del convento di San Sebastiano.

Le esigenze spirituali dei committenti, appartenenti a un ordine monastico fondato su uno stile di vita di severo ascetismo, e le ridotte risorse finanziarie spinsero verso un progetto sobrio e privo di costose superfluità, che fosse dimostrazione tangibile di disprezzo per le vanità mondane. In quegli anni emergeva a Venezia un’istanza di risanamento dei costumi e della morale, che implicò nella prassi architettonica la rinuncia all’eccessiva ornamentazione e un linguaggio più sobrio. Il progetto fu affidato ad Antonio Abbondi, detto lo Scarpagnino, architetto di origine lombarda, impegnato in quel momento a dirigere la ricostruzione del Fondaco dei Tedeschi. Caratteristica essenziale della sua produzione era il rispetto per le esigenze dei committenti e la capacità di aderire a ciò che di volta in volta gli veniva chiesto di esprimere con il linguaggio dell’architettura. Egli riuscì a consegnare in poche settimane un progetto del tutto aderente alle richieste.

Nei primi mesi del 1506 si lavorò soprattutto alle fondamenta. L’elenco dei materiali acquistati (argilla, pietre, calce idraulica, tronchi di larice) sembra sostenere l’ipotesi che si trattasse delle tipiche fondamenta veneziane di tipo "galleggiante", cioè ricavate nel fango scavato nell’allargamento dei piccoli canali naturali. Ciò è confermato anche dal contratto stipulato nel marzo 1506 fra i frati e il costruttore maestro Francesco, che fissava in maniera minuziosa le misure e gli elementi tecnici della chiesa. Il primo paragrafo definisce il sistema costruttivo tipico delle fondamenta "galleggianti": lo spessore delle mura portanti aumenta andando verso il basso, affinchè il peso non gravi su una zona troppo circoscritta della struttura basale di legno. Si lavorò alle fondamenta fino al giugno 1506.

In marzo gli operai cominciarono a demolire la vecchia chiesa e ad adattare le pietre recuperate alla nuova costruzione. Nella zona absidale le fondamenta erano giunte allo stadio della base muraria.

In maggio fa la sua prima comparsa il nome di Scarpagnino. Le fondamenta erano ormai a buon punto e cominciavano ad affluire sul cantiere materiali più costosi e pregevoli destinati ad elevare le mura. Questi erano forniti da Scarpagnino, che, pur essendo un rinomato architetto, continuava a commerciare in pietre, e si era evidentemente imposto come grossista alla fabbrica da lui diretta.

I lavori procedevano a partire dalla nuova zona absidale, situata a ovest, verso est. La precedente chiesa di San Sebastiano, costruita nella seconda metà del XV sec. e distrutta per far posto all’attuale, era orientata con l’abside a est. Nell’edificare la nuova chiesa se ne ruotò l’orientamento, cominciando i lavori dall’abside, secondo una pratica diffusa che permetteva di celebrare nel vecchio edificio fin quando il nuovo non fosse stato a buon punto. La zona absidale del nuovo edificio quindi era sempre a un livello costruttivo più avanzato rispetto al resto della costruzione.

Alla fine del 1506 la chiesa doveva essere sostanzialmente conclusa, anche se venne coperta in maniera definitiva solo nel 1511.

Nel 1508 cominciarono i lavori per la ricostruzione del convento.

L’intero complesso della chiesa e del convento di San Sebastiano giunse alla sua conclusione alla metà del 1511.

Negli anni 1526-1534 un nuovo ciclo di lavori riguardò il completamento delle tre cappelle maggiori. L’esame dei documenti riguardanti questa fase della costruzione induce a una riflessione sull’andamento del cantiere. La presenza fisica di Scarpagnino non è mai documentata. Il lavoro era condotto da maestranze esperte ed efficienti sulla base delle sue direttive. L’architetto manteneva la gestione economica dell’impresa attraverso i suoi collaboratori, che giungevano puntualmente a riscuotere i pagamenti, e ai quali delegò sempre il rapporto con i committenti.

Nel 1534 iniziò un lungo periodo di stasi. Da questo momento fino al 1542 non c’è alcuna traccia documentaria delle attività caratteristiche di un cantiere. All’interno di questo vuoto si inserisce la turbolenta vicenda disciplinare dell’ordine gerolamino.

La storia dei Gerolamini nel XVI secolo è lacunosa e di difficile ricostruzione. Gobati e Sajanello(3), storici dell’ordine, sono estremamente laconici nell’illustrare i disordini e i problemi disciplinari che la congregazione affrontò negli anni seguenti l’elezione a pontefice di Paolo III.

La crisi cominciò nel 1535, quando fu eletto rettore generale Mansueto da Tiberiaco, fomentatore di disordini e scandali. Già nel 1537 la situazione raggiunse una gravità tale da costringere Paolo III a disporre una serie di visite ispettive ai vari conventi. Le relazioni parlano di frati girovagi discoli scilerati e inobedienti(4) e di non meglio precisati disordini e confusioni. Si delinea l’immagine di una congregazione corrotta e confusa, senza rispetto per la disciplina ecclesiastica, senza timore di Dio, senza onore, in cui i pochi frati buoni, se ce ne sono, sono screditati dalla moltitudine dei cattivi(5). E’ difficile stabilire la natura esatta della crisi. Probabilmente si trattò di problemi disciplinari legati a una vita non più ispirata all’originario ascetismo, eccessivamente mondana e libera.

Nel 1539 Paolo III destituì Mansueto da Tiberiaco e nominò Bernardo Torlioni(6) vicario generale apostolico, incaricandolo di ricoprire il generalato vacante e di riformare la regola della congregazione. Torlioni nel 1541 riformò le antiche Costituzioni. La nuova regola suscitò controversie e discussioni e nel Capitolo generale del 1542 la carica di rettore generale, che sembrava spettare di diritto a Torlioni per avere governato la congregazione nel periodo di maggiore sbandamento, andò a Remigio da Villafranca. Nello stesso anno cominciò invece per Torlioni il lungo e fruttuoso incarico di priore del convento di San Sebastiano di Venezia, che si prolungò, con due sole interruzioni, fino al 1570.

La confusione di questi anni potrebbe essere stata una delle cause della decennale stasi nei lavori del convento di San Sebastiano, a maggior ragione considerando che questo fu coinvolto direttamente nei disordini.

Fra le carte del convento si trova una colorita cronaca di questi anni, intitolata Memorie del XVI assai notabili sì della Religione che del Monastero(7). Vi si narra come nel 1538 a Venezia, proprio attorno al convento di San Sebastiano, si generò un clima incandescente. La popolazione manifestò vigorosamente il suo biasimo per i frati e per i loro comportamenti sconvenienti con l’affissione di manifesti raffiguranti demonii depinti et frati incatenati. Dal 1538 al 1541 la chiesa di San Sebastiano fu interdetta e scomunicata.

Il ritorno alla normalità del convento di San Sebastiano coincise con l’assestamento dell’intero ordine gerolamino, che proprio in quegli anni cruciali lavorava tenacemente alla propria moralizzazione e riorganizzazione sotto la guida di Bernardo Torlioni.

All’inizio del suo priorato Bernardo Torlioni si trovò a gestire una situazione assai difficile: la reputazione dei frati di San Sebastiano era rovinata. La diretta conseguenza di questa disistima dovette essere il crollo delle entrate del convento derivate da elemosine e lasciti.

Torlioni nel 1542, l’anno stesso del suo insediamento, attuò una strategia che doveva trasformare totalmente la chiesa di San Sebastiano e le cui motivazioni non potevano essere che di natura economica. Il 26 novembre 1542 al patrizio veneto Marcantonio Grimani(8) venne concesso di fabbricare una cappella nella chiesa (tav. I, F). Fu la prima delle sei cappelle laterali, costruite fra il 1542 e il 1554, che oggi movimentano la navata della chiesa di San Sebastiano. La delicata opera di revisione della planimetria della chiesa, che ne modificò completamente la spazialità, fu certamente elaborata da Scarpagnino su richiesta di Torlioni. L’inserimento nella navata delle cappelle laterali, non previste nel progetto iniziale della chiesa, fu studiato cercando un’integrazione con il progetto originario (riuscita solo in parte). La chiesa di San Sebastiano era stata progettata nel 1506 come un’austera chiesa ad aula. Le cappelle, che aggettano verso l’interno della chiesa, sono delle vere e proprie superfetazioni, inserite successivamente al completamento dell'edificio. L’armoniosa spazialità delle chiesa ne è in parte compromessa. La libera circolazione dell’aria e della luce, che il grande vano aperto permetteva senza ostacoli, è interrotta.

Il nuovo priore ideò il progetto delle cappelle laterali e ne perseguì con energia la realizzazione. Lo scopo era quello di garantire l’entrata nelle casse del convento di un afflusso di capitali senza precedenti. Le illustri e facoltose famiglie veneziane erano pronte a finanziare la costruzione della loro cappella, ad arredare, dotare e decorare i loro altari, a contribuire largamente ai lavori della chiesa, pur di sapere che i frati avrebbero in perpetuo celebrato messe in loro suffragio e pregato per la salute della loro anima. A cosa erano destinati quei capitali? Torlioni aveva in mente un progetto che necessitava di consistenti finanziamenti: la decorazione pittorica dell’intera chiesa. La costruzione delle cappelle laterali creò i presupposti finanziari perché la chiesa divenisse quello che è oggi: uno degli episodi più celebri dell’opera di Paolo Veronese.

L’inizio dell’attività di Paolo Veronese a San Sebastiano si salda perfettamente con la conclusione della vicenda delle cappelle laterali. Fra la fine del 1554 e l’inizio del 1555 Torlioni chiamò il suo giovane conterraneo Paolo a lavorare alle tele del soffitto della sagrestia. Da quel momento fino ai primi anni settanta Paolo lavorò per la chiesa e per il convento in modo continuativo. I documenti che ricostruiscono la sua attività artistica a San Sebastiano testimoniano che il referente unico di Paolo nel convento fu Bernardo Torlioni. Fu certamente lui a volere per una chiesa di modesta grandezza e senza particolare rilevanza architettonica una decorazione pittorica di ampio respiro e a ideare e realizzare il progetto che avrebbe procurato i fondi necessari a quello scopo.

Paolo Veronese nel 1555 aveva 27 anni, ma era già un artista noto e stimato. Ebbe il primo incarico di rilievo a Venezia nel 1550 con la pala d’altare per la cappella dei fratelli Giustinian in San Francesco della Vigna. Negli anni 1553-1554 lavorò ai dipinti del soffitto delle sale del Consiglio dei Dieci, in Palazzo Ducale. Quegli importanti impegni non lo spinsero però a trasferirsi nella città lagunare. Solo nel 1555 prese dimora stabile a Venezia. Il motivo di questa decisione potrebbe risiedere proprio nella commissione artistica per San Sebastiano, che dava a Paolo la garanzia di un lavoro che si sarebbe protratto nel tempo con pagamenti sicuri e continui(9). La commissione per San Sebastiano dunque permetteva, e nello stesso tempo esigeva, che l’artista risiedesse stabilmente a Venezia, affinchè il programma iconografico della decorazione pittorica di San Sebastiano ideato da Bernardo Torlioni fosse realizzato in tutta la sua complessità ed estensione.

Il cantiere, fermo dal 1534, trovò nuovo impulso con l’avvento del nuovo dinamico priore. Fra il 1543 e il 1545 furono completati gli arredi lignei della sagrestia. Fra il 1544 e il 1547 fu eretto il campanile. Nel 1548 fu portata a termine la facciata. Nel 1549 si lavorò all’ampliamento dell’originario coro pensile che correva lungo la controfacciata. La realizzazione della pavimentazione nel 1557 può essere considerata l’atto conclusivo dei lavori per la rifondazione cinquecentesca della chiesa di San Sebastiano, che nel 1562 fu consacrata.

2. LA CAPPELLA DI MARCANTONIO GRIMANI

Marcantonio Grimani rese testamento nel 1558 all’età di 78 anni. Il suo testamento dimostra come il pensiero della morte fosse in lui indissolubilmente legato al pensiero del luogo che avrebbe accolto le sue spoglie: la sua cappella nella chiesa di San Sebastiano (fig. 26). Il testamento e i successivi codicilli contengono il minuzioso elenco di tutti gli elementi decorativi della cappella e di tutti i provvedimenti che Grimani riteneva necessari per la loro conservazione dalle ingiurie del tempo e degli uomini. Allo stesso scopo nel 1564 i frati del Capitolo di San Sebastiano si dovettero impegnare, firmando un documento redatto dal notaio di Grimani, a custodire scrupolosamente la cappella. Testimone di questo solenne giuramento fu il pittore Paolo Veronese.

Durante il restauro compiuto nel 1962-1965 emersero sul soffitto della cappella Grimani quattro affreschi in monocromia rossa piuttosto deperiti: la Resurrezione, la Preghiera nell’orto, il Bacio di Giuda, la Deposizione nel sepolcro (figg. 27, 28). Questi non sono mai menzionati nei pur dettagliatissimi elenchi che Marcantonio Grimani fa dei beni della sua cappella nel testamento e nei documenti ad esso collegati.

Pignatti e Pedrocco sostengono la paternità veronesiana dei quattro monocromi, basandosi su affinità stilistiche con altri affreschi di Paolo, e li datano al 1553, anno in cui la cappella era architettonicamente finita(10). Richardson sostiene invece la paternità di Schiavone(11). Questa polemica dimostra l’empiricità di un giudizio basato su una valutazione esclusivamente stilistico-formale dell’opera. Un contributo al superamento di questa fase di stallo, in cui l’occhio e l’intuizione di indiscussi esperti conducono verso strade opposte e inconciliabili, viene dall’analisi del giuramento solenne del 27 dicembre1564. In quel documento Paolo Veronese fu chiamato a fare da testimone al giuramento solenne del Capitolo di San Sebastiano di custodire e curare in perpetuo la cappella Grimani e gli ornamenti in essa custoditi. Egli alla fine del 1564 era impegnato o stava per impegnarsi nell’esecuzione delle due tele laterali del presbiterio. Quel 27 dicembre doveva trovarsi a San Sebastiano per accordarsi con Bernardo Torlioni sui termini di quella commissione. Fu così chiamato nella sala capitolare dal notaio Antonio Maria de Vincenti per ratificare la promessa dei frati in qualità di testimone super partes, non coinvolto nel problema trattato: la cappella Grimani e i suoi tesori. Se egli fosse stato l’autore degli affreschi l’attento notaio de Vincenti non lo avrebbe chiamato a testimoniare, poiché non avrebbe soddisfatto il requisito sostanziale e necessario di un testimone: la totale estraneità all’argomento dibattuto. Si trovò così marginalmente coinvolto in una vicenda a lui estranea e il suo nome entrò a far parte dell’incartamento relativo alla cappella Grimani, uno dei pochi luoghi della chiesa di San Sebastiano in cui Paolo non operò. L’analisi della mansioneria Grimani non ha svelato quindi chi dipinse gli affreschi, ma chi senza dubbio non li dipinse.

Dovendo abbandonare l’ipotesi di Paolo Veronese al lavoro a San Sebastiano già nel 1553, l’attenzione si sposta inevitabilmente su Schiavone, che l’analisi stilistico-formale di Richardson individua come autore degli affreschi.

Le tre cappelle di sinistra sono strettamente legate da un canone di uniformità che riguarda sia gli elementi strutturali, sia gli elementi decorativi. La cappella Grimani fu, nel 1544, la prima a sorgere e fu terminata prima del 1552. Le altre due cappelle di sinistra furono edificate fra il 1552 e il 1553 con la condizione che si conformassero ai criteri estetici della cappella Grimani. L’esigenza di uniformità estetica nella decorazione delle tre cappelle di sinistra, evidente nella pavimentazione e nelle cornici a stucco delle volte, potrebbe essersi estesa anche all’esecuzione degli affreschi. La presenza nella volta della prima cappella di sinistra (la cappella Pellegrini) di tre figure in monocromo rosso concordemente attribuite a Schiavone (tav. I: H; figg. 29, 30) supporterebbe un’identica attribuzione per i monocromi Grimani. Questo processo deduttivo ripercorre in senso inverso la vicenda storica della costruzione delle cappelle, in cui il ruolo guida fu sempre mantenuto dalla cappella Grimani, terminata prima che le altre due fossero cominciate e presa a modello per la loro edificazione. La ragionevole quanto affascinante conseguenza di questa ipotesi è che anche nelle cinque cornici che ora campeggiano vuote nella volta a botte della cappella centrale, abbiano alloggiato degli affreschi schiavoneschi che, meno fortunati dei pur rovinati monocromi Grimani e Pellegrini, non sono sopravvissuti all’usura del tempo.

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NOTE

1 Pietro Caliari, Paolo Veronese. Sua vita e sue opere, Roma, 1888.

2 Cicogna, Delle Inscrizioni Veneziane raccolte ed illustrate da Emmanuele Antonio Cicogna cittadino veneto, Venezia, 1824-1853, vol. IV, pp. 128-238.

3 Giovanni Battista Gobati, Bullarium Ordinis S. Hieronymi Congregationis B. Petri de Pisis, Padova, 1775. Giovanni Battista Sajanello, Historica Monumenta Ordinis Sancti Hieronymi Congregationis B. Petri de Pisis, Venezia, 1758.

4 Gobati, Bullarium, cit., vol. I, p. 212: lettera del 22 dicembre 1537 diretta da Jacopo Sadoleto, cardinale protettore dell’ordine, a frate Bernardo de Bibiolis, rettore della provincia trevigiana.

5 Gobati, Bullarium, cit., vol. I, pp. 214-215: decreto del 2 gennaio 1538 in cui Paolo III invia due monaci benedettini a visitare e riformare i cenobi della provincia trevigiana.

6 Frà Bernardo da Verona, della famiglia dei Torlioni, nacque a Verona nel 1494. Fu priore per 23 anni del convento di San Sebastiano di Venezia. Svolse un ruolo determinante nel dare alla chiesa di San Sebastiano il suo aspetto attuale, essendo il principale committente di Paolo Veronese per la decorazione della chiesa e della sagrestia.

7 A.S.V., San Sebastiano, busta 24, processo 348, cc. 6v-7r.

8 Marcantonio Grimani di Francesco, senatore, fu attivo nella vita politica veneziana. Nel 1558 si schierò in Senato a favore della pace con i Turchi. Nello stesso anno fu Savio di Terraferma. Nel 1552-1553 fu podestà a Padova. Nel 1553 fu ballottato a Doge. Nel 1564 fu Procuratore de Ultra. Morì il 25 febbraio 1566 more veneto e fu seppellito sotto la predella del suo altare nella chiesa di San Sebastiano.

9 Paolo, dopo aver portato a termine i dipinti per il soffitto della sagrestia della chiesa di San Sebastiano nel 1555, firmò il contratto per i dipinti del soffitto della navata, lavoro che concluse nel 1556. Nel 1558 riprese a lavorare agli affreschi della chiesa superiore. Nello stesso anno realizzò il disegno per i complementi architettonici della cappella maggiore (altare, finestre) e per la cassa dell’organo. Nel 1560 portò a termine i dipinti dell’organo e consegnò il disegno dei sedili del coro. Riprese poi la decorazione della chiesa inferiore. Fra il 1559 e il 1561 eseguì la pala per l’altare maggiore. Al 1562, dopo la fine dei lavori di sistemazione del presbiterio, risalgono probabilmente gli affreschi della cupola. Nel 1565 ricevette un nuovo pagamento, riferito forse alle due tele laterali del presbiterio. Nel 1567 disegnò i banchi per il refettorio. L’ultima ricevuta è del 1570, per un’opera non specificata, forse la tela La cena a casa di Simone dipinta per il refettorio del convento fra il 1567 e il 1573.

10 Terisio Pignatti e Filippo Pedrocco, Veronese, Milano, 1995, vol. II, p. 91.

11 Francis L. Richardson, Andrea Schiavone, Oxford, 1980, p. 179.