Claudia Terribile

Il doge Francesco DonÓ e la Pala di San Giovanni Elemosinario di Tiziano

 

Abstract

 

San Giovanni Elemosinario

La Pala di San Giovanni Elemosinario fu dipinta da Tiziano per l’altar maggiore dell’importante e omonima chiesa veneziana, edificio di antichissima fondazione sottoposto a una particolare forma di giuspatronato dogale, di cui la prima parte del contributo ricostruisce la controversa storia.

Diversamente che per la cappella ducale di San Marco, cogestita con il primicerio e i potenti procuratori, la chiesa di San Giovanni Elemosinario era direttamente sottoposta all’autoritÓ del doge che deteneva quindi la gestione e il controllo della chiesa, sceglieva e stipendiava – con logica clientelare – sia gli ecclesiastici incaricati del culto che i procuratori incaricati di amministrare i beni. Questo potere esclusivo non godeva per˛ di una ratifica formale e veniva quindi contestato ad ogni opportuna occasione, sia dal primicerio di San Marco che dalle autoritÓ ecclesiastiche. Il passaggio da uno stato di fatto a uno di diritto avviene sotto il dogato di Francesco DonÓ (1545-1553), che chiede ed ottiene dalla Santa Sede l’indizione di un regolare processo. Nel 1549, a seguito del felice esito dell’istruttoria, presieduta dal legato apostolico Giovanni della Casa, egli promulga le Costituzioni, che conferiscono dignitÓ giuridica agli assoluti poteri del doge e forniscono un organico corpus legislativo a questa particolare modalitÓ di patronato.

La richiesta a Tiziano di una pala d’altare si inserisce in questo contesto e prosegue la giÓ consolidata tradizione delle commissioni artistiche dogali. I dogi Steno e Gritti avevano infatti finanziato rispettivamente i rifacimenti del campanile (1401) e dell’intero edificio (completamente distrutto dopo l’incendio di Rialto del 1514). Possiamo riconoscere i loro stemmi, vessilli di un chiaro messaggio di propaganda e di potere, in bella evidenza sulle anonime formelle che decorano la torre campanaria e sugli affreschi della cupola (Pordenone, 1531).

Anche la pala di Tiziano veicola un preciso monito politico: laicizzando la tradizionale iconografia del santo titolare, giungendo a celare nelle sue fattezze un ritratto dello stesso doge, l’opera ratifica e celebra, con magistrale sintesi concettuale, il particolare ‘restauro’ voluto da DonÓ e le sue Costituzioni.