Attività istituzionale:
tutela del patrimonio, musei e funzioni delle Regioni

 

A Firenze, il 3 settembre 2001, il sottosegretario del Ministero per i Beni e le Attività Culturali, Vittorio Sgarbi, ha espresso il parere cha la tutela dei beni culturali debba spettare unicamente allo Stato. Sgarbi ha sottolineato che, se i presidenti delle Regioni dovessero avanzare proposte relative alla gestione funzionale-organizzativa dei beni culturali, tali proposte possono essere discusse; ma le Regioni non potranno mai avere un ruolo nella gestione scientifica dei beni e nell'opera di salvaguardia, che sono e devono rimanere prerogative dello Stato; la tutela del patrimonio artistico deve cioè conservare un carattere centralizzato. Del resto è la stessa riforma del Ministero promossa dal centro-sinistra, in particolare durante la gestione Melandri, ad aver accentrato i centri decisionali, affidando al segretario generale del ministero, ovvero in una figura di nomina politica e non necessariamente dotata di competenze tecniche, il potere di scelta per i finanziamenti da erogare agli uffici periferici e per ogni attività del Ministero.

A fronte di questa rigida presa di posizione del sottosegretario Sgarbi, si pone la dichiarazione degli assessori regionali ai beni culturali, al termine dell'incontro svoltosi a Venezia il 7 settembre. Gli assessori regionali, in definitiva, intendono scommettere sul valore e sulle opportunità offerte per il rilancio della cultura e dei beni culturali italiani nel mondo, nell'ambito di un federalismo culturale.

In questo contesto non possiamo dar torto a Sgarbi, dato che la limitata esperienza fin qui documentata di gestione regionale di questioni quali la catalogazione o anche la formazione dei restauratori, questioni di assoluto rilievo e necessariamente da sottoporre a un accurato controllo qualitativo, ha dato risultati poco incoraggianti. Le Regioni sembra che abbiano privilegaito il rendioconto locale, a fronte del necessario rispetto di norme e standard qualitativi nazionali e internazionali.

Ciò nonostante, il ''Documento di Venezia'', che gli assessori trasmetteranno alla Conferenza dei presidenti delle Regioni perché se ne faccia portavoce nel confronto con il Governo, propone una «revisione ulteriore della Costituzione, inserendo la tutela dei beni culturali e ambientali tra i poteri "concorrenti". Nella redazione della riforma costituzionale del capo V, che sarà sottoposta al referendum, la tutela dei beni culturali e ambientali è invece ancora inserita nell'elenco dei poteri esclusivi dello Stato». Gli assessori, tra l'altro, propongono di avviare d'intesa tra Stato e Regioni «un sistematico riordino di tutti i musei e gli istituti culturali, favorendo la partecipazione di Regioni, Enti locali e fondazioni ex bancarie, di ripensare dal punto di vista giuridico al "concetto" di bene culturale predisponendo una nuova legge di tutela che armonizzi il bene culturale con l'intero territorio». Inoltre è «indispensabile procedere con assoluta urgenza ad una revisione della normativa sui cantieri di recupero e di restauro dei beni culturali superando le angustie della Legge Merloni», e va infine «definito il ruolo dei Soprintendenti e delle Commissioni regionali che non può essere di burocratici controllori, ma va finalizzato di più alla predisposizione di programmi coordinati di restauro, di valorizzazione e di conservazione del patrimonio culturale».

Purtroppo, da questa posizione degli assessori regionali sembra che le loro attenzioni siano rivolte per lo più alla gestione localistica dei beni culturali, al fine di controllare il poderoso potenziale economico che ne deriva, piuttosto che a una effettiva politica di tutela, valorizzazione, conoscenza e conseguente trasmissione alle generazione future. Forse gli assessori non dovrebbero dimenticare che il bene culturale è un bene connesso sì a uno specifico contesto territoriale, ma è soprattutto un patrimonio dell'umanità e, in quanto tale, non soggetto a delimitate realtà regionali.

Il neo-ministro ai Beni e le Attività Culturali, Giuliano Urbani ha presentato in più occasioni gli obiettivi primari del suo dicastero: tutela, valorizzazione e formazione.

Nel settore della tutela, il ministro ritiene prioriatria la definizione di una carta dei rischi che consenta di valutare gli interventi di tutela più urgenti. «Nonostante gli sforzi fatti dai singoli istituti di restauro - ha commentato Urbani - in mano non abbiamo quasi niente. I piani pluriennali, come quello del Lotto, realizzati dalla precedente amministrazione, sono stati messi a punto in assenza totale di documentazione sulla reale condizione dei monumenti e la spesa è stata decisa in modo casuale».

Altro punto cruciale da perseguire è la valorizzazione del patrimonio culturale nazionale in collaborazione con Regioni, enti locali e privati (stranieri compresi). A tale proposito, Urbani non ha escluso la possibilità di dare in gestione ai privati anche i musei, senza però generalizzare e comunque sempre in capitolato e sotto il controllo delle Soprintendenze.

Per quanto riguarda la formazione, il ministro ha ricordato il livello di eccellenza raggiunto dai restauratori italiani, ma ha anche segnalato «impoverimenti preoccupanti» delle competenze. Peccato, si deve qui aggiungere, che il ministro in fatto di restauro si avvalga della consulenza di Bruno Zanardi, le cui competenze (come quelle dello stuolo di collaboratori alle sue dipendenze) sono state spesso e da più parti criticate.

Alla base di tutto, il ministro pone il nuovo riordino del ministero, riordino che, a pochi mesi da quello compiuto da Giovanna Melandri. Lo scopo della nuova riorganizzazione è l'individuazione precisa dei compiti delle Soprintendenze. Gli impegni più urgenti del ministro riguarderanno inoltre i provvedimenti legislativi, in particolare il capitolo della disciplina fiscale per aumentare il flusso delle entrate. Saranno infatti allargati ai privati cittadini gli sgravi fiscali per adesso limitati alle sole imprese. Urbani ha assicurato che lavorerà di concerto con il ministro Tremonti e che comunque si troverà a fare i conti con il patto di stabilità. Urbani ha infine ribadito che, nel dicastero da lui diretto, le deleghe verranno assegnate solo per progetto-obiettivo e la decisione finale sarà sempre del ministro.