Dibattito recente sulla gestione dei beni culturali

 

La distribuzione delle deleghe da parte del ministro per i Beni e le Attività Culturali, Giuliano Urbani, avvenuta lo scorso 17 ottobre ha avuto un'immediata ripercussione sul dibattito relativo alla gestione dei beni culturali in Italia. Non ci sono state sorprese circa i vari incarichi, perché a Nicola Bono son andati i compiti connessi allo spettacolo e ai rapporti con l'UNESCO, Mario Pescante si occuperà dell'Istituto per il Credito Sportivo, mentre Vittorio Sgarbi ha ricevuto la delega relativa al patrimonio paesaggistico, al Consiglio Nazionale dei Beni Culturali, agli Istituti Centrali (in particolare quelli del Restauro - ICR - e del Catalogo e la Documentazione - ICCD), alla Biennale di Venezia, alla Triennale di Milano e alla Quadriennale di Roma. Il ministro ha comunque sottolineato che gran parte dei compiti di tutela e salvaguardia resteranno collegiali e che la responsabilità politica di ogni atto sarà esclusivamente sua.

Ricevuta la delega, Sgarbi ha immediatamente ribadito le dure posizioni già espresse su vari progetti in corso di realizzazione, come la nuova uscita degli Uffizi. Ha poi definito le prime priorità: i Grandi Uffizi  (realizzabili in sei mesi allestendo le numerose sale vuote che ahno solo bisogno di essere imbiancate), la Grande Accademia di Venezia (annunciando una riunione operativa il prossimo 29 ottobre), un Istituto di Storia dell'Arte che in Italia praticamente non esiste, la riapertura a Roma della collezione Torlonia.

Definite le priorità, Sgarbi ha indicato anche i primi obiettivi polemici in Giuseppe Chiarante e Vittorio Emiliani, rispettivamente vicepresidente e membro del Consiglio Nazionale dei Beni Culturali, di cui Sgarbi è presidente. La ragione del contendere sono le dichiarazioni critiche di Chiarante circa la privatizzazione dei servizi museali prevista dalla legge finanziaria per il 2002. Le critiche preoccupate di Chiarante non sono evidentemente piaciute al sottosegretario che ha auspicato le dimissioni del vicepresidente, anzi, Sgarbi considera queste dimissioni come già presentate.

Questa vicenda ha suscitato varie prese di posizione di solidarietà a Chiarante sia dal mondo della cultura, come da quello politico e sindacale. Ha espresso preoccupazione il deputato verde Mauro Bulgarelli che ha equiparato le dichiarazioni di Sgarbi a quanto si vedeva durante il ventennio fascista, mentre Gianfranco Cerasoli, segretario generale della UIL, ha ricordato la facoltà che ciascun cittadino possiede di poter esprimere liberamente le proprie opinioni.

Ma forse più preoccupante è la chiosa della polemica avviata da Sgarbi. Infatti il sottosegretario, nel caso in cui Chiarante non si dovesse dimettere dalla sua carica, ha minacciato di non convocare più il Consiglio Nazionale in carica, e, secondo l'ANSA, il sottosegretario avrebbe anche dichiarato: "visto che ne sono il presidente, lo faccio con gli amici miei, che sono anche più bravi" (con buona pace del pluralismo e delle competenze).

Del resto serie preoccupazioni sulla privatizzazione dei musei non sono state espresse solo da Chiarante, ma anche da un organismo internazionale di rilievo come l'International Council of Museums (ICOM). Secondo questo organismo, il dettato della legge finanziaria, se non modificato o precisato in sede di regolamento, potrebbe portare i musei italiani fuori dal sistema museale internazionale, dato che il museo per l'ICOM deve essere un'istituzione senza fini di lucro aperta al servizio della società, che conduce attività di ricerca e tutela e svolge funzioni didattiche e di valorizzazione dei beni culturali che custodisce. È ovvio che la concessione della gestione di un museo a delle aziende potrebbe portare i musei italiani fuori da questi canoni validi a livello internazionale.

A queste critiche Sgarbi ha risposto osservando che la finanziaria si muove esclusivamente nella direzione già tracciata dai precedenti ministri, con l'intenzione di estendere a tutta Italia il modello della Galleria Borghese di Roma. Ora, a parte la gestione privatistica della Borghese ampiamente criticabile per la qualità dei servizi offerti, le norme seguite dalla galleria romana sono quelle previste dalla Legge Ronchey, relativamente ai cosiddetti servizi aggiuntivi, una legge che Urbani ha dichiarato di voler superare nettamente proprio a partire dalla legge finanziaria 2002.

Forse è il caso che ora si dia avvio ad una fase nuova e che tra le varie componenti del mondo dei beni culturali il dibattito si apra seriamente e senza polemiche o battute propagandistiche (come l'ingresso gratuito ai musei chiesto tempo fa a gran voce da Sgarbi). È necessario infatti garantire soluzioni valide per i musei e per i beni culturali in generale, superando più che la legge Ronchey le ambiguità della legge finanziaria in discussione in parlamento e più in generale i dubbi derivanti da una gestione urlata del settore.

(LeV)
25 ott. 2001