Cronaca di un Tiziano ritrovato

 

I primi anni Trenta non segnano una fase particolarmente brillante dell'attività di Tiziano: dopo la grande pala veneziana con l'Assassinio di San Pietro Martire (1528-30, perduta) il pittore sembra smarrirsi nei vecchi e complicati rapporti di rappresentanza e d'affari con Federico Gonzaga e la corte di Mantova, oltre che in quelli nuovissimi, e non meno complicati, con Carlo V, l'Impero e la Spagna. Dal momento che anche le sue opere mantovane sono in gran parte perdute, questo periodo risulta addirittura quasi vuoto. Bisognerà aspettare gli anni 1537-1538 perché la nuova connessione urbinate produca i ritratti, di corte e di stato, di Francesco Maria della Rovere e della consorte Eleonora Gonzaga, nonché la sensazionale Venere detta appunto di Urbino, richiesta dal giovane Guidubaldo come modello di comportamento per una moglie adolescente e ritrosa.

Il ritratto di Tiziano ora riportato a Venezia da Pietro Scarpa, un antiquario che fa il suo mestiere con passione e competenza di studioso, è importante proprio perché va ad occupare almeno una parte di quel vuoto inatteso, portandosi appresso una vicenda di straordinario rilievo sul piano storico-documentario. Nel corso del restauro la consueta operazione di rifoderatura ha rivelato dietro la tela originaria una scritta chiarissima in maiuscole: ZAN PAULO DA PONTE / SPILINBERGO. Che Tiziano avesse fatto il ritratto a Giovan Paolo da Ponte, a sua figlia Giulia e più tardi alla nipote Irene lo affermano già le Vite di Giorgio Vasari: ma i ritratti della "letterata" Irene e di sua sorella Emilia, ritenuti in tutto o in parte di bottega, non sono neppure esposti dalla National Gallery di Washington che ne È proprietaria; il ritratto di Giulia - "bellissima giovane", a detta di Vasari - non è identificato, anche se ci sono diversi candidati; mentre di quello di Giovan Paolo non esisteva fin ad oggi alcuna traccia.

Questo è solo l'inizio. Giovan Paolo scrisse infatti di suo pugno una serie di "memoriali", accuratamente conservati e gentilmente messi a disposizione dagli eredi: sono libri di conti che si trasformano in diari dettagliati di vita, documenti preziosi di mentalità. In uno di questi, in data 8 marzo 1534, è annotata la commissione a Tiziano: Giovan Paolo pagherà per il suo ritratto dieci ducati e andrà a posare nello studio del pittore; per quello di Giulia, Tiziano si recherà invece in casa da Ponte, nel rispetto delle convenienze, e riceverà venti ducati più il rimborso della spesa per il costosissimo "azuro oltramarin" (altri cinque ducati, che gli verranno saldati in ottobre). In questi mesi Giovan Paolo annota dettagliatamente anche i pagamenti a falegname e doratore per le cornici dei ritratti, compresa la mancia e la spesa per l'immancabile "beverazo".

Giovan Paolo da Ponte, cittadino veneziano, era ben imparentato con famiglie patrizie e ben fornito di solide risorse, acquisite con la mercatura e le banche, investite in case, botteghe e terreni. Abitava a San Luca, in un palazzetto continuamente in restauro, come si vede dai pagamenti a una miriade di artigiani registrati nei "memoriali". In casa aveva un arpicordo e un clavicembalo d'autore, con la cassa dipinta come usava, e altra mobilia di riguardo; oltre a quelli di Tiziano, quadri di Giovanni Mansueti, di Gian Pietro Silvio, di Domenico Biondo collega di Bonifacio Veronese; e una discreta biblioteca con classici antichi e moderni, romanzi popolari e opere di devozione. Insieme a tutto questo, i "memoriali" danno ovviamente conto minuzioso delle spese per frutta e verdura, per stoffe, nastri e ornamenti femminili, per mance ed elemosine, viaggi e parcelle d'avvocati.

La bellissima Giulia andò in sposa nel 1535 ad Adriano dei signori di Spilimbergo. Dopo qualche anno trascorso nella casa veneziana decise però di trasferirsi col consorte nella città friulana, suscitando le ire e i lamenti del possessivo genitore, che di lì a poco pensò bene di seguirla armi e bagagli, ossia portandosi appresso moglie, quadri e libri. Lasciamo ancora ai "memoriali" la testimonianza in diretta dell'invadente amor paterno di Giovan Paolo: "16 settembre 1538 ... Adì sopraditto mi partitti da Venetia cun mia moier e tutta la mia famegia e andai a stanziar a Spilinbergo per esser impossibile star luntan da Giulia mia fia, e adì 28 a ore 9 de notte arivai in Spilinbergo in casa di mio zenero e mia fia, luntan da li quali non penso mai far la mia vita, né aver altra stantia ferma".

Che dire, infine, del ritratto di Giovan Paolo da Ponte? A fronte di una vicenda così ben documentata, tale da vanificare gli esercizi filologici e retorici consueti nella storia dell'arte, mi limiterò a porre qualche accento sullo sguardo compiaciuto e un tantino febbrile di quest'uomo che non doveva esser possessivo solo riguardo alla figlia; sul suo abbigliamento ricchissimo ed elegantissimo ma lievemente fuori moda, lievemente eccentrico, con l'ampio collo di lince sul giubbone di velluto nero sforbiciato; sulla superba nonchalance della mano guantata che lascia trasparire l'unghia del pollice e surclassa, come spesso accade nel nostro pittore, la rigida mano scoperta. Sulla verità, soprattutto, del volume ben rilegato e ordinatamente chiuso dalla sua "cordella": un libro importante della sua biblioteca o, piuttosto, uno dei preziosi "memoriali"? un ostentato segnale di cultura o, piuttosto, il tracciato puntiglioso della memoria, la cronaca famigliare che impone all'immagine le ragioni della storia?

 

Augusto Gentili

(da "l'Unità - Media", n. 1/10, 23 novembre 1998)