Da Mantegna a Chagall

 

L'Istituto Nazionale per la Grafica a Roma espone fino al prossimo 16 aprile, a cura di Ginevra Mariani, un cospicuo florilegio di stampe, realizzate attraverso tecniche di incisione diretta, tracciando alcuni percorsi stilistici e tematici che documentano ampiamente la storia di questa particolare produzione artistica.

L'accostamento di fogli di invenzione e di opere di traduzione rende intellegibili le possibilità estetiche del medium grafico, illustrando i rapporti, talvolta dialettici, con la pittura, e i margini d'autonomia che l'incisione esibisce lungo tutto il corso della sua fortunata storia.

I due paradigmi (invenzione/traduzione) sono esemplati, magistralmente, dalla carriera di Marcantonio Raimondi, del quale tra l'altro si espone il celebre Giudizio di Paride, di recente al centro delle brillanti speculazioni di Hubert Damisch (Le jugement de Pâris, Paris 1992), che ben ne hanno qualificato l'importanza in una cornice ermeneutica di storia della cultura.

La mostra consente una ricognizione di estremo interesse sulla produzione di stampe di area padano veneta tra Quattrocento e Cinquecento, dedicandole una sezione piuttosto corposa che raccoglie bulini di Mantegna, Giovanni Antonio da Brescia, Nicoletto da Modena, Jacopo de'Barbari, Girolamo Mocetto, Benedetto Montagna, Giulio Campagnola e Agostino Veneziano (seppur nella sua fase "romana").

Si tratta di materiali ampiamente noti in ambito specialistico e nondimeno la prossimità visiva con la scuola tedesca e quella fiorentina, ben rappresentate nella prima sala, dischiude senz'altro l'opportunità di elaborare sensi ulteriori rispetto al sapere già acquisito, nonché quella di tornare su percorsi storiografici tracciati, secondo inedite prospettive semiotico stilistiche (relative alle sottili differenze nell'organizzazione strutturale delle immagini) e iconologiche (relative alle diverse articolazioni contestuali di sensi e significati).

L'esposizione propone altresì la possibilità di un'ennesima verifica del rapporto di reciproca influenza tra Durer e gli incisori di matrice culturale lagunare, offrendo materiali per un'indagine che segua idealmente i risultati prodotti dalla recente grande mostra veneziana sulle relazioni tra arte del nord e pittura veneta (Il Rinascimento a Venezia e la pittura del Nord ai tempi di Bellini, Durer, Tiziano, a cura di B. Aikema e B. L. Brown, Milano 1999).

La cornice espositiva definita dalla mostra non si esaurisce tuttavia con la storia della stampa calcografica nel periodo rinascimentale, ma prosegue attraverso i secoli, documentando l'oscillante preminenza tra la polarità dell'invenzione e quella alternativa, e non meno fortunata, della traduzione. Impossibile, è ovvio, dar conto in modo analitico di tutti i protagonisti della vicenda, scandita cronologicamente dalle varie sezioni dell'allestimento.

Si segnala, ad ogni modo, il rilievo dell'antologia dedicata alla produzione contemporanea, che dopo i sofisticati virtuosismi della traduzione ottocentesca, riporta in primo piano le possibilità figurative delle tecniche dirette anche in chiave inventiva, testimoniate dall'esposizione di interessanti fogli di Guido Strazza, Jean-Pierre Velly, Jirì Anderle…

Pare infine opportuno mettere a fuoco alcuni meccanismi museologici dell'iniziativa dell'Istituto, sia pur solo accennandovi, in rapporto alla discussione di taluni nodi problematici delle pratiche espositive diffuse.

L'esposizione tradisce un'architettura concettuale incline all'illustrazione del ventaglio dei procedimenti tecnici che rendono materialmente possibile l'articolazione delle possibilità espressive delle tecniche incisorie.

Un apparato didattico di notevole efficacia consente infatti la conoscenza dei meccanismi di lavorazione, di tutti quei processi materiali che traducono l'idea artistica in un oggetto, facilitando la comprensione di tecnologie espressive estremamente complesse, che sovente sfuggono alla percezione dei non addetti ai lavori.

Da un punto di vista squisitamente museologico l'operazione, nel rispetto di una tradizione espositiva ormai consolidata all'interno dell'Istituto Nazionale per la Grafica, si rivela importante, costruendo un sistema in grado di focalizzare le dinamiche della poiesis artistica, un sistema che permette al pubblico di avere accesso anche a quegli interstizi operativi collocati temporalmente tra l'invenzione e la sua oggettivazione.

Si costringe lo spettatore a riflettere sulle condizioni materiali di produzione dell'opera d'arte, "liberandolo" dai vincoli della sola fruizione puramente estetica, della quale spesso il museo si rende, per dirla con Pierre Bourdieu, "lo spazio di oggettivazione e istituzionalizzazione" (La distinzione. Critica sociale del gusto [1979], Bologna 1983, pp. 30-31).

Francesco Sorce
(06 mar 2003)