L'atelier del '500 a Lumezzane

 

La Torre Avogadro, ex presidio di impianto quattrocentesco dei secolari Signori di Lumezzane (BS) che dagli anni ottanta ospita la Galleria Civica, offre ai visitatori una selezione di opere grafiche del Cinquecento italiano, in una mostra intitolata " L'atelier del '500 per la diffusione dell'arte: Raimondi, Salamanca, Lafréry" (aperta fino al prossimo 30 maggio).

La scelta delle tavole, che è stata operata da Francesco Garrone, Tiziano Ortolani e dal curatore Mauro Corradini, intende proporre al lettore una riflessione sul grande tema della diffusione dell'opera d'arte attraverso l'immagine, e conseguentemente su quello della trasmissione della cultura, se si considera l'eccezionale produzione della "galassia Gutemberg".

L'incisione di riproduzione, lodata già dalla penna vasariana nel 1568, quale fatica che faceva scrigno del creato degli artefici più fecondi, è il lascito di un gruppo di artisti, calcografi, bulinisti, incisori, che tradussero in immagini maneggevoli e trasportabili le invenzioni visive della loro stagione artistica così prolifica, dando avvio alla scambio osmotico delle novità tra il Nord e la penisola.

Raimondi e la sua 'scuola calcografica' romana hanno infatti contribuito a rendere, prima dell’avvento della fotografia, comprensibili e fruibili le opere d'arte che alcuni straordinari interpreti del clima di rinnovamento venivano elaborando, offrendo agli occhi d'oltralpe anche manufatti che per loro stessa natura non avrebbero potuto essere traslati.

Le incisioni perciò come veicolo privilegiato del viaggio delle iconografie nonché come unico e imprescindibile mezzo di riproduzione delle inventiones alternativo al disegno, anche se allo stesso modo non immune dalla rielaborazione personale dell'incisore, che proprio grazie a questa, a mio parere, assume un'identità individuale e indagabile. L'originalità della 'traduzione' in segno infatti declina il mero moltiplicarsi dei soggetti e restituisce all'artefice-calcografo peculiarità che in alcuni casi emergono dal sovrapporsi tra attività di riproduzione e tensione alla ricerca personale.

Al centro dell'esposizione lumezzanese proprio il bolognese prediletto dal Vasari che tradusse a bulino la grande serie silografica düreriana sulla Vita della Vergine (ed è nota la reazione del norimberghese...), che fondò nella capitale la propria brulicante impresa di diffusione in collaborazione con Raffaello, che fu imprigionato a seguito di un processo per immagini licenziose tratte da disegni del Pippi, e che visse sulla propria pelle le devastazioni del Sacco.

Ma sondiamo "le cifre" dei fogli che si snodano nei tre piani voltati della torre.

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La mostra ricostruisce la "bottega" del Raimondi attraverso 67 fogli – tra i quali 11 dello stesso Marcantonio – riunendo autori che si sono rivolti al suo stile rigoroso, che hanno riutilizzato le sue lastre come matrici o come modello, che hanno stampato – come Salamanca e Laféry, editori più che incisori – quelle opere stimolando l'attività di epigoni e sperimentatori, ma anche di copisti che ci hanno restituito il volto di opere perdute e che per questo assumono un ruolo primario(per esempio il bulino del Beatricetto con S. Elisabetta d'Ungheria che visita gli ammalati è l'unico documento coevo a riprodurre l'affresco che Girolamo Muziano realizzò nel 1559 per il Duomo di Foligno).

Si possono ammirare 2 fogli di Ugo da Carpi - inventore della xilografia a chiaroscuro – da modelli del Sanzio, 4 fogli di Marco Dente da Ravenna (tra i quali quello che fu il primo foglio riproducente lo spinario capitolino), 7 del Maestro del Dado (anonimo riconoscibile dal monogramma col dado di scorcio recante inscritta una B, che il Petrucci vuole riconoscere nel figlio adottivo di Marcantonio), 6 del parmigiano Enea Vico, 10 di Agostino De Musi detto Veneziano (tra i quali l'incisione con Lo stregozzo, con i suoi demoni infernali e la strega ripresa da Diirer, della quale non si conosce l'ispirazione originale, che potrebbe anche essere stata ideata a più mani nella bottega raimondesca), 7 del lotaringo Beatricetto (che si dedicò ai monumenti dell'antichità classica ma fu anche editore di stampe da lui stesso realizzate), corredati da 8 fogli di autori anonimi ma comunque riconducibili alla bottega raimondesca, tra i quali uno del poco noto Girolamo Faccioli (un suo possibile profilo è stato tracciato dal Nova nel catalogo dedicato al Salviati e alla Bella Maniera).

Per concludere il panorama delle "botteghe", vengono presentate anche 5 xilografie del vicentino Nicolò Boldrini (misterioso autore probabilmente in contatto come il Britti con Tiziano, dalle cui invenzioni sono tratte tutte e cinque le tavole in mostra), un'acquaforte del bolognese Antonio Fantuzzi(che avrebbe instancabilmente lavorato anche come frescante a Fontainebleau) riproducente un Sileno di Giulio Romano, un bulino del semi-sconosciuto veneziano Giulio Sanuto, (cui si è dedicato recentemente il Bury) e quattro chiaroscuri di Antonio da Trento tratti da disegni del Parmigianino.

Gli autori di rimando sono principalmente Raffaello e le opere dei contemporanei "cantieri" romani, ma anche Michelangelo, Tiziano, Parmigianino, Baccio Bandinelli (le cui due composizioni de L'Accademia sono presentate qui nelle diverse riproduzioni del Musi e del Vico), Giulio Romano, Rosso Fiorentino e il bresciano Girolamo Muziano.

La carta è quasi esclusivamente fabrianese, anche nei casi di fogli veneti. Il catalogo, edito da Marca D'Acqua, riporta le schede di tutti i fogli in mostra con le relative didascalie e riproduce in coda le filigrane con riferimento ai classici repertori.

Corradini ha rimarcato, e concordo pienamente, come l'arte incisoria renda comprensibili le mille sfumature di colore delle celebri pale e dei celebri affreschi di una straordinaria stagione, più di quanto non accada oggi con le molte riproduzioni a colori.

Ribadirei soltanto il ruolo che le stampe rivestirono quale stimolo all'intraprendere il viaggio verso la visione diretta di quei capolavori, poiché non pretesero di sostituire l'opera d'arte, ma furono fonte e prodotto di suggestive alterazioni e contaminazioni, che ora sono più che mai strumento d'intensa indagine conoscitiva.

Una mostra da leggere con la lente in mano, si è detto, e così l'ho veduta anch'io, che sto imparando a incidere a bulino, per carpirne qualche segreto....

Vera Bugatti
(26 apr 2004)

 


L'ingresso è libero. Lo spazio espositivo è aperto mercoledì e giovedì per scuole, gruppi, associazioni (su prenotazione); il venerdì dalle 15 alle 20; il sabato, domenica e festivi dalle 10 alle13 e dalle 15 alle 20; sono previste visite guidate gratuite il venerdì alle ore 18 e il sabato domenica e festivi alle 11 e alle 18. Per informazioni e prenotazioni 030-8929251, 030-8971245, o consultare il sito www.comune.lumezzane.bs.it.