Ferramola e Moretto.
Le ante d'organo del Duomo Vecchio di Brescia restaurate
Brescia, Duomo Vecchio (28 marzo – 9 maggio 2004)

 

Nel mese di maggio faranno ritorno – e in veste rinnovata – alla secolare sede bergamasca di Lovere, reduci da quasi un anno e mezzo di soggiorno bresciano, le imponenti ante d'organo commissionate nel 1515 dal Comune di Brescia a Floriano Ferramola e ad Alessandro Bonvicino detto il Moretto, originariamente poste con lo strumento di Giovanni da Pinerolo nella cattedrale cittadina di Santa Maria de Dom e ivi inaugurate nel 1518.

Uno slancio teso a rinnovare, superando le difficoltà di rimozione e trasporto, l'occasione per il pubblico di ammirare all'interno del Duomo Vecchio opere che per quella sede erano state approntate e realizzate, ritrovando la primitiva collocazione di tele che – quasi indenni nonostante le continue vicissitudini – erano state di volta in volta esposte in città in occasione delle mostre storiche più significative, dedicate al Rinascimento bresciano: nel 1878, 1939, 1946, 1965, e infine nel 2002 a suggellare la sezione conclusiva della mostra dedicata al Foppa, tra le cui iniziative collegate rientra questo restauro, condotto fra settembre 2002 e febbraio 2004 dallo Studio Gian Maria Casella, che ha interessato la cassa lignea del Lamberti.

Il recente recupero delle ante, reso possibile grazie al contributo finanziario del Comune, della Fondazione Cab e del Banco di Brescia, con la partecipazione della Fabbrica e della Parrocchia di Santa Maria in Valvendra, e diretto dalla Soprintendenza ai Beni Artistici e Storici di Milano, preposta alle competenze di tutela, si inserisce quale fase conclusiva – succesiva e integrativa della precedente pulitura – del progetto di intervento. L'operazione ha interessato per la prima volta l'intero complesso decorativo dell'organo, e ha previsto lo smontaggio della struttura lignea e l’esame di quella pittorica, e ha conseguentemente adottato atteggiamenti e metodi diversificati, affidando a diversi esecutori materiali il restauro delle ante, della cassa d'organo e della cantoria, e dei i tondi inseriti nei pennacchi della cornice. Il programma analitico ha oltremodo consentito di estendere l'indagine all'antico organo del 1515 e di collocare in parte lo stesso nell'edificio d'origine, restituendogli la sua antica funzione contestuale.

Il percorso espositivo, curato da Elena Lucchesi Ragni e Renata Stradiotti, e promosso dall'Assessorato alle Attività Culturali del Comune di Brescia in sinergia con i Civici Musei d'Arte e Storia, il Comune di Lovere (che ha prestato l'opera), e il Comitato per il IV Centenario della Cattedrale di Brescia, è scaturito dalla volontà di integrare le ante in un sistema complesso, che fu quello della Rotonda bresciana, al centro di un fervente rinnovamento architettonico che sarebbe durato più di cinquant'anni, volto a rimarcare la sua vocazione di mausoleo episcopale e a creare un complesso con doppia cattedrale. Infatti fu proprio l'ampliamento del presbiterio, con l'aggiunta di cappelle e bracci laterali, a suggerire il programma fonico-artistico da intraprendere con la commissione, tra il 1514 e il 1515, dell'organo, della cassa e delle ante, rispettivamente a Giovanni da Pinerolo, a Stefano Lamberti, al Ferramola e al Moretto. Medesimamente tra il 1536 e il 1540 le esigenze di riqualificazione dell'edificio di culto portarono ad avvicendarsi nello stesso cantiere un'equivalente equipe, costituita da Gian Giacomo Antegnati per l'organo e da Battista Piantavigna per la cassa, e in seguito da Girolamo Romanino per le ante dipinte, cosicché le ante del 1515 furono smontate, trasferite in San Pietro de Dom e, in data imprecisata ma prima del 1668, portate a Lovere. L'allestimento predispone le ante di Ferramola e Moretto (tempera su tela, cm 485 x 215 ciascuna) in una posizione di spicco, quale fulcro della Rotonda, e le colloca accanto alle ante realizzate dal Romanino a corredo interno dell'organo Antegnati che avrebbe sostituito quello di Giovanni da Pinerolo nel 1539. Tale scelta d'accostamento non riferisce soltanto al susseguirsi dei due apparati decorativi sviluppatisi nella nuova area presbiteriale, o al confronto tra le diverse scelte pittoriche, ma anche all'eventuale possibilità di ripristino dell'originaria struttura romaniniana, la quale potrebbe recuperare nuovamente – con la riunione del recto col verso – la propria funzione storica, dal momento che il manufatto organario rispettivo è già ospitato in sede.

Le ante recentemente restaurate, raffiguranti rispettivamente sulle due tele l'Annunciazione del Ferramola e i Santi Faustino e Giovita a cavallo di Moretto, furono solennemente inaugurate il 15 agosto 1518, data che compare nei cartigli sulle candelabre che campeggiano sulle lesene dipinte dell'Angelo annunciante e della Vergine annunciata di Ferramola. Tali grandiose tele, compendio inventivo di sperimentazioni, ritenute dalla critica il vertice compositivo dell'artista ormai maturo, manifesterebbero – a detta di Longhi – un'intonazione bassa ancora foppesca, se non – secondo Panazza – un carattere cremonese riassorbito dal Marziale e dal Boccaccino, mentre per la Gregori denoterebbero un "chiaro sapore danubiano", così come una meditazione sul Civerchio, che aveva eseguito in loco le storie della vita della Vergine.

L'Annunciazione ha luogo all'interno di una struttura architettonica di matrice bramantesca, che rimanda al vano contemplato dalla pala del Marziale custodita alla National Gallery londinese, se non al modello foppesco deducibile dalla pala Bottigella di Pavia, mentre nei pennacchi interni sono raffigurati San Gerolamo e San Gregorio e all'esterno due clipei restituiscono l'effigie di due santi vescovi. La sapiente integrazione tra architettura dipinta e struttura reale della cassa d'organo, ricca di lesene intagliate nella cornice, doveva creare un effetto prospettico peculiare, così come i grandiosi archi dipinti dal Ferramola dovevano fungere da tramite cromatico-architettonico rispetto ai medesimi raffigurati dal Moretto. Allo stesso modo i clipei del Ferramola rinviano ai corrispondenti tondi su tavola del telaio della cassa, rappresentanti i Santi Gaudenzio e Filastrio, dipinti dal Moretto nei pennacchi sopra l'arco dell'organo.

È interessante notare come i recenti lavori di restauro, in seguito allo smontaggio delle due tavole del Moretto, abbiano visto riaffiorare sul telaio della cassa il disegno per il busto di San Gaudenzio, la cui rigidità compositiva, unita alla secchezza del tratto, riferirebbe allo stile del Ferramola, al quale per altro non si è fino ad ora ricondotta alcun'opera grafica. La possibilità che lo schizzo, qualora eseguito dal Ferramola, fosse un progetto preparatorio per il tondo portato a termine dal Bonvicino, si potrebbe considerare all'interno di una concezione progettuale generale per la quale il più anziano avrebbe ricoperto un ruolo decisivo, predisponendo anche le soluzioni cromatiche della struttura dipinta, simili ad altre da lui ideate durante la precedente e seguente attività pittorica.

Stimolante perciò appare il confronto tra il classicismo ancora lombardo del quarantenne Ferramola e i Santi cavalieri del giovane Bonvicino – al suo primo incarico documentato – aggiornati sui nuovi canoni della pittura veneziana, all'insegna, secondo Capella, di una "smagliante saturazione cromatica", che sfuma il linguaggio antiretorico del fare Foppesco. Il Moretto dei Santi armati in sopravveste a foggia di saione lascia trapelare la sua educazione – sotto il segno del conterraneo Romanino – equamente divisa tra le prospettive della Milano di Bramantino e le accensioni cromatiche della Venezia di Giorgione e di Tiziano.

I due Santi a cavallo, Faustino e Giovita, patroni di Brescia, il cui ruolo comunale è attestato dallo stemma leonino dipinto sulle candelabre, esordiscono sulla scena proprio nell'iconografia che riferisce alla leggenda della loro apparizione quali difensori cittadini durante l'assedio del Piccinino del 1438, testimoniando un intento di rivissuto orgoglio civico in un momento politicamente orientato nell'orbita ispano-asburgica, dopo il brutale sacco di Brescia da parte francese del 1512.

Ma la rapida sostituzione dell'organo nel 1537 portò il vecchio "pessimo" strumento e le relative ante in balia di ricoveri provvisori, fino a giungere nella chiesa di Santa Maria in Valvendra a Lovere, nella quale risulta ubicato dal 1687, in base alla testimonianza del consultore veneto nel 1668 e poi del Paglia. Le ante vennero annoverate tra i capolavori della pittura bresciana del Rinascimento da una vasta letteratura artistica, ampiamente commentate – tra gli altri – da Crowe e da Cavalcaselle, che le ricondussero all’influsso di grandi artisti contemporanei come il Palma, Tiziano e Pordenone, e poi dal Longhi, nelle sue Cose bresciane del Cinquecento, che sottolineò, pur dandolo al Romanino, la "suggestione lagunare" dei Santi cavalieri. In seguito Ballarin considerò le ante morettesche di Lovere quale compimento di un periodo vissuto "all'ombra del Romanino", al quale rinvierebbero i putti sulla trabeazione, ma la Lucchesi Ragni fa notare che l'indagine ottica sulle superfici architettoniche "è già in nuce una cifra inconfondibile del Moretto".

Il percorso espositivo prosegue, a coronare la zona centrale del presbiterio, con l'Assunta del Moretto (1526), che fu contemplata per qualificare la cappella maggiore di Santa Maria, così come nella cappella delle Sante Croci si possono ammirare lo Stendardo della Confraternita omonima (1520) e il Cristo con l'Angelo (1550), entrambe attribuite al medesimo Bonvicino, mentre sono lasciati all'immaginazione i perduti affreschi che il Ferramola avrebbe eseguito in loco dopo il 1527. Così alla nostra capacità di immaginare resta, sulla scorta del prezioso intervento della Bugini, la ricostruzione del possibile aspetto dell'organo Antegnati-Pinerolo prima delle trasformazioni successive alla messa in opera del 1518, concedendo a ognuno divagazioni personali da un'idea contestualizzata del corpo organario che la preziosa veste di recente restauro doveva indossare.

Anche se in numero esiguo le opere effettive in mostra concorrono a coronare un progetto ostensivo rigoroso, scaturito da un'indagine articolata, volta a cogliere – in loco come in divenire – il rinnovamento dell'antica cattedrale iemale.

Ulteriori informazioni relative allo sviluppo della vicenda degli organi di committenza civica a Brescia e a Lovere, all'iconografia specifica dei Santi patroni, al cantiere della cattedrale nel XVI sec., o alle modalità di intervento delle indagini stratigrafiche-radiografiche-riflettografiche, sono reperibili nel catalogo della mostra, edito da Grafo (102 pp. 28 Euro). L'ingresso è gratuito. Orari d'apertura: da martedì a venerdì dalle 10 alle 17. Ogni sabato e domenica la mostra è visitabile dalle 10 alle 19 e sono previste visite guidate gratuite dalle 17 alle 18, con prenotazione obbligatoria allo 0302977834.

 

Vera Bugatti
(9 apr 2004)