I della Rovere e le Marche

 

Le quattro mostre appena aperte, dedicate ai della Rovere in quattro diversi centri delle Marche (Pesaro, Senigallia, Urbania e Urbino), intendono   fornire un quadro il più possibile ampio e articolato di una vicenda di committenza, collezionismo, presenza sul territorio, politica dinastica, di una famiglia che si trovò a governare per poco più di un secolo.

Dell'organizzazione delle varie mostre e delle sezioni abbiamo già dato conto. Qui è il caso solo di fare qualche osservazione fondata sulla visita alle varie sedi. In primo luogo, si deve senz'altro sottolineare come la tappa di maggior interesse sia quella pesarese, per due motivi: da un lato le sezioni allestite nel palazzo Ducale sono sicuramente le più interessanti per qualità e varietà degli oggetti: le committenze locali sono ampiamente rappresentate con opere di eccellente qualità, così come il gusto per l'antico, e di straordinario livello qualitativo sono anche le ceramiche esposte per testimoniare la produzione pesarese. Ma Pesaro vale la pena di essere considerata come tappa ineliminabile di un eventuale viaggio roveresco perché, durante tutto il periodo di apertura della mostra, sarà più facilmente visitabile la villa Imperiale (il mercoledì e il sabato), uno dei più straordinari capolavori dell'architettura e della decorazione cinquecentesche, e ciononostante ancora relativamente poco studiato.

La altre sedi sono più deludenti, sia per i mancati prestiti – come la Venere di Urbino, ma ciò accade in ogni mostra – sia per la modesta qualità di alcune sezioni, come la sezione iniziale dedicata alle origini savonesi della famiglia – sezione che invece avrebbe meritato un maggiore risalto – sia infine per la presenza di opere che hanno visto solo modesti spostamenti difficilmente giustificabili, soprattutto pensando alle esigenze di tutela (e qui si deve pensare alla Madonna di Senigallia di Piero, di cui non è certa l'origine roveresca e che è stata esposta a Senigallia). Si deve però anche segnalare che è la stessa eccessiva dispersione dei pezzi esposti a ridurre il livello qualitativo, poiché tutte le opere sono distribuite nelle quattro sedi degli eventi espositivi. Sarebbe stato innegabilmente meglio realizzare un'unica grande mostra, magari utilizzando spazi inediti appositamente restaurati, per evitare l'inutile diffusione sul territorio di un evento espositivo che deve essere considerato unitariamente e che solo con molti sforzi si può giustificare nei quattro diversi centri marchigiani, lontani tra loro e scomodi da raggiungere.

Il catalogo, elegantemente realizzato da Electa, presenta una serie di saggi che, come di norma avviene in questi casi, in genere sistemano la situazione degli studi e forniscono in bell'ordine i materiali della ricerca, senza particolari novità. Va tuttavia segnalata l'interpretazione in chiave alchemica della decorazione cinquecentesca della villa Imperiale proposta da Angela Scilimati, un'interpretazione che ancora deve essere valutata nel suo complesso, ma che comunque rimane un interessante punto di partenza per ulteriori approfondimenti.

Leandro Ventura
(6 apr 2004)


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