Giovanni Bellini
(Roma, Scuderie del Quirinale, 30 settembre 2008-11 gennaio 2009)

 

Le Scuderie del Quirinale ospitano la tanto attesa mostra dedicata a Giovanni Bellini, curata da Mauro Lucco e Giovanni C. F. Villa, la mostra sicuramente più completa tra quelle dedicate al pittore, dopo la fondamentale rassegna veneziana del 1949.

Prima di affrontare l'aspetto scientifico, tuttavia impossibile da definire nella sua completa articolazione in attesa di poter recensire anche il catalogo (anche se dalla lettura di alcuni passi si nota un'impostazione drasticamente post-longhiana che non depone molto a favore della completezza e dell'aggiornamento del lavoro), si deve dire che la visita alla mostra è resa opprimente dall'allestimento, tanto tetro da respingere anche il visitatore più motivato. Si può avviare il discorso dall'illuminazione, affidata evidentemente a tecnici dal pensiero progettuale avveniristico, ma poco propensi a favorire il visitatore nel suo percorso. Nelle sale oscure delle Scuderie i passi si fanno incerti, spesso si devono evitare masse buie che si riconoscono appena come persone in cerca della loro strada, appena guidata dal tenue bagliore riflesso dai dipinti. E non si tratta certo di rispettare, con questa fioca luminescenza, i rigorosi vincoli imposti dai più recenti standard museali, dal momento che tali norme non rendono obbligatoria tale oscurità neanche per l'esposizione dei disegni.

Tutto ciò è poi accentuato dallo stile dell'allestimento, simile a quello inaugurato dalla recente mostra romana dedicata a Sebastiano del Piombo. I quadri si affacciano a delle finestrelle che fortunatamente sono meno profonde di quelle realizzate qualche mese fa a Palazzo Venezia. Così i confronti si possono fare un poco più agevolmente, ma certo non è questa l'impostazione ideale per consentire la visione in parallelo di più opere; una visione che avrebbe forse consentito di comprendere più facilmente le intenzioni dei curatori, evidentemente giocate sul paragone sottile tra opere distanti nel tempo, ma accomunate da elementi esterni, quali la committenza o la tipologia.

La mostra si apre scenograficamente con la pala Pesaro ricostituita con la sua cimasa, replicando un'operazione già condotta con successo in quel di Pesaro vent'anni fa. Introduzione sicuramente di effetto, anche perché nelle Scuderie è possibile vedere la grande macchina figurativa da punti di vista più agevoli di quelli consentiti nel 1988 dai Musei Civici di Pesaro.

Tra grandi capolavori, molte presenze e altrettante assenze, l’impostazione scenografica della mostra continua, nel momento in cui si avverte, al termine della fuga degli spazi del primo piano, l’imponente presenza del Battesimo di Santa Corona. Ma prima di arrivare, il visitatore viene condotto attraverso le sale dedicate agli esordi e alla committenza pubblica, con gli omaggi necessari al padre (il San Girolamo di Birmingham) e al cognato Andrea Mantegna (la Trasfigurazione Correr e le Pietà di Bergamo e del Correr), nonché il polittico di Genzano di Lucania, fin qui, a quanto mi risulta, inserito nel catalogo di Lazzaro Bastiani. Il problema che già emerge da questa sala è che il visitatore meno accorto non possiede evidentemente i termini di confronto e, anche se si tratta di opere e paragoni da manuale di storia dell’arte del liceo, si rischia di perdere la possibilità di vedere insieme opere importanti. Così, l’impostazione rigidamente monografica in questo settore, non può essere condivisa e, anche se i Mantegna saranno pure stati in buona parte impegnati dalla contemporanea mostra di Parigi, almeno qualcosina si poteva tentare di portare in mostra.

Altro problema che già si incontra in questa prima parte della mostra, e che riguarda principalmente sempre i visitatori meno esperti, è che si rischia di non comprendere le scelte scientifiche operate dai curatori, perché non sono disponibili apparati didattici adeguati e il fascicoletto distribuito a tutti i visitatori con il biglietto di ingresso risulta illeggibile nell’oscurità quasi assoluta delle sale, né è sufficiente a tale scopo il lume riflesso dalle opere.

Con un salto di circa dieci anni nella cronologia del pittore, si passa poi davanti al lunettone con la Pietà di palazzo Ducale, per poi avanzare ancora di oltre quindici anni con la pala Barbarigo di San Pietro Martire a Murano e due opere ancor più tarde come la Sacra conversazione di San Francesco della Vigna e la paletta con i santi Pietro e Marco che presentano alla Vergine tre procuratori (da Baltimora), tutti dipinti a destinazione pubblica, esposti però insieme alla Continenza di Scipione dipinta per un luogo privato come la residenza di Francesco Correr. Ancora una volta si tratta di una proposta di percorso tematico che non consente di afferrare agevolmente la linea dei curatori, se non pensando che si tratta degli unici prestiti ottenuti; così come ancora una volta viene negato il possibile confronto con il Mantegna dell’Introduzione del culto di Cibele.

Il Battesimo di Santa Corona, infine, intende presentare il dialogo serrato tra il maturo Giovanni e i giovani comprimari (e il paragone sottinteso è, ovviamente, con il Battesimo di Cima alla Bragora), ma ancora una volta viene meno l'esplicitazione della finalità scientifica a causa della totale assenza di elementi di confronto (ed è un’assenza che non dipende solo da un’eventuale esiguità degli spazi a disposizione).

Salendo al secondo piano, si dovrebbe iniziare a conoscere il Bellini attivo per la committenza privata ma, accanto a delle Madonne con Bambino datate variamente tra il 1460 e il 1480 (dalla Madonna Lehman di New York, fino alla Madonna di castelvecchio, attraverso la Madonna Lochis da Bergamo), troviamo la Resurrezione di Berlino, sicuramente un'opera che non aveva una destinazione privata. Segue poi una sala dedicata ai "fondi scuri", riuniti in maniera pressoché arbitraria, se non fosse per la loro tipologia formale che così viene, però, del tutto decontestualizzata.

Capolavoro di confusione tematica e cronologica è la sala 8 dove, senza una linea certa, sono accomunate Madonne con Bambino, santi, crocifissi, allegorie sacre e profane e ritratti databili tra 1470 e 1500, il tutto sotto l'incredibile intitolazione "Tra Madonne e allegorie"! Anche qui si possono vedere capolvaori assoluti come la Madonna degli alberetti, la Madonna dei cherubini rossi, la Sacra allegoria degli Uffizi, il Crocifisso della Cassa di Risparmio di Prato o le Allegorie Catena ma, ancora una volta, il visitatore percepisce un senso di straniamento per la mescolanza cronologica e tematica, che farebbe quasi pensare addirittura a un allestimento frettoloso, nel quale si è persa la volontà di aiutare il visitatore a comprendere il percorso artistico di un artista.

Si prosegue con le ultime due sale, in cui viene presentata una selezione della produzione post 1500 di Bellini, con opere di piccole dimensioni, tra cui spiccano la Sacra conversazione Giovannelli, il Cristo benedicente di Forth Worth e il Noè di Besançon collocato, ancora una volta con intendimento scenografico, alla chiusura visiva dell'infilata di sale, con una sottolineatura che quel dipinto merita sicuramente.

Per riassumere le impressioni offerte dalla mostra, si può senz'altro dire che il suo punto di forza risiede nel gran numero di opere che è stato possibile raccogliere nelle sale delle Scuderie e che, nonostante tutto, solo parzialmente consentono di seguire la carriera di Giovanni Bellini. Ma questa idea di completezza può essere seguita molto faticosamente, soprattutto da un visitatore non esperto di pittura veneziana del quattro-cinquecento. L'impostazione apparentemente tematica è infatti continuamente negata con mescolanze apparentemente arbitrarie o comunque non esplicitate sufficientamente e perciò inadatte a una trattazione chiara del tema; una chiarezza che è ulterioremnte negata da un allestimento tetro, dal quale si cerca di fuggire il prima possibile. Non sarà forse ora di dare un taglio radicale a questo tipo di mostre nelle quali si mette in evidenza la superbia intellettuale di curatori e allestitori più che un intento didascalico inteso a dimostrare con chiarezza un'idea scientifica (magari anche datata o non condivisibile) da trasmettere però a un pubblico che sia il più ampio possibile?

Quindi è per tutto questo che, al termine dell'oscuro percorso, quasi con sollievo per gli occhi dell'affaticato visitatore, all'uscita dalle Scuderie si spalanca uno dei più bei panorami di Roma e si riesce così a ritornar nel chiaro mondo.

Leandro Ventura
(10 ottobre 2008)


Giovanni Bellini
Roma, Scuderie del Quirinale, dal 30 settembre 2008 all’11 gennaio 2009
a cura di Mauro Lucco e Giovanni C. F. Villa
informazioni e prenotazioni:
tel. 06-39967500 scuole tel. 06-39967200)
biglietto d’ingresso: intero: € 10 - ridotto: € 7.50
orari: da domenica a giovedì 10.00-20.00; venerdì e sabato 10.00-22.30

Sito web: www.scuderiequirinale.it