Antonello da Messina in mostra a Roma

 

Le Scuderie del Quirinale ospitano a Roma, fino al prossimo 25 giugno, una straordinaria mostra (al cui sito web rinviamo per le notizie tecniche) dedicata a un artista del Quattrocento, del quale si deve forse ancora comprendere l'effettiva importanza. Al di là, infatti, dell'eccelsa qualità delle sue opere, la storiografia artistica, a partire da Vasari e poi da Longhi in avanti, si è troppo spesso appiattita sulla figura di un pittore che ha svolto un determinante ruolo di tramite tecnico per l'affermazione della pittura a olio in Italia, e di inventore di iconografie d'altare di enorme impatto, dotate di una fortuna di lungo periodo.

La mostra romana, esponendo 37 su 45 delle opere di Antonello – o a lui ricondotte – consente al visitatore di seguire con sufficiente completezza l'itinerario dell'artista, dagli esordi messinesi, fino agli exploits veneziani degli anni Settanta del XV secolo, mettendo a confronto la pittura di Antonello con i contemporanei che la storiografia gli ha via via affiancato quali comapagni diretti o indiretti di viaggio.

Ciò che emerge, sia dall'esame formale che da quello – importantissimo e inedito – tecnico, è che il pittore ha avuto scarsi e indiretti contatti con il mondo fiammingo, mentre si sono rafforzati i legami con il mondo mediterraneo che orbitava intorno ai territori aragonesi di Spagna o d'Italia. Si ricompongono e si chiariscono, così, le diverse suggestioni giunte al pittore da giovane, così come i suoi contatti di committenza siciliani e veneziani, ponendo l'accento sul ruolo mercantile di Messina quale punto di sosta delle navi veneziane "della muda de Fiandra" e quindi sede di una fiorente colonia veneziana.

I curatori della mostra hanno così finalmente riconsegnato Antonello a un contesto reale, sganciandolo anche da quegli ipotetici rapporti con la spazialità italiana di Piero della Francesca che, troppo a lungo, hanno appesantito la storiografia; e l'esame degli impianti prospettici ha evidenziato come in Antonello siano presenti diversi errori "voluti", anche nelle opere di più celebrato rigore prospettico, come il San Girolamo di Londra o l'Annunciata di Palermo, denunciando così la definitiva rescissione dei rapporti del messinese con il rigore pierfrancescano. In questa risistemazione complessiva, importante è sicuramente anche la rivisitazione dei contatti lagunari dell'artista in ambito figurativo, condotta dai curatori sottolineando la reciprocità del rapporto con gli artisti indigeni, a partire da Giovanni Bellini.

In questo senso, particolare importanza riveste la rilettura del rapporto tra i due pittori in merito alla precedenza nell'invenzione della pala d'altare veneziana unificata. Vengono infatti – e giustamente – sottolineati i reciproci legami di infuenza, l'omaggio di Antonello al Giovanni Bellini della perduta pala di San Zanipolo, allorquando il messinese si accinse a realizzare la pala per San Cassiano, o il polittico per San Giuliano, dal quale proviene il San Sebastiano di Dresda, opera estrema dell'artista e – in parte – da ascrivere alla bottega per questioni cronologiche (il polittico fu commissionato ad Antonello nel 1478, fu avviato e in parte realizzato a Messina prima della morte del'artista nel febbraio 1479).

Questa osservazione ci consente di sottolineare un altro aspetto interessante della mostra, ovvero l'esame del ruolo dei collaboratori della bottega che, dopo il soggiorno veneziano, Antonello dovette lasciare in parte a Venezia. In mostra viene infatti indagata l'attività veneziana degli artisti legati ad Antonello, aprendo anche qui nuovi filoni interpretativi su alcuni aspetti, magari secondari ma di grande rilievo, nell'evoluzione della pittura a Venezia sullo scorcio del Quattrocento.

Qualche nota, questa volta dolente, va proposta anche sui restauri e sull'organizzazione della mostra. Spesso i restauri hanno rivelato gravi limiti. E sicuramente l'intervento più dubbio appare quello sul San Sebastiano di Dresda, con quel cielo dal colore ormai indefinibile. Per la mostra, invece, sarebbe auspicabile una diversa gestione degli ingressi, dal momento che, se pure è vero che un'esposizione dovrebbe consentire al maggior numero di persone di vedere le opere, troppo spesso nelle sale delle Scuderie i dipinti non si vedono, e non solo per l'insormontabile sproporzione tra le persone e le tavolette di piccole dimensioni come, per esempio, il San Girolamo di Londra, davanti al quale, come primo dipinto del percorso espositivo, sostano grappoli di analisti della visione. Oltre a questo, sussiste infatti un altro problema legato all'illuminazione calcolata al ribasso che, quanto a esigenze di tutela, cozza contro le clamorose variazioni termoigrometriche indotte dall'affollarsi dei visitatori. Insomma, sarà necessario trovare un punto di equilibrio tra le varie esigenze di visita e di tutela.

Aspettiamo ora di vedere il catalogo per completare la valutazione positiva del lavoro svolto intorno a questo artista che, anche grazie a questa mostra, sta finalmente recuperando un ruolo contestualmente concreto e ripulito dalle idealistiche elucubrazioni formali di cui è sempre stato oggetto, perché il suo stile sembrava difficile da sistemare nelle costruzioni storiografiche.

Leandro Ventura
(24 mar 2006)


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