Novità dal Polo Museale Veneziano
Riscoperto il busto di Antonio Grimani

 

All’indomani del decreto ministeriale dell’11 dicembre 2001, con cui si è stabilita la competenza del Polo Museale Veneziano su Palazzo Grimani, ha avuto inizio la ricerca di opere da destinare a questo nuovo museo. L’indagine, che è tuttora in svolgimento, si è orientata nei depositi interni ed esterni degli altri musei statali veneziani e si è anche allargata ad altre istituzioni cittadine e regionali, nazionali e internazionali, per il progetto della mostra da dedicare ai Grimani.

Ai fini dell’allestimento di Palazzo Grimani la ricerca di opere da esporvi persegue obiettivi quali: testimoniare l’importanza storica della famiglia nelle sue ramificazioni e nei rapporti con la società dell’epoca; ricostruire nell’edificio, in misura limitata ma filologica, il rapporto tra l’architettura e le arti figurative, in particolare la scultura, anche col ricorso a calchi; suggerire il gusto artistico della famiglia con opere ad essa appartenute oppure che richiamino, per autore e ambito o soggetto, le scelte dei Grimani come collezionisti e mecenati.

L’individuazione dell’opera in esame è un frutto di tale ricerca. Presentata in riproduzione fotografica all’edizione 2005 del Salone dei Beni Culturali di Venezia e in una brochure pubblicata dal Polo Museale, sarà oggetto di un più approfondito intervento, ma volentieri ne diamo anticipazione anche sul sito di "Venezia Cinquecento".

"Maestro veneto del XVI sec., Busto probabile di Antonio Grimani come procuratore (quindi tra il 1516 data dell’elezione a procuratore e il 16 luglio 1521 data dell’elezione a doge (MA – BR. 3)". La riscoperta del busto bronzeo (cm 53x63) destinato al futuro museo di Palazzo Grimani scaturisce da questa articolata didascalia, pubblicata da Sandra Moschini Marconi fin dal 1992 (Galleria Franchetti alla Ca’ d’Oro. Venezia, Roma 1992, p. 113). L’opera proviene da S. Giovanni di Verdara a Padova; dopo la soppressione dell’abbazia nel 1784, fu trasferita insieme alle altre nella Biblioteca Marciana e di lì, nel 1909, al Museo Archeologico di Venezia: qui rimase fino al 1979, anno del trasferimento nel deposito della Galleria G. Franchetti alla Ca’ d’Oro.

L’identificazione del personaggio con lo storico Bernardino Scardeone, indicata fin dal ‘700, non risulta convincente dal confronto col ritratto sicuro del celebre canonico padovano. Viceversa sono precise le analogie del ritratto in bronzo sia con quelli miniati di Antonio come procuratore, sia con i dipinti che lo raffigurano come doge, carica che ricoprì a ottantasette anni dal 1521 al 1523. I dipinti esistenti (Museo Borgogna di Vercelli; collezioni private) derivano da un prototipo di Tiziano; a questi si ispira con alcune varianti anche il ritratto delle Gallerie dell’Accademia attribuito a Damiano Mazza (destinato anch’esso a Palazzo Grimani). Il ritratto bronzeo, evidentemente apprezzato da Antonio, forse raffigurato in veste di procuratore o di savio del Consiglio o più genericamente da nobiluomo, influì per l’impostazione e l’espressione severa sulla successiva elaborazione tizianesca. Non solo per l’iconografia, ma anche per la scelta del tutto tondo, del materiale e della tecnica di fusione (influente sulla notevole consistenza finale), il busto rivela caratteri di ufficialità: probabilmente era destinato ad una esposizione pubblica (su una base o in una nicchia presumibilmente posta ad una certa altezza, come possono indurre a pensare le parti non levigate nelle pieghe dell’abito).

Il busto presenta un trattamento impressionistico della superficie: ovunque si notano i segni incrociati della ‘gradinatura’ sul modello di cera, levigati invece sulle parti frontali del volto, in modo da creare una varietà di effetti luministici che contrasta con l’essenzialità volumetrica e plastica del busto. Un effetto pittorico che induce a un confronto col ritratto del doge Loredan di Giovanni Bellini. Questa concezione della figura permette di escludere i Lombardo e il loro ambito, ove domina un rigore classicista. Così come non è possibile collegare il busto ai documenti pubblicati da Michel Hochmann (Les collections des familles "papalistes" à Venise et à Rome du XVIe au XVIIIe siècle, in Geografia del collezionismo. Italia e Francia tra il XVI e il XVIII secolo, atti delle giornate di studio dedicate a Giuliano Briganti (Roma, 19-21 settembre 1996), a cura di O. Bonfait, M. Hochmann, L. Spezzaferro e B. Toscano, Roma 2001, pp. 219-221; anche in Venise et Rome 1500-1600. Deux écoles de peinture et leurs échanges, Genève 2004, pp. 143-144), dove sono segnalati quelli in bronzo raffiguranti il "Serenissimo" e il "Reverendissimo", realizzati tra il 1523 e il 1524, poco dopo la loro morte, da Simone Bianco per Marino Grimani (nel 1526 esposti in S. Maria Formosa e ricordati dall’agente dei Gonzaga): né Antonio, perché privo di attributi dogali e anche di veste all’antica (che lo caratterizzava nel perduto busto marmoreo posto sul camino della Sala del Doge in palazzo Grimani, da Hochmann attribuito a Bianco); né Domenico, pur stante la somiglianza padre-figlio, perché essendo cardinale presupporrebbe un’altra iconografia come si vede nei ritratti noti. Complessa è dunque l’attribuzione. Il carattere impressionistico orienta in più direzioni di ricerca (suggerisce anche Adriana Augusti), come potrebbe essere l’ambito di Andrea Riccio, oppure quello di Vittore Gabello; con quest’ultimo, pur non essendo noto come autore di busti ritratto se non nelle medaglie, si nota una vaga tangenza nel modo così caratteristico di trattare la superficie, visibile sulla base e nel fondo del rilievo con il Combattimento mitico (Venezia, Galleria G. Franchetti alla Ca’ d’Oro).

Il personaggio appare anziano. Considerando la sua nuova nomina a procuratore nel dicembre 1509 e una cronologia dell’opera al 1510-20, possiamo conferire al busto quel valore celebrativo che la vicenda biografica di Antonio Grimani sicuramente richiedeva in quel periodo: già uomo tra i più potenti a Venezia nel commercio, nella politica e anche in campo militare, fu accusato della sconfitta allo Zonchio (1499); umiliato con la prigione e l’esilio, riparò a Roma presso il figlio cardinale, il colto e influente Domenico, col quale operò per il bene della Repubblica nel periodo drammatico della guerra di Cambrai. Per questo rientrò in patria nel marzo 1509 recuperando dignità e potere. La necessità di immagini per la sua riaffermazione sociale è anche dimostrata dall’irrisolta questione del monumento in S. Antonio di Castello, pensato fin dal 1516 dal figlio Pietro e con progetto di Tullio Lombardo del 1518, che prevedeva la statua di Antonio come generale da mar.

La presenza dell’opera a Padova, in S. Giovanni di Verdara, potrebbe non sorprendere, sia nel caso dell’acquisizione da parte dell’abate Ascanio Varese, sia in quello della pregressa appartenenza al patrimonio dell’abbazia, per i possibili canali che facilitarono l’arrivo del busto in quella collezione: gli interessi e l’importante residenza che i Grimani avevano in Padova; l’amministrazione dell’abbazia da parte dei Canonici regolari lateranensi, appartenenti alla stessa congregazione insediata nella chiesa e nel convento di S. Antonio di Castello a Venezia, beneficiata dai Grimani.

 

Daniele Ferrara
Soprintendenza Speciale per il Polo Museale Veneziano
polove@arti.beniculturali.it